AuthorIsabella Carrasco

Stress da lavoro. Il 25% dei lavoratori ne soffre

Lo stress dal lavoro è in aumento, e può portare a conseguenze molto gravi. Non è un caso se dopo decenni di studi l’OMS abbia deciso di riconoscere lo stress causato dal lavoro come una vera e propria sindrome, indicata come burn out.

I lavoratori italiani, già stressati nella “normalità” degli anni scorsi, nel 2020 non hanno certo ridotto la mole di ansia e di preoccupazioni. Anzi. Secondo lo studio The Workforce View 2020 – Volume Uno, realizzato da ADP, la multinazionale che realizza software per la gestione delle risorse umane, emergono dati poco incoraggianti. La ricerca è stata realizzata intervistando 32.500 lavoratori in tutto il mondo, dei quali 2.000 in Italia. E il 43% di loro afferma di vivere una situazione di stress almeno una volta alla settimana, mentre il 25% si sente stressato quotidianamente. Solo il 12% dichiara di non sentirsi mai stressato.

Dall’affaticamento all’esaurimento

Sono tante le conseguenze negative dello stress eccessivo. Se infatti esiste lo stress positivo, di breve durata e saltuario, che si traduce in una stimolazione fisiologica e mentale per migliorare le proprie performance, quello decisamente negativo porta a un alto livello di tensione per lunghi periodo di tempo. Gli effetti? Dall’affaticamento all’esaurimento. Lo stress eccessivo mina la salute dei lavoratori, il loro benessere, e di conseguenza anche il benessere delle aziende. Anche per questo, come spiega ADP, dovrebbero essere le aziende stesse ad alleviare l’onere nei confronti dei lavoratori maggiormente stressati.

Risolvere questo problema non è facile, e sarebbe meglio prevenirlo.

Le professioni più stressanti

“Esistono ruoli che per loro stessa natura sono maggiormente esposti ad alti livelli di stress – spiega Carola Adami, head hunter e Ceo della società di selezione del personale Adami & Associati -. Mi riferisco ad esempio a chi lavora abitualmente in modalità multitasking, a chi lavora a stretto contatto con il pubblico, nonché a chi lavora in settori dove il livello di incertezza è molto alto. Il manager d’azienda, l’organizzatore di eventi, l’avvocato, il barista, il medico, l’assicuratore – continua l’esperta – sono solamente alcuni dei lavori che si distinguono per l’alto livello di stress”.

Selezionare il candidato più adatto al ruolo da ricoprire

Nel momento in cui si ricerca un nuovo lavoratore per ricoprire uno di questi ruoli diventa quindi importante, per il bene dell’azienda e per il bene del candidato, capire se il potenziale candidato potrà o meno essere in grado di gestire lo stress.

“Durante i colloqui di selezione è importante capire come reagisce il candidato sotto stress. Per farlo – suggerisce Adami – esistono diverse tecniche, come per esempio presentare domande in modo incalzante, decidere a metà colloquio di passare all’inglese e così via”. In definitiva, per evitare lo stress in azienda è necessario agire su due fronti. Da una parte ridurre per quanto possibile le situazioni di stress eccessivo sul lavoro, dall’altra selezionare con cura il personale, in modo da assegnare a ognuno il ruolo più adatto.

Smartwatch, +12% a livello globale. Apple ancora in testa, ma scende

L’epidemia di coronavirus e il lockdown non hanno frenato il mercato mondiale degli smartwatch. Questo, nonostante le gravi difficoltà incontrate dal settore tecnologico, che ha visto sconvolgere tanti aspetti del mercato, dalla pianificazione alla produzione alle vendite dei prodotti. Di fatto, il mercato degli smartwatch ha chiuso il primo trimestre con consegne in crescita del 12% a livello globale, giunte a quota 14,6 milioni di unità. Apple resta saldamente in testa, anche se nei primi tre mesi dell’anno le consegne di Apple Watch hanno registrato una flessione del 13% rispetto allo stesso periodo del 2019, passando da 6 a 5,2 milioni di unità.

Tra aprile e giugno la Mela venderà il suo centomilionesimo Watch

Lo riferiscono gli analisti di Canalys, secondo i quali di riflesso il market share della Mela è sceso dal 46,7% al 36,3%. In ogni caso, da gennaio a marzo gli esperti stimano che Apple abbia comunque registrato 4 milioni di nuovi utenti del Watch, portando la base installata a circa 70 milioni. Sempre secondo gli esperti, tra aprile e giugno la compagnia californiana venderà il suo centomilionesimo Apple Watch, riporta Ansa.

Huawei e Samsung al secondo e terzo gradino del podio

Dopo Apple, Huawei, un po’ a sorpresa, si piazza al secondo posto, con 2,1 milioni di smartwatch, e una crescita annua che tocca addirittura il 113%. Samsung rincorre i primi due, e si piazza in terza posizione, facendo registrare 1,8 milioni di unità spedite, in aumento rispetto agli 1,2 milioni dello scorso anno. Ma il lancio del presunto Galaxy Watch 3 potrebbe aiutare a invertire questa tendenza, riferisce tomshw.it. Garmin e Fitbit, poi, ottengono rispettivamente la quarta e la quinta posizione, con un aumento rispettivamente del 24% (1,1 milioni) e del 21% (0,9 milioni).

Un dato interessenza giunge dall’America, che per la prima volta non ha rappresentato il Paese con il maggior numero di vendite nel campo degli orologi smart. La domanda infatti ha coperto solamente un terzo di quella mondiale, e se le richieste per gli Apple Watch sono cresciute costantemente nei mercati esteri, negli Stati Uniti e in Europa le vendite hanno subito un rallentamento.

La Cina traina le spedizioni toccando quota 66%

Ed è la Cina ad avere registrato il maggior aumento nelle spedizioni di smartwatch, toccando quota 66%. Anche qui, Apple domina il mercato, seguita a non troppa distanza, da Xiaomi.

I prossimi mesi dovrebbero segnare un aumento importante anche degli altri marchi interni al mercato, con un maggior interesse anche per le soluzioni offerte da Huawei e Oppo. Inoltre, pur non trattandosi di uno smartwatch, ma comunque di dispositivi indossabili, gli AirPods hanno fatto segnare un crescente interesse, oltre ogni aspettativa, soprattutto nei Paesi del Nord America. E risultati molto incoraggianti sono arrivati anche dal sud-est asiatico e dall’America Latina.

Nella Fase 2 il digitale continua a crescere e si normalizza la fruizione TV

La crisi legata all’emergenza Coronavirus ha modificato profondamente le abitudini e i comportamenti degli italiani, anche per quanto riguarda la multimedialità. Se durante il lockdown gli italiani hanno incrementato il tempo passato davanti alla TV con la Fase 2 la fruizione sta ritornando a livelli normali. Continua invece a crescere a ritmi sostenuti il Digitale, che per gli italiani sembra essere diventato un’abitudine consolidata, Boomer compresi. Secondo l’indagine GfK Sinottica, che monitora settimanalmente i comportamenti reali di consumo degli italiani, nelle prime settimane della crisi e durante il lockdown il tempo speso davanti alla TV è infatti aumentato del +18% rispetto al periodo antecedente l’epidemia, mentre il tempo dedicato agli strumenti digitali tra il 21 febbraio e il 3 maggio 2020 è cresciuto del +25%.

Scende il tempo passato davanti alla TV, soprattutto fa i più giovani

Durante il lockdown gli italiani si sono rivolti alla TV per cercare informazioni su Covid-19, ma anche per intrattenersi nel lungo periodo passato in casa. Dall’indagine GfK Sinottica risulta significativo l’incremento di tempo dedicato alla TV tra i più giovani, con un +24% di incremento da parte della Generazione Z (14-24 anni) verificato tra il 21 febbraio e il 3 maggio. Con la Fase 2 le cose sono però cambiate. Dalle rilevazioni GfK Sinottica nella prima settimana di maggio il tempo speso davanti alla TV è cresciuto del +1%, e nella seconda settimana del +3%, tornando quasi ai livelli precedenti l’emergenza Coronavirus.

Una normalizzazione delle abitudini di fruizione

Si tratta di una normalizzazione delle abitudini di fruizione  dovuta probabilmente al ritorno al lavoro di molte persone, e più in generale, alla possibilità di uscire dalla propria abitazione. Il trend è ancora più marcato per la Generazione Z, che nella seconda settimana di Fase 2 ha visto diminuire del -3% il tempo speso davanti alla TV.

Tra smart working, didattica a distanza e video aperitivi, durante il lockdown il digitale è invece entrato a far parte in maniera significativa della vita quotidiana degli italiani. I dati GfK Sinottica mostrano come le persone hanno utilizzato il digitale per informarsi, fare la spesa, lavorare, socializzare e anche per intrattenersi, sviluppando nuove abitudini che sembrano destinate a continuare anche nella Fase 2.

I Baby Boomer sempre più digitali

Di fatto, secondo le rilevazioni GfK Sinottica il tempo speso per tutti gli strumenti digitali nella settimana tra il 4 e il 10 maggio è cresciuto ancora del +20%, e tra l’11 e il 17 maggio del +24%.  Questo incremento si riscontra anche nelle fasce più mature della popolazione, quelle che prima dell’emergenza Coronavirus avevano meno familiarità con il digitale. Ad esempio, se tra i Baby Boomer (55-74 anni) la crescita è stata del +26% nelle prime settimane di emergenza e durante il lockdown, in questo caso la crescita continua anche nella Fase 2, con un +24% nella settimana compresa tra l’11 e il 17 maggio.

La casa è diventata il nostro mondo, prendersene cura è una priorità

Costretti dall’emergenza non siamo mai stati così tanto in casa come in questo periodo. E anche durante la Fase 2, con l’allentamento del rigore del lockdown, sia per prudenza sia per necessità imposte da lavoro e scuola a distanza, continueremo a vivere la casa come il centro della nostra vita quotidiana.

La casa, insomma, è diventata il centro del nostro mondo. E secondo un report di Veepee, azienda francese di e-commerce, prendersene cura è la priorità per il 53% degli intervistati. Passare tanto tempo a casa vuol dire però dedicarsi di più anche ai propri figli, che si trovano ad avere i genitori accanto tutto il giorno, anziché solo a cena come accadeva prima.

Cambiano le abitudini, ma non la necessità di mantenere i contatti

Parallelamente alle attività casalinghe ludiche o di svago continuano i compiti e le lezioni, ormai parte della nuova routine per chi ha figli in età scolastica. In questo, come in altri ambiti, la tecnologia assume un ruolo sempre più importante, e accelera la tendenza già in atto di ricorrere in maniera sempre più frequente all’e-commerce per ogni genere di acquisto. Ma in questo periodo in cui anche la socialità è cambiata per non perdere il contatto con amici e familiari gli italiani hanno scoperto nuovi modi di comunicare. Più dell’80% organizza video-aperitivi e video call, oltre alle telefonate (45%) e ai messaggi vocali (49%).

Lasciare libero spazio alla creatività e coltivare le relazioni sociali

Il 71% degli intervistati dichiara di lasciare libero spazio alla creatività inventandosi piccole attività manuali, giocando con i giochi di società, suonando e cantando insieme, o ascoltando musica. Il 40% invece trascorre la maggior parte della giornata guardando serie tv, cartoni animati o film per bambini. Coltivare e mantenere i rapporti rimane però una delle priorità. Pensare a un pranzo insieme ai propri cari insieme, appena sarà possibile, è ciò che maggiormente si desidera. Al secondo posto, secondo il sondaggio, figura il riappropriarsi delle piccole gioie, concedendosi una passeggiata all’aria aperta o fare una gita fuori porta, al mare o in montagna (42%).

In attesa dello shopping nei negozi i casalinghi si acquistano online

Se al terzo posto di ciò che più si desidera fare appena sarà possibile figura lo shopping “dal vero”,  nei negozi della propria città, a partire dal mese di marzo la piattaforma ha implementato la sezione #aCasa, che offre una vasta scelta di prodotti per tutta la famiglia “in quarantena”. Dagli alimenti agli attrezzi da cucina per preparare anche pizza e pane fino ai giochi per bambini, gli outfit per stare comodi fra le mura domestiche e i prodotti beauty per vivere al meglio la clausura, online si trova tutto ciò che può alleviare la clausura forzata.

I prodotti più acquistati sulla piattaforma? Oggetti e tessuti per la casa (quasi il 40% degli intervistati), prodotti alimentari per sperimentare nuove ricette (28%) e prodotti di bellezza per i momenti di relax (25%).

Un terzo delle famiglie italiane non ha un pc

La fotografia scattata dalla ricerca Istat Spazi in casa e disponibilità di computer per bambini e ragazzi, relativo agli anni 2018-2019, mette chiaramente in luce il divario digitale presente all’interno delle case degli italiani. Dalla ricerca emerge infatti che un terzo delle famiglie nella propria casa non ha un computer o un tablet, nonostante la quota scenda al 14,3% tra le famiglie con almeno un minore. E se solo per il 22,2% delle famiglie italiane ogni componente ha a disposizione un pc o un tablet, è nel Mezzogiorno che i dati sono più allarmanti.

Nelle regioni del Sud Italia il 41,6% delle famiglie è senza computer in casa, mentre nelle altre aree del Paese la media si attesta a circa il 30%.

Oltre il 60% di bambini e ragazzi condivide il computer con la famiglia

Calabria e Sicilia sono in testa nella classifica del digital divide, rispettivamente con la quota del 46% e del 44,4% di famiglie prive di pc o tablet.

Al Sud, inoltre, il numero di chi ha a disposizione almeno un computer per ciascun componente della famiglia scende al 14,1%, contro il 22,2% della media italiana. In generale, oltre il 60% di bambini e ragazzi condivide il pc o il tablet con la famiglia. Se a questo si aggiunge poi che quattro minori su dieci vivono in case sovraffollate, allora il quadro è ancora più grave, considerata l’emergenza sanitaria che al momento costringe tutti a casa.

Marcate differenze territoriali fra Nord e Sud

Nelle regioni del Nord la proporzione di famiglie con almeno un computer in casa è maggiore. In particolare a Trento, Bolzano e in Lombardia oltre il 70% delle famiglie possiede un computer, e la quota supera il 70% anche nel Lazio.

Al Nord, inoltre, la quota di famiglie in cui tutti i componenti hanno un pc sale al 26,3%, riferisce Ansa. Rispetto alla dimensione del comune, la percentuale più alta di famiglie senza computer si osserva nei comuni di piccole dimensioni, la più bassa nelle aree metropolitane. Se si considerano le famiglie con minori, la quota di quante non hanno un computer scende al 14,3%, ma le differenze territoriali risultano ancora più accentuate con valori che vanno dall’8,1% del Nord-Ovest (6% in Lombardia) al 21,4% del Sud. 

Meno di un ragazzo su tre presenta alte competenze digitali

Meno di un ragazzo su tre, inoltre, presenta alte competenze digitali (il 30,2%, pari a circa 700 mila ragazzi), il 3% non ha alcuna competenza digitale mentre circa i due terzi presentano competenze digitali basse o di base.

Le ragazze presentano complessivamente livelli leggermente più elevati di competenze digitali (il 32% dichiara alte competenze digitali contro il 28,7% dei coetanei). Anche in questo caso dal punto di vista territoriale è abbastanza evidente il gradiente Nord-Mezzogiorno, con le regioni del Nord-Est che presentano i livelli più elevati su quasi tutte le competenze digitali.

Coronavirus, boom per vendite ed e-commerce

Tra lunedì 24 febbraio e domenica 1 marzo le vendite della Grande Distribuzione Organizzata hanno registrato trend di crescita a doppia cifra rispetto alla stessa settimana del 2019. Un’impennata del 12,2%, causata dall’emergenza Coronavirus, che per l’e-commerce ha generato un vero e proprio boom. Secondo un’indagine di Nielsen i prodotto di largo consumo venduti online sono aumentati infatti dell’81%, circa 30 punti percentuali in più rispetto alla settimana precedente.

Il Sud Italia registra gli incrementi più alti su base tendenziale

Dall’analisi condotta da Nielsen emerge che la tendenza si è invertita nell’ultima settimana di febbraio. Se infatti nei sette giorni precedenti era il Nord Ovest a trainare la crescita, la settimana che si è chiusa domenica 1 marzo ha visto il Sud Italia registrare gli incrementi più alti su base tendenziale, pari 15,8%. Seguono Centro e il Nord Est, entrambi con una percentuale di crescita pari a +12,8%, e il Nord Ovest, in trend sempre molto positivo (+9,9%), ma, in questo caso, sotto la media nazionale.

Discount, Specialisti Drug, e supermercati crescono a doppia cifra

Se si analizzano i vari format distributivi, a registrare i trend di crescita più alti sono i discount (+17,8%), seguiti dagli Specialisti Drug (+17,5%). Anche i supermercati crescono però a doppia cifra (+14,6%), così come i liberi servizi (+10,8%). In lieve frenata invece gli ipermercati, che registrano una performance positiva, ma sotto la media (+7,1%), anche in conseguenza della chiusura di alcuni punti vendita nei centri commerciali. In controtendenza, invece, il dato dei format Cash & Carry, che ha fatto segnare un trend negativo (-9,22%) dovuto alle difficoltà dei player HoReCa (ospitalità e ristorazione), che utilizzano questo canale come fonte di approvvigionamento, riporta Askanews.

La filiera del largo consumo dimostra capacità di soddisfare una domanda anomala

Si tratta di una nuova spinta alla spesa data dalle disposizioni di evitare luoghi pubblici affollati, inclusi bar, ristoranti e altri locali. Una spinta che non riguarda “solo le apprensioni relative alla salute, ma anche la necessità di soddisfare consumi domestici aumentati – commenta Romolo de Camillis, Retailer Service Director di Nielsen Connect in Italia -. L’adozione di misure preventive anche in molte Regioni del Mezzogiorno ha impattato il trend di crescita della Gdo, che al Sud cresce di 6 punti percentuali in più che nel Nord Ovest. In una situazione eccezionale come quella di oggi, la filiera del largo consumo dimostra grande efficienza e flessibilità, che si traduce nella capacità di soddisfare una domanda anomala”.

Cyberbullismo, uno studente su 5 salta la scuola, e uno su 3 è vittima

In tutto il mondo un minore su 3 è vittima di cyberbullismo, il 71% dei minori teme le violenze sui social, e le ragazze sono più colpite dei maschi. A causa del bullismo online, poi, uno studente su cinque salta la scuola.

“Nel mondo – spiega, in occasione del Safer Internet Day, Francesco Samengo, Presidente dell’Unicef Italia – ogni 5 minuti muore un bambino a causa di violenza. Moltissimi altri convivono con le cicatrici causate da violenza fisica, sessuale e psicologica, che va dalle percosse al bullismo”.

Ma in un mondo ormai dominato dal digitale, “la violenza che i bambini affrontano nelle loro case, scuole e comunità – aggiunge Samengo – è spesso amplificata da sms, foto, video, email, chat e social media”.

A chi spetta la responsabilità di porre fine al fenomeno?

Da quanto emerge da un sondaggio condotto dall’Unicef tramite la piattaforma U-Report su 170 mila giovanissimi provenienti da 30 Paesi di tutto il mondo, un ragazzo su tre ha vissuto esperienze di cyberbullismo. Il 71% di coloro che hanno risposto al sondaggio è inoltre convinto che il cyberbullismo si verifichi soprattutto sui social, e circa il 32% pensa che i governi dovrebbero essere responsabili di porre fine a questo fenomeno. Il 31% ritiene però che questa responsabilità debba spettare ai giovani, e il 29% alle aziende di internet.

I quindicenni sono più esposti al rischio rispetto agli undicenni

“A differenza del bullismo esercitato di persona, il cyberbullismo può raggiungere la vittima dovunque, in qualsiasi momento, spesso lasciando il bambino bullizzato in uno stato di ansia costante”, continua Samengo.

Secondo i dati raccolti, poi, le ragazze hanno maggiori probabilità di essere vittime di cyberbullismo rispetto ai ragazzi. Si stima inoltre che gli studenti più grandi potrebbero essere maggiormente esposti al fenomeno rispetto a quelli più piccoli. Tra i giovani di 15 anni si riporta infatti una percentuale maggiore di atti di cyberbullismo rispetto a quelli di 11 anni, riporta Ansa.

L’aumento del cyberbullismo riflette l’espansione dell’accesso al web da parte dei bambini

In ogni caso, l’aumento del cyberbullismo riflette la rapida espansione dell’accesso dei bambini e dei giovani a internet. In sette Paesi europei, la percentuale di bambini e adolescenti tra gli 11 e i 16 anni esposti a cyberbullismo è aumentata dal 7% al 12% tra il 2010 e il 2014. Secondo l’International Telecommunication Union (Itu), inoltre, circa il 70% della popolazione giovane mondiale, tra i 15 e i 24 anni, nel 2017 risultava possedere una connessione internet. Un numero in deciso aumento, rispetto al 36% degi under 25 connessi nel 2011.

I 7 impieghi più ambiti dai giovani nel 2020

I giovani italiani prediligono i lavori digitali. E nella classifica delle mansioni più ambite non ci sono solo percorsi professionali già noti, come quello del digital marketing, ma anche gli energy manager e i legal tech, che vanno ad affiancarsi ai data scientist. La digital transformation, stando ai numeri forniti da Excelsior-Anpal, darà vita a quasi 270mila nuovi occupati. E in questo scenario non sorprende scoprire che tra i ragazzi e le ragazze che vanno a scuola oggi 6 su 10 in futuro svolgeranno professioni che attualmente neppure esistono. È quanto evidenzia una ricerca compiuta dall’Università Niccolò Cusano di Roma relativa alle sette professioni più ricercate nel 2020.

Data scientist, digital HR e legal tech

Qual è dunque il lavoro più richiesto dai giovani in questi anni? Secondo i risultati dello studio in prima posizione spicca il data scientist, colui che ha il compito di gestire i big data allo scopo di ricavarne informazioni importanti per l’azienda o il business di riferimento. Sul secondo gradino del podio si piazza il digital HR, impegnato a ricercare il personale per le aziende e a selezionarlo, avvalendosi di strumenti come Facebook e LinkedIn. In terza posizione c’è poi il legal tech, che può essere considerato una sorta di consulente legale 3.0. Non necessariamente laureato in giurisprudenza, deve padroneggiare concetti come quelli di etica del web e reputazione online, senza dimenticare la privacy e la protezione dei dati personali.

Energy manager e operation manager

In quarta posizione si trovano gli energy manager, figure professionali molto richieste dalle aziende. Stando a un report di Confindustria sono infatti più di 1 milione e mezzo i posti di lavoro disponibili. Ma cosa fa un energy manager? Definisce gli investimenti sostenibili, identifica gli sprechi alimentari, senza dimenticare la riduzione dei costi, il miglioramento della redditività d’impresa e il contenimento della quantità di rifiuti prodotti. In quinta posizione c’è poi l’operation manager, il responsabile dell’efficientamento dei processi aziendali. Un compito molto importante, considerando che attualmente circa un’azienda su quattro indica tra i propri obiettivi prioritari l’incremento della produttività e la diminuzione dei costi.

Software&app developer e digital marketing specialist La classifica delle 7 figure professionali all’avanguardia nel mondo del lavoro vede in sesta e settima posizione il software&app developer e il digital marketing specialist. Nel primo caso si parla di circa 1 milione 200mila posti di lavoro a disposizione di chi è in grado di creare software per applicativi o infrastrutture web. Nel secondo, il ruolo prevede la progettazione di strategie di comunicazione e di marketing su Internet. Classifiche a parte, per l’economia del nostro Paese sono tre i settori che possono essere considerati trainanti, l’ecosostenibilità, con 481mila posti di lavoro tra Blue Economy e Green Economy, la rivoluzione digitale, con 267mila posti di lavoro tra IoT, AI e big data. E il settore della cultura, del patrimonio artistico e della formazione, con 455mila posti di lavoro tra industria culturale, turismo ed education

Dispositivi indossabili in crescita del 94% in un anno. Trainano gli auricolari

Nel corso del terzo trimestre 2019 le consegne di dispositivi indossabili a livello mondiale sono quasi raddoppiate, arrivando alla cifra record di 84,5 milioni di unità vendute, con un incremento del 94,6% su base annua. Lo hanno rilevato gli analisti di Idc, la società mondiale di ricerche di mercato, secondo i quali a trainare il settore dei dispositivi wearable è la forte domanda di auricolari e cuffie senza fili, che rappresentano quasi la metà delle consegne complessive. E un terzo del mercato è in mano a Apple, che nello stesso periodo ha triplicato le consegne.

Cuffie e auricolari smart raggiungono 40,7 milioni di unità commercializzate

Da luglio a settembre di quest’anno, cuffie e auricolari smart hanno raggiunto i 40,7 milioni di unità commercializzate, con un incremento del 242,4% rispetto agli 11,9 milioni del terzo trimestre dell’anno passato.

“Auricolari e cuffie sono diventati il nuovo prodotto di riferimento per il mercato dei dispositivi indossabili – ha affermato il ricercatore di Idc Ramon T. Llamas. Il fenomeno è iniziato con i produttori di smartphone che hanno eliminato la presa jack per le cuffie, favorendo la domanda di cuffie senza fili – ha spiegato l’analista -. In seguito l’offerta si è arricchita con prodotti più funzionali e dalle forme diversificate. dai minuscoli auricolari ‘true wireless’ alle grandi cuffie ‘over-the-air'”.

Bracciali per il fitness e smartwatch al secondo e terzo posto dei più venduti

Dopo le cuffie e gli auricolari smart al secondo posto della classifica dei wearable più venduti si posizionano i bracciali per il fitness, con 19,2 milioni di unità consegnate, seguiti dagli smartwatch, con 17,6 milioni di dispositivi commercializzati a livello globale. Tra le aziende, Apple si conferma la regina del settore, soprattutto grazie alla popolarità dell’Apple Watch, degli AirPods (gli auricolari bluetooth senza fili), e delle cuffie wireless Beats, riporta una notizia Ansa.

Apple detiene oltre un terzo del mercato wearable. Seconda Xiaomi e terza Samsung

L’azienda di Cupertino, con 29,5 milioni di dispositivi consegnati, ha infatti triplicato i volumi rispetto ai 10 milioni del terzo trimestre 2018, ed è arrivata a detenere oltre un terzo del mercato. Al secondo posto per quote di mercato c’è la cinese Xiaomi, con 12,4 milioni di consegne, mentre terza è Samsung, con 8,3 milioni di dispositivi commercializzati. Fuori dal podio Huawei, con 7,1 milioni, il triplo rispetto ai 2,3 milioni di un anno fa, e l’americana Fitbit, con 3,5 milioni.

Lavoro, nei prossimi cinque anni il 60% delle richieste sarà per laureati e diplomati

Quello del lavoro è uno dei punti cardine più critici della nostra società attuale. E le difficoltà per i ragazzi di trovare un’occupazione nel prossimo futuro sono cosa nota. A questi dati non esattamente rosei si aggiunge ora un ulteriore avvertimento, che però può servire da indicazione per chi è ancora sui banchi di scuola: nei prossimi 5 anni il fabbisogno occupazionale riguarderà per oltre il 60% laureati e diplomati, e per oltre il 35% le professioni tecniche e ad elevata specializzazione. Il dato emerge dal nuovo Report Excelsior di Unioncamere e Anpal sui fabbisogni occupazionali 2019-2023. “La scelta del percorso di studio è uno dei momenti più importanti della vita dei nostri giovani”, sottolinea il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli. “Fornire ai ragazzi e alle famiglie le informazioni più aggiornate sulle tendenze del mercato del lavoro e sulle professioni che offrono le migliori opportunità per il futuro è fondamentale. Su questo fronte le Camere di commercio sono molto impegnate, con l’obiettivo di ridurre il più possibile il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro”.

Come cambieranno le assunzioni nel prossimo quinquennio

Nei prossimi cinque anni, ovvero tra il 2019 e il 2023, il report stima che saranno necessari tra i 3 e i 3,2 milioni di nuovi occupati per soddisfare le esigenze produttive delle imprese e della pubblica amministrazione. Anche in presenza di una crescita economica molto contenuta (variazione del PIL compresa tra +0,6% e +0,9%, in media annua tra il 2019 e il 2023), sarà necessario affrontare il naturale turnover sul mercato del lavoro che da solo determinerà oltre l’80% del fabbisogno (2,6 milioni di lavoratori nel quinquennio). La crescita economica, d’altra parte, potrà al massimo generare, a seconda della sua intensità e in maniera molto differenziata nei diversi settori, una quota di nuovi posti di lavoro che va dalle 352mila alle 535mila unità.

Le più richieste? Lauree in ambito medico-sanitario

In base alle stime, la domanda di personale laureato dovrebbe attestarsi tra le 959mila e le 1.014unità, e privilegerà l’indirizzo medico-sanitario. Per quanto riguarda i diplomi, nel quinquennio le imprese richiederanno personale diplomato principalmente nell’indirizzo amministrazione, finanza e marketing, con un fabbisogno che potrebbe oscillare tra 279mila e 302mila unità, e in quello industria e artigianato, con una domanda complessiva tra 211mila e 235mila unità. Si attende anche un forte domanda di diplomati in ambito turismo, con una richiesta compresa fra le 79mila e le 82mila figure.

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