AuthorIsabella Carrasco

Coronavirus, boom per vendite ed e-commerce

Tra lunedì 24 febbraio e domenica 1 marzo le vendite della Grande Distribuzione Organizzata hanno registrato trend di crescita a doppia cifra rispetto alla stessa settimana del 2019. Un’impennata del 12,2%, causata dall’emergenza Coronavirus, che per l’e-commerce ha generato un vero e proprio boom. Secondo un’indagine di Nielsen i prodotto di largo consumo venduti online sono aumentati infatti dell’81%, circa 30 punti percentuali in più rispetto alla settimana precedente.

Il Sud Italia registra gli incrementi più alti su base tendenziale

Dall’analisi condotta da Nielsen emerge che la tendenza si è invertita nell’ultima settimana di febbraio. Se infatti nei sette giorni precedenti era il Nord Ovest a trainare la crescita, la settimana che si è chiusa domenica 1 marzo ha visto il Sud Italia registrare gli incrementi più alti su base tendenziale, pari 15,8%. Seguono Centro e il Nord Est, entrambi con una percentuale di crescita pari a +12,8%, e il Nord Ovest, in trend sempre molto positivo (+9,9%), ma, in questo caso, sotto la media nazionale.

Discount, Specialisti Drug, e supermercati crescono a doppia cifra

Se si analizzano i vari format distributivi, a registrare i trend di crescita più alti sono i discount (+17,8%), seguiti dagli Specialisti Drug (+17,5%). Anche i supermercati crescono però a doppia cifra (+14,6%), così come i liberi servizi (+10,8%). In lieve frenata invece gli ipermercati, che registrano una performance positiva, ma sotto la media (+7,1%), anche in conseguenza della chiusura di alcuni punti vendita nei centri commerciali. In controtendenza, invece, il dato dei format Cash & Carry, che ha fatto segnare un trend negativo (-9,22%) dovuto alle difficoltà dei player HoReCa (ospitalità e ristorazione), che utilizzano questo canale come fonte di approvvigionamento, riporta Askanews.

La filiera del largo consumo dimostra capacità di soddisfare una domanda anomala

Si tratta di una nuova spinta alla spesa data dalle disposizioni di evitare luoghi pubblici affollati, inclusi bar, ristoranti e altri locali. Una spinta che non riguarda “solo le apprensioni relative alla salute, ma anche la necessità di soddisfare consumi domestici aumentati – commenta Romolo de Camillis, Retailer Service Director di Nielsen Connect in Italia -. L’adozione di misure preventive anche in molte Regioni del Mezzogiorno ha impattato il trend di crescita della Gdo, che al Sud cresce di 6 punti percentuali in più che nel Nord Ovest. In una situazione eccezionale come quella di oggi, la filiera del largo consumo dimostra grande efficienza e flessibilità, che si traduce nella capacità di soddisfare una domanda anomala”.

Cyberbullismo, uno studente su 5 salta la scuola, e uno su 3 è vittima

In tutto il mondo un minore su 3 è vittima di cyberbullismo, il 71% dei minori teme le violenze sui social, e le ragazze sono più colpite dei maschi. A causa del bullismo online, poi, uno studente su cinque salta la scuola.

“Nel mondo – spiega, in occasione del Safer Internet Day, Francesco Samengo, Presidente dell’Unicef Italia – ogni 5 minuti muore un bambino a causa di violenza. Moltissimi altri convivono con le cicatrici causate da violenza fisica, sessuale e psicologica, che va dalle percosse al bullismo”.

Ma in un mondo ormai dominato dal digitale, “la violenza che i bambini affrontano nelle loro case, scuole e comunità – aggiunge Samengo – è spesso amplificata da sms, foto, video, email, chat e social media”.

A chi spetta la responsabilità di porre fine al fenomeno?

Da quanto emerge da un sondaggio condotto dall’Unicef tramite la piattaforma U-Report su 170 mila giovanissimi provenienti da 30 Paesi di tutto il mondo, un ragazzo su tre ha vissuto esperienze di cyberbullismo. Il 71% di coloro che hanno risposto al sondaggio è inoltre convinto che il cyberbullismo si verifichi soprattutto sui social, e circa il 32% pensa che i governi dovrebbero essere responsabili di porre fine a questo fenomeno. Il 31% ritiene però che questa responsabilità debba spettare ai giovani, e il 29% alle aziende di internet.

I quindicenni sono più esposti al rischio rispetto agli undicenni

“A differenza del bullismo esercitato di persona, il cyberbullismo può raggiungere la vittima dovunque, in qualsiasi momento, spesso lasciando il bambino bullizzato in uno stato di ansia costante”, continua Samengo.

Secondo i dati raccolti, poi, le ragazze hanno maggiori probabilità di essere vittime di cyberbullismo rispetto ai ragazzi. Si stima inoltre che gli studenti più grandi potrebbero essere maggiormente esposti al fenomeno rispetto a quelli più piccoli. Tra i giovani di 15 anni si riporta infatti una percentuale maggiore di atti di cyberbullismo rispetto a quelli di 11 anni, riporta Ansa.

L’aumento del cyberbullismo riflette l’espansione dell’accesso al web da parte dei bambini

In ogni caso, l’aumento del cyberbullismo riflette la rapida espansione dell’accesso dei bambini e dei giovani a internet. In sette Paesi europei, la percentuale di bambini e adolescenti tra gli 11 e i 16 anni esposti a cyberbullismo è aumentata dal 7% al 12% tra il 2010 e il 2014. Secondo l’International Telecommunication Union (Itu), inoltre, circa il 70% della popolazione giovane mondiale, tra i 15 e i 24 anni, nel 2017 risultava possedere una connessione internet. Un numero in deciso aumento, rispetto al 36% degi under 25 connessi nel 2011.

I 7 impieghi più ambiti dai giovani nel 2020

I giovani italiani prediligono i lavori digitali. E nella classifica delle mansioni più ambite non ci sono solo percorsi professionali già noti, come quello del digital marketing, ma anche gli energy manager e i legal tech, che vanno ad affiancarsi ai data scientist. La digital transformation, stando ai numeri forniti da Excelsior-Anpal, darà vita a quasi 270mila nuovi occupati. E in questo scenario non sorprende scoprire che tra i ragazzi e le ragazze che vanno a scuola oggi 6 su 10 in futuro svolgeranno professioni che attualmente neppure esistono. È quanto evidenzia una ricerca compiuta dall’Università Niccolò Cusano di Roma relativa alle sette professioni più ricercate nel 2020.

Data scientist, digital HR e legal tech

Qual è dunque il lavoro più richiesto dai giovani in questi anni? Secondo i risultati dello studio in prima posizione spicca il data scientist, colui che ha il compito di gestire i big data allo scopo di ricavarne informazioni importanti per l’azienda o il business di riferimento. Sul secondo gradino del podio si piazza il digital HR, impegnato a ricercare il personale per le aziende e a selezionarlo, avvalendosi di strumenti come Facebook e LinkedIn. In terza posizione c’è poi il legal tech, che può essere considerato una sorta di consulente legale 3.0. Non necessariamente laureato in giurisprudenza, deve padroneggiare concetti come quelli di etica del web e reputazione online, senza dimenticare la privacy e la protezione dei dati personali.

Energy manager e operation manager

In quarta posizione si trovano gli energy manager, figure professionali molto richieste dalle aziende. Stando a un report di Confindustria sono infatti più di 1 milione e mezzo i posti di lavoro disponibili. Ma cosa fa un energy manager? Definisce gli investimenti sostenibili, identifica gli sprechi alimentari, senza dimenticare la riduzione dei costi, il miglioramento della redditività d’impresa e il contenimento della quantità di rifiuti prodotti. In quinta posizione c’è poi l’operation manager, il responsabile dell’efficientamento dei processi aziendali. Un compito molto importante, considerando che attualmente circa un’azienda su quattro indica tra i propri obiettivi prioritari l’incremento della produttività e la diminuzione dei costi.

Software&app developer e digital marketing specialist La classifica delle 7 figure professionali all’avanguardia nel mondo del lavoro vede in sesta e settima posizione il software&app developer e il digital marketing specialist. Nel primo caso si parla di circa 1 milione 200mila posti di lavoro a disposizione di chi è in grado di creare software per applicativi o infrastrutture web. Nel secondo, il ruolo prevede la progettazione di strategie di comunicazione e di marketing su Internet. Classifiche a parte, per l’economia del nostro Paese sono tre i settori che possono essere considerati trainanti, l’ecosostenibilità, con 481mila posti di lavoro tra Blue Economy e Green Economy, la rivoluzione digitale, con 267mila posti di lavoro tra IoT, AI e big data. E il settore della cultura, del patrimonio artistico e della formazione, con 455mila posti di lavoro tra industria culturale, turismo ed education

Dispositivi indossabili in crescita del 94% in un anno. Trainano gli auricolari

Nel corso del terzo trimestre 2019 le consegne di dispositivi indossabili a livello mondiale sono quasi raddoppiate, arrivando alla cifra record di 84,5 milioni di unità vendute, con un incremento del 94,6% su base annua. Lo hanno rilevato gli analisti di Idc, la società mondiale di ricerche di mercato, secondo i quali a trainare il settore dei dispositivi wearable è la forte domanda di auricolari e cuffie senza fili, che rappresentano quasi la metà delle consegne complessive. E un terzo del mercato è in mano a Apple, che nello stesso periodo ha triplicato le consegne.

Cuffie e auricolari smart raggiungono 40,7 milioni di unità commercializzate

Da luglio a settembre di quest’anno, cuffie e auricolari smart hanno raggiunto i 40,7 milioni di unità commercializzate, con un incremento del 242,4% rispetto agli 11,9 milioni del terzo trimestre dell’anno passato.

“Auricolari e cuffie sono diventati il nuovo prodotto di riferimento per il mercato dei dispositivi indossabili – ha affermato il ricercatore di Idc Ramon T. Llamas. Il fenomeno è iniziato con i produttori di smartphone che hanno eliminato la presa jack per le cuffie, favorendo la domanda di cuffie senza fili – ha spiegato l’analista -. In seguito l’offerta si è arricchita con prodotti più funzionali e dalle forme diversificate. dai minuscoli auricolari ‘true wireless’ alle grandi cuffie ‘over-the-air'”.

Bracciali per il fitness e smartwatch al secondo e terzo posto dei più venduti

Dopo le cuffie e gli auricolari smart al secondo posto della classifica dei wearable più venduti si posizionano i bracciali per il fitness, con 19,2 milioni di unità consegnate, seguiti dagli smartwatch, con 17,6 milioni di dispositivi commercializzati a livello globale. Tra le aziende, Apple si conferma la regina del settore, soprattutto grazie alla popolarità dell’Apple Watch, degli AirPods (gli auricolari bluetooth senza fili), e delle cuffie wireless Beats, riporta una notizia Ansa.

Apple detiene oltre un terzo del mercato wearable. Seconda Xiaomi e terza Samsung

L’azienda di Cupertino, con 29,5 milioni di dispositivi consegnati, ha infatti triplicato i volumi rispetto ai 10 milioni del terzo trimestre 2018, ed è arrivata a detenere oltre un terzo del mercato. Al secondo posto per quote di mercato c’è la cinese Xiaomi, con 12,4 milioni di consegne, mentre terza è Samsung, con 8,3 milioni di dispositivi commercializzati. Fuori dal podio Huawei, con 7,1 milioni, il triplo rispetto ai 2,3 milioni di un anno fa, e l’americana Fitbit, con 3,5 milioni.

Lavoro, nei prossimi cinque anni il 60% delle richieste sarà per laureati e diplomati

Quello del lavoro è uno dei punti cardine più critici della nostra società attuale. E le difficoltà per i ragazzi di trovare un’occupazione nel prossimo futuro sono cosa nota. A questi dati non esattamente rosei si aggiunge ora un ulteriore avvertimento, che però può servire da indicazione per chi è ancora sui banchi di scuola: nei prossimi 5 anni il fabbisogno occupazionale riguarderà per oltre il 60% laureati e diplomati, e per oltre il 35% le professioni tecniche e ad elevata specializzazione. Il dato emerge dal nuovo Report Excelsior di Unioncamere e Anpal sui fabbisogni occupazionali 2019-2023. “La scelta del percorso di studio è uno dei momenti più importanti della vita dei nostri giovani”, sottolinea il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli. “Fornire ai ragazzi e alle famiglie le informazioni più aggiornate sulle tendenze del mercato del lavoro e sulle professioni che offrono le migliori opportunità per il futuro è fondamentale. Su questo fronte le Camere di commercio sono molto impegnate, con l’obiettivo di ridurre il più possibile il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro”.

Come cambieranno le assunzioni nel prossimo quinquennio

Nei prossimi cinque anni, ovvero tra il 2019 e il 2023, il report stima che saranno necessari tra i 3 e i 3,2 milioni di nuovi occupati per soddisfare le esigenze produttive delle imprese e della pubblica amministrazione. Anche in presenza di una crescita economica molto contenuta (variazione del PIL compresa tra +0,6% e +0,9%, in media annua tra il 2019 e il 2023), sarà necessario affrontare il naturale turnover sul mercato del lavoro che da solo determinerà oltre l’80% del fabbisogno (2,6 milioni di lavoratori nel quinquennio). La crescita economica, d’altra parte, potrà al massimo generare, a seconda della sua intensità e in maniera molto differenziata nei diversi settori, una quota di nuovi posti di lavoro che va dalle 352mila alle 535mila unità.

Le più richieste? Lauree in ambito medico-sanitario

In base alle stime, la domanda di personale laureato dovrebbe attestarsi tra le 959mila e le 1.014unità, e privilegerà l’indirizzo medico-sanitario. Per quanto riguarda i diplomi, nel quinquennio le imprese richiederanno personale diplomato principalmente nell’indirizzo amministrazione, finanza e marketing, con un fabbisogno che potrebbe oscillare tra 279mila e 302mila unità, e in quello industria e artigianato, con una domanda complessiva tra 211mila e 235mila unità. Si attende anche un forte domanda di diplomati in ambito turismo, con una richiesta compresa fra le 79mila e le 82mila figure.

Robot, Intelligenza artificiale e lavoro: italiani ottimisti o spaventati?

Se le conosci, non fanno paura. Stiamo parlando delle nuove tecnologie, sempre più presenti nella vita personale e lavorativa. E che la “frequentazione” sia un ottimo modo per superare le riserve emerge con chiarezza dal secondo rapporto Aidp-Lablaw 2019 a cura di Doxa su ‘Robot, Intelligenza artificiale e lavoro’ in Italia, presentato recentemente al Cnel. Ecco qualche dato emerso dall’indagine: per il 94% degli intervistati, “l’utilizzo dei robot e dell’Ia ha portato a scoperte e risultati un tempo impensabili, per l’89% è necessario per svolgere le attività troppo faticose e pericolose per l’uomo e non potrà mai sostituire completamente l’intervento dell’uomo. Contribuisce, poi, a migliorare il benessere e la qualità della vita (87%)”. Nonostante queste altissime percentuali di ottimismo, c’è però ancora da fare: il 92% del campione afferma che siano necessarie nuove leggi e normative per regolamentare la materia ed esplorarne tutte le opportunità.

Ci sono anche i pessimisti

Ovviamente, non manca una grande fetta di popolazione che ancora storce il naso nei confronti di robot e intelligenza artificiale. I timori sono legati al rischio di perdita di posti di lavoro (per il 70% del campione), e del possibile predominio della macchina sull’uomo (50%). I meno “spaventati” sono soprattutto i giovani sotto i 35 anni, maschi, con un elevato titolo di studio e una buona classe sociale e professionale. In generale, questi sistemi suscitano un sentimento positivo soprattutto presso le persone che già li conoscono (94%), mentre chi ne è a digiuno ha una percentuale di “positività” che si ferma al 38%.

Quali sono gli ambiti di maggiore utilità per l’Ia secondo gli italiani

Per il 53% l’ambito di maggiore utilità è nella logistica e nei trasporti, per il 51% nel settore manifatturiero e nell’industria, per il 50% nella medicina e nei servizi sanitari, per il 48% nel settore militare, nella sicurezza e nel settore automobilistico. Non mancano dati curiosi: ad esempio, per il 40% tra i settori di applicazione spicca quello delle pulizie domestiche mentre per il 32% quello dell’assistenza agli anziani. Tra i settori che invece non si vorrebbero coinvolti nella rivoluzione robotica c’è la scuola. Però, è altrettanto vero che se per cogliere le opportunità anche occupazionali delle nuove tecnologie è fondamentale investire sulla formazione 4.0, allora questa formazione  deve necessariamente passare  da un grande e strategico investimento sulla scuola e l’istruzione. Complessivamente, alla domanda ‘quale opinione hai dei robot e dell’intelligenza artificiale’, l’87% del campione ha risposto positivamente (di cui il 12% molto positiva), il 6% nessuna opinione e solo l’8% negativa.

Per la Generazione Z viaggiare è “la” priorità assoluta

Cosa desiderino i giovani della Generazione Z? Soprattutto viaggiare. E nonostante siano ancora molto giovani circa il 70% dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni ha già creato una lista delle mete da visitare almeno una volta nella vita. Per il 65% degli appartenenti a questa generazione viaggiare è infatti la priorità assoluta per quanto riguarda l’intenzione di spesa per i prossimi cinque anni, ancora più importante di risparmiare per l’acquisto della prima casa (60%). Ma più di sei su dieci (63%) è ben consapevole dell’impatto che i viaggi hanno sull’ambiente, e si dice disposto a evitare mete “affette” dal turismo di massa.

Una meraviglia della natura o un parco divertimenti

Booking.com, il sito di ricerca e prenotazione alloggi per vacanza, ha condotto uno studio mondiale su oltre 22.000 partecipanti di 29 mercati, raccogliendo informazioni sul modo di viaggiare proprio della Generazione Z.

Secondo lo studio la Generazione Z sa cosa vuole. E per il 49% degli intervistati si tratta di visitare una meraviglia della natura, o un parco divertimenti (38%), o ancora, fare una vacanza che abbia un impatto positivo sulla comunità locale (44%), o viaggiare a piedi (21%). Per quanto riguarda le esperienze, quelle più interessanti per questa generazione sono attrazioni (67%), eventi (59%), attività avventurose (56%) trekking in mete estreme (52%), e viaggi di volontariato (37%).

Dal Caño Cristales in Colombia al Ferrari World di Abu Dhabi

Ma dove vogliono viaggiare i GenZ? Booking.com ha analizzato più di 150.000 mete in tutto il mondo per trovare gli alloggi ideali dove i sogni della Generazione Z possono diventare realtà. Tra questi, Booking.com suggerisce il fiume dei cinque colori, in Colombia, chiamato anche Caño Cristales, che si trova nel Parco Nazionale della Sierra de La Macarena. E soggiornare al Manigua Lodge, immerso nel cuore della giungla, è il modo migliore per riscoprire il contatto con la natura più incontaminata. Tra i circa sette viaggiatori su dieci interessati a visitare un’attrazione, il 38% vorrebbe scoprire un parco divertimenti. E a loro Booking.com indica Il Ferrari World di Abu Dhabi, il primo parco divertimenti firmato dalla storica casa di Maranello. Una tappa obbligata per tutti gli amanti della velocità e delle esperienze adrenaliniche.

Visitatori consapevoli, che amano anche partecipare agli eventi

Circa la metà (44%) dei viaggiatori della Generazione Z vuole avere un impatto positivo sulla comunità locale della meta visitata facendo volontariato, e oltre uno su cinque (21%) vorrebbe fare un viaggio a piedi, mentre più della metà (52%) vorrebbe fare trekking in una meta estrema. Tuttavia, la Generazione Z è sempre più consapevole dell’impatto negativo del turismo di massa, e il 63% deciderebbe di visitare una meta meno nota per limitare l’impatto ambientale del proprio viaggio.

Il 59% dei viaggiatori della Generazione Z vorrebbe però anche partecipare a un evento, come un concerto, un festival o un evento sportivo. E quale città è più adatta di New York per farlo? L’offerta di Booking.com Events è già attiva a New York, e offre ai viaggiatori la possibilità di vivere i migliori eventi prenotando i biglietti in tutta semplicità e senza stress.

La ricostruzione delle unghie dei piedi

L’estate è da poco è finita, e dunque anche il momento di indossare sandali per andare in spiaggia o in piscina, eppure questo non significa che non bisogna più prendersi cura delle unghie dei piedi. Molte persone sono totalmente coscienti di quello che è l’aspetto delle unghie dei propri piedi e per questo se ne prendono cura 365 giorni l’anno.

La ricostruzione delle unghie dei piedi è infatti possibile, ed è un qualcosa di abbastanza comune chiaramente quando arriva la stagione estiva e lasciamo i nostri piedi scoperti, ma non solo.

Il trattamento estetico dei piedi ha acquisito infatti un’importanza e un peso sempre crescenti nell’ambito dei trattamenti di bellezza: esso è indicato per le persone che non si sentono a proprio agio nel mostrare i propri piedi a causa del loro aspetto estetico. Questo complesso causa alle persone dei limiti quando devono scegliere le calzature da indossare o mostrare i propri piedi in luoghi come la spiaggia, e la ricostruzione delle unghie è la soluzione che può aiutarli a risolvere.

Ci sono molti episodi che possono portare ad un danno estetico o a una deformazione dell’unghia. Da rotture, tagli mal eseguiti, infezioni da micosi, patologie dell’unghia, etc.

Come si esegue la ricostruzione delle unghie

La ricostruzione delle unghie dei piedi viene eseguita solitamente applicando un gel con agenti antifungini o una resina auto polimerizzante: mediante questo materiale è possibile restituire  un aspetto normale alle unghie che presentavano distrofia, quelle staccate dalla pelle o semplicemente assenti.

La durata della nuova unghia dipenderà in gran parte dalla crescita dell’unghia naturale sottostante, ma la durata media è di solito di circa 6 settimane. Può essere applicato sia nelle donne, che sono quelle che solitamente richiedono di più questo tipo di servizio, come negli uomini ed in qualsiasi momento dell’anno.

Benefici estetici e sanitari

In molti casi questo trattamento ha non solo evidenti benefici estetici, ma anche sanitari. La ricostruzione protegge infatti l’area e favorisce una migliore crescita dell’unghia sottostante, migliora anche alcune patologie come le unghie dei piedi incarnite.

Le unghie ricostruite consentono l’applicazione di uno smalto semipermanente, quindi non solo la persona interessata può superare il suo complesso, ma avrà anche un’unghia spettacolare. È un trattamento rapido, efficace, indolore e con beneficio doppio, ma è importante che venga eseguito da un professionista per ottenere il miglior risultato con tutte le garanzie a livello igienico e di sicurezza.

Se ti piacerebbe specializzarti in questo settore, è possibile frequentare il corso unghie organizzato da Academia BSI, grazie al quale è possibile acquisire le conoscenze necessarie per apportare in sicurezza e con profitto la ricostruzione delle unghie.

Talents in Motion, il progetto che attira i cervelli in fuga

Il numero crescente di giovani che vanno all’estero penalizza il nostro Paese. “Dobbiamo invece attrarre e valorizzare capitale umano a livello internazionale sia italiano che straniero. Ecco perché è importante e strategico il progetto Talents in Motion che, in una logica pubblico-privato, contribuisce a rafforzare l’attrattività dell’Italia”.

Così Carlo Sangalli, presidente Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi, commenta il progetto Talents in Motion, la prima iniziativa di social responsibility promossa da oltre 40 grandi gruppi italiani ed esteri per dare visibilità alle opportunità offerte dal nostro Paese presso le migliaia di giovani trasferiti in altri Paesi.

Sono circa 81mila gli studenti che hanno intrapreso percorsi professionali fuori dall’Italia

Secondo gli ultimi dati disponibili il fenomeno della fuga dei cervelli ha un costo in Italia di circa 14 miliardi l’anno, equivalente a un punto percentuale del Pil. E sono circa 81mila gli studenti che hanno intrapreso percorsi professionali fuori dall’Italia, contribuendo in parte anche alla creazione del profondo divario che esiste con gli altri partner internazionali in fatto di competenze digitali.

“È noto il gap che separa il nostro Paese dai partner comunitari in termini di competenze digitali e know-how tecnologici – aggiunge  la presidente di Talents in Motion Patrizia Fontana -. Vogliamo implementare l’offerta formativa grazie al coinvolgimento delle Università italiane, accelerare lo scambio di conoscenze e favorire così l’attrattività del nostro Paese”.

Una piattaforma che connette le aziende italiane ai talenti italiani e stranieri

Talents in Motion è una piattaforma online che connette le aziende italiane ai talenti trasferiti all’estero per promuovere le opportunità di lavoro offerte in Italia, a cui dà visibilità internazionale. I talenti, anche stranieri, possono trovare sulla piattaforma anche tutte le informazioni necessarie sul contesto fiscale, legale e amministrativo, nonché articoli ad hoc che valorizzano il panorama aziendale italiano. Si tratta di un progetto su cui Patrizia Fontana ha catalizzato le energie di Camera di Commercio di Milano Monza Brianza e Lodi, Yes Milano, Regione Lombardia, Unione Confcommercio, Assolombarda, Anitec-Assinform, Confindustria Digitale e Forum della Meritocrazia.

Per gli expat il nostro è un Paese dalle scarse prospettive

Ma perché i giovani italiani di talento lasciano l’Italia? Secondo i risultati dell’indagine Talenti italiani all’estero. Perché tanti partono e pochi ritornano, condotta dall’Ufficio Studi di PwC Italia, gli expat vedono l’Italia come un Paese dalle scarse prospettive, e l’85% ritiene che il paese in cui lavora offra migliore contesto professionale e maggiori prospettive di carriera. Il 26% non tornerebbe più in Italia, anche a fronte di un’offerta più remunerativa o prestigiosa, mentre il 68% tornerebbe, ma solo a fronte di una posizione con uguale o maggiore prestigio e remunerazione, riferisce Italpress. E se il 31% è trattenuto all’estero dalle limitate prospettive di carriera e crescita professionale, il 30% teme di scontrarsi con clientelismo e corruzione. Inoltre, per il 28% gli stipendi sono troppo bassi, e il 26% dichiara che all’estero la qualità della vita è più alta.

Bilancio demografico nazionale, diminuisce la popolazione

Al 31 dicembre 2018 la popolazione italiana ammontava a 60.359.546 residenti, oltre 124 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,2%), e oltre 400 mila in meno rispetto a quattro anni prima. Dal 2015 la popolazione residente risulta in diminuzione, configurando per la prima volta negli ultimi 90 anni una fase di declino demografico. Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che al 31 dicembre 2018 scende a 55 milioni 104 mila unità, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Senza l’apporto di coloro che hanno conseguito la cittadinanza italiana, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità.

Dal 2014 la perdita è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo

Lo rileva l’Istat nell’ultimo Bilancio demografico nazionale. Secondo l’Istituto rispetto alla stessa data del 2014 la perdita di cittadini italiani residenti in Italia risulta pari alla scomparsa di una città grande come Palermo, ovvero 677 mila abitanti. Si consideri, inoltre, che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638 mila. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità.

Inoltre, il contemporaneo aumento di oltre 241 mila unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti nel quadriennio.

Saldo naturale negativo per 193 mila unità

Al 31 dicembre 2018 sono stati 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti all’anagrafe. Rispetto al 2017, aumentati di 111 mila (+2,2%) arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente.

La popolazione italiana ha da tempo perso la sua capacità di crescita per effetto della dinamica naturale, quella dovuta alla “sostituzione” di chi muore con chi nasce. Nel corso del 2018 la differenza tra nati e morti (saldo naturale) è negativa, e pari a -193 mila unità, mentre il saldo naturale della popolazione straniera è positivo, pari a +57.754.

Ripartizione geografica stabile rispetto agli anni precedenti

Il saldo naturale della popolazione complessiva è negativo ovunque, tranne che nella provincia autonoma di Bolzano. A livello nazionale il tasso di crescita naturale si attesta a -3,2 per mille, e varia dal +1,7 per mille di Bolzano al -8,5 per mille della Liguria. Anche Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Molise presentano però decrementi naturali particolarmente accentuati, superiori al 5 per mille.

In ogni caso, nel 2018 la distribuzione della popolazione residente per ripartizione geografica resta stabile rispetto agli anni precedenti. Le aree più popolose del Paese sono, come è noto, il Nord-ovest, in cui risiede il 26,7% della popolazione complessiva, e il Sud (23,1%), seguite dal Nord-est (19,3%), dal Centro (19,9%), e infine dalle Isole (11,0%).

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