Categoria: Gold Business

Export vino: primo trimestre +18,3%. Il mondo beve il Prosecco

L’export italiano di vino chiude il primo trimestre 2022 con una crescita tendenziale in valore del 18,3%, pari a 1,7 miliardi di euro. Secondo l’Osservatorio di Unione italiana vini (Uiv), l’incremento, in parte ascrivibile al dollaro forte e ai lockdown del 2021, è trainato da un nuovo record degli spumanti tricolori, che nei primi tre mesi segnano un +35,6%, in crescita più che doppia rispetto ai vini fermi (+14,8%). Nonostante un leggero rallentamento rispetto ai primi 2 mesi dell’anno, in un trimestre in cui anche marzo chiude in positivo sale anche il prezzo medio: +12,2%.

“È importante mantenere cautela ed evitare trionfalismi”

In rialzo tutti i principali mercati della domanda, a eccezione di Germania e Cina. A marzo, Russia (-30% nel trimestre) e Ucraina segnano crolli rispettivamente del 65% e del 98%.
“I numeri messi a segno dal vino italiano – commenta il segretario generale di Unione italiana vini, Paolo Castelletti – sono sorprendenti, ancor più se si tiene conto di un 2021 in doppia cifra. È però troppo presto per capire che direzione prenderà il mercato nei prossimi mesi, con una domanda potenziale sempre più afflitta da una congiuntura negativa e dall’escalation della spirale inflattiva. Se a ciò si aggiunge l’aumento dei costi delle materie prime secche, che per le aziende si traduce in un surplus medio di spesa di oltre il 30%, è importante mantenere cautela ed evitare trionfalismi che potrebbero essere confutati nei prossimi mesi”.

È lo sparkling a fare la parte del leone

Ed è lo sparkling a fare la parte del leone, con segni positivi ovunque, a partire dalle top-piazze estere: Usa (+18%), Uk, (+87%) e Germania (+20%). Ancora una volta è il Prosecco a trainare il comparto, con un autentico boom su scala planetaria (+40% a valore, +11,7% il prezzo medio), quasi il raddoppio degli ordini in Uk (+93%), Polonia (+85%) e Canada (+76%), e crescite ben oltre il 30% in aree come Germania, Francia, Belgio, Giappone, Repubblica Ceca e Norvegia. Una crescita, quella degli sparkling italiani, confermata dalle proiezioni dell’Osservatorio. L’esplosione della domanda post-Covid (+26% nel 2021, 7 bottiglie su 10 destinate all’estero) ha bruciato una tabella di marcia che prevedeva entro il prossimo biennio il superamento della soglia di 1 miliardo di bottiglie prodotte. A oggi, il rimbalzo fa prevedere un contingente di 1,1 miliardi di pezzi entro quest’anno, e 1,25 miliardi a fine 2023.

La rivoluzione degli spumanti tricolori

Si tratta di una progressione resa possibile grazie all’approccio alle bollicine di una domanda sempre più trasversale, ‘destagionalizzata’ rispetto alle occasioni classiche di consumo, e sempre meno legata a modalità di utilizzo esclusive.  Una rivoluzione, quella degli spumanti tricolori, focalizzata (come per la moda, il design e l’auto) sullo spostamento dell’attenzione dal prodotto al contesto. A partire dai competitor, che saranno sempre di più legati ad altre tipologie di bevande in grande crescita, come gli hard seltzer, i co-fermentati, i ready to drink e i low alcol.

Fiducia nelle istituzioni e organizzazioni: banche e Governi più affidabili

Aumenta la fiducia in alcuni settori e istituzioni. In particolare, le aziende farmaceutiche, le banche e i Governi ora sono considerati maggiormente affidabili rispetto a tre anni fa.
Secondo il Global Trustworthiness Monitor di Ipsos, a livello internazionale, il 31% degli intervistati considera le aziende farmaceutiche degne di fiducia, percentuale in aumento rispetto al 25% registrato nel 2018. Allo stesso modo, il 28% ritiene che le banche siano maggiormente affidabili rispetto a tre anni fa (20%), mentre il livello di fiducia nel proprio Governo è passato dal 14% al 20%. Al contrario, l’affidabilità delle aziende tecnologiche è diminuita dal 38% al 34%, nonostante continui a classificarsi come il settore maggiormente affidabile tra quelli presi in considerazione da Ipsos.

Le opinioni degli italiani 

In generale, l’Italia registra percentuali simili a quelle internazionali. Le aziende tecnologiche si posizionano al primo posto della classifica, con il 36% (+2% rispetto alla media internazionale) che le ritiene affidabili. A seguire, con la medesima percentuale internazionale (31%), gli italiani ripongono fiducia nelle aziende farmaceutiche. Ma a differenza della media internazionale, che pone le banche come settore maggiormente affidabile (28%) dopo aziende tecnologiche e farmaceutiche, in Italia il terzo posto è occupato dalle aziende automobilistiche (24%). Le banche invece si collocano al 6° posto (21%), dopo i servizi pubblici (23%) e il Governo (22%)

Le differenze tra i Paesi

Nonostante siano la patria di molte delle principali aziende tecnologiche del mondo, gli Stati Uniti sono uno dei pochi Paesi in cui gli intervistati sono più propensi a ritenere le aziende tecnologiche inaffidabili (29%) che affidabili (27%). Gli Stati Uniti mostrano la più grande percentuale di disaccordo sul fatto che le aziende del settore tecnologico lavorino per prevenire la diffusione di false informazioni (31%), il che può influenzare le opinioni sull’affidabilità del settore stesso. I cileni invece si distinguono per la loro opinione sulle aziende farmaceutiche: soltanto il 12% le ritiene affidabili, mentre il 58% le giudica inaffidabili. Gli intervistati in Cina mostrano opinioni particolarmente positive nei confronti delle banche, con quasi due terzi (63%) che le considera affidabili rispetto all’11% che le ritiene inaffidabili.

Fiducia nei media: quali sono le fonti di informazioni più utilizzate?

Lo studio Ipsos evidenzia anche un minor livello di fiducia nei media, sia a livello internazionale (soltanto il 19% degli intervistati li ritiene affidabili), sia italiano (14%).
In media, a livello internazionale, le fonti di notizie più affidabili per fornire informazioni accurate su politica e attualità sono giornali, radio, televisione), così come i giornali online/siti/app di notizie, mentre la fiducia in altre fonti digitali è più bassa. Anche in Italia la maggioranza degli intervistati afferma di informarsi tramite la televisione (56%) e giornali online/siti/app di notizie (43%). Soltanto il 23% degli italiani dichiara di utilizzare i social media come fonte di informazione, la percentuale più bassa tra tutti i 29 Paesi esaminati.

Prestiti: crescono le richieste da parte delle famiglie italiane

Rispetto al 2020, anno pesantemente condizionato dai lockdown e da un clima di fiducia poco favorevole, le richieste di finanziamento da parte delle famiglie italiane sono cresciute complessivamente del 24%.
In particolare, il 2021 ha visto una crescita del 7,1% per le richieste di prestiti personali, e del 36,1% per i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi, che hanno registrato volumi decisamente superiori anche a quelli pre-crisi: la variazione rispetto al 2019 è infatti del +18,7%.
È quanto emerge dal Barometro del Credito alle Famiglie (fonte: Eurisc, il Sistema di Informazioni Creditizie gestito da Crif), che segnala come la ripresa dell’economia abbia contribuito all’aumento della propensione degli italiani a richiedere un prestito per sostenere consumi e progetti di spesa.

Più prestiti personali meno finalizzati: +3,3% e -6,8%

Per il secondo anno consecutivo l’importo medio dei finanziamenti richiesti, nell’aggregato di prestiti personali e finalizzati, segna una flessione e si attesta a 8.651 euro (contro i 9.124 euro del 2020 e i 9.512 euro del 2019).     
Crif fa notare che tuttavia occorre distinguere tra due dinamiche opposte. Per quanto riguarda i prestiti finalizzati, nel 2021 il valore medio richiesto è in calo a 6.249 euro (-6,8% rispetto al 2020), a conferma della tendenza a richiedere un finanziamento anche per acquisti di valore contenuto grazie a condizioni di offerta appetibili, mentre cresce a 12.909 euro quello relativo ai prestiti personali (+3,3%).

Fascia di importo: la preferenza va a valori inferiori a 5.000 euro

Relativamente alla distribuzione dei prestiti per fascia di importo, i dati confermano la preferenza degli italiani per valori inferiori ai 5.000 euro (53,5% del totale), seguiti dalle richieste comprese tra 10.001 e 20.000 euro (18,6%) e da quelle tra 5.001 e 10.000 euro (16,2%).
Quanto alla tipologia di finanziamento, le richieste di prestiti finalizzati vedono concentrare il 66,2% delle interrogazioni nella fascia al di sotto dei 5.000 euro.
Per i prestiti personali, invece, si rileva una distribuzione più uniforme tra le diverse classi di importo fino a 20.000 euro, con il 31% del totale che si concentra nella classe al di sotto dei 5.000 euro, il 25,7% in quella compresa tra 5.001 e 10.000 euro, e il 25,3% in quella tra 10.001 e 20.000 euro.

Aumenta il peso delle richieste da parte degli under 24

Osservando la distribuzione delle richieste di prestiti (personali e finalizzati) in relazione all’età del richiedente, il Barometro Crif evidenzia come nel 2021 la fascia compresa tra i 45 e i 54 anni sia stata quella maggioritaria, con una quota pari al 25,2% del totale, seguita da quella tra i 35 e i 44 anni, con il 21,3%.
Nel complesso, riferisce Agi, si conferma in crescita il peso dei giovani al di sotto dei 24 anni, che assorbono il 5,9% delle richieste totali contro il 5,6% dell’anno precedente, con un’accentuazione ancora maggiore nel caso dei prestiti finalizzati, per i quali l’incidenza arriva al 6,3% del totale.

Il mercato italiano dei Big Data Analytics

Dopo il rallentamento degli investimenti dovuto alla pandemia, nel 2021 il mercato dei Big Data Analytics raggiungerà un valore stimato superiore ai 2 miliardi di euro (+13%). Una crescita trainata soprattutto dalla componente software (+17%), e dai servizi di consulenza e personalizzazione tecnologica, mentre la spesa in risorse infrastrutturali aumenta meno della media del mercato. La ripresa coinvolge tutti i settori merceologici, con investimenti in Data Management & Analytics in aumento di oltre il 10%.
Assicurazioni, manifatturiero e telco&media sono i comparti a crescita più marcata, mentre un quinto degli investimenti in soluzioni di Analytics passa da servizi in Public&Hybrid Cloud (+21%). Si tratta di alcuni risultati della ricerca condotta dall’Osservatorio Big Data & Business Intelligence della School Management del Politecnico di Milano.

Crescono progetti e fabbisogno di competenze

Quasi otto grandi aziende su dieci lavora all’integrazione di dati provenienti da diverse fonti interne o esterne, e il 54% ha avviato almeno una sperimentazione in ambito Advanced Analytics. Insieme ai progetti cresce anche il fabbisogno di competenze: il numero di Data Scientist è aumentato nel 28% delle grandi imprese, ma questa crescita riguarda le aziende che già avevano investito negli scorsi anni. Di fatto, il 49% delle grandi aziende ha in organico almeno un Data Scientist e il 59% almeno un Data Engineer. Non aumenta però in modo trasversale la diffusione di figure professionali dedicate. Inoltre, nonostante i progressi dell’ultimo anno, soltanto il 27% delle realtà può definirsi un’azienda data science driven, con competenze diffuse e numerose sperimentazioni e progetti a regime in tutta l’organizzazione.

Le sperimentazioni di Advanced Analytics

Negli ultimi tre anni oltre la metà delle grandi imprese ha avviato almeno una sperimentazione in ambito Advanced Analytics (+8%), e circa quattro aziende su dieci hanno progetti operativi in almeno una funzione aziendale. Nella maggior parte dei casi però la diffusione è limitata ad alcune aree.
Le principali difficoltà riscontrate nella fase di implementazione sono la scarsa qualità e integrazione dei dati, la parziale mancanza di competenze interne, la difficoltà di valutare i benefici del singolo progetto, e il complesso coinvolgimento dell’utente di business. Solo il 27% del campione è data science driven, il 14% è in fase sperimentale, il 28% è ai ‘primi passi’, il 16% è consapevole, e il 15%, non è interessato.

Gli Analytics nelle Pmi

Il 44% delle Pmi ha investito in Analytics o prevede di farlo entro fine anno, e un altro 44% dichiara che la pandemia ha avuto un ruolo determinante nell’acquisire maggiore consapevolezza sulla necessità di valorizzare i dati a disposizione. Rispetto al 2020, però, non si notano progressi né per le tipologie di analisi dati sviluppate né per la gestione organizzativa dell’analisi dei dati, mentre aumenta l’impegno sugli investimenti tecnologici. E se la maggior parte delle Pmi oggi svolge analisi predittive (62%) le sperimentazioni di Advanced Analytics sono presenti solo nel 14%.

Coronavirus, boom per vendite ed e-commerce

Tra lunedì 24 febbraio e domenica 1 marzo le vendite della Grande Distribuzione Organizzata hanno registrato trend di crescita a doppia cifra rispetto alla stessa settimana del 2019. Un’impennata del 12,2%, causata dall’emergenza Coronavirus, che per l’e-commerce ha generato un vero e proprio boom. Secondo un’indagine di Nielsen i prodotto di largo consumo venduti online sono aumentati infatti dell’81%, circa 30 punti percentuali in più rispetto alla settimana precedente.

Il Sud Italia registra gli incrementi più alti su base tendenziale

Dall’analisi condotta da Nielsen emerge che la tendenza si è invertita nell’ultima settimana di febbraio. Se infatti nei sette giorni precedenti era il Nord Ovest a trainare la crescita, la settimana che si è chiusa domenica 1 marzo ha visto il Sud Italia registrare gli incrementi più alti su base tendenziale, pari 15,8%. Seguono Centro e il Nord Est, entrambi con una percentuale di crescita pari a +12,8%, e il Nord Ovest, in trend sempre molto positivo (+9,9%), ma, in questo caso, sotto la media nazionale.

Discount, Specialisti Drug, e supermercati crescono a doppia cifra

Se si analizzano i vari format distributivi, a registrare i trend di crescita più alti sono i discount (+17,8%), seguiti dagli Specialisti Drug (+17,5%). Anche i supermercati crescono però a doppia cifra (+14,6%), così come i liberi servizi (+10,8%). In lieve frenata invece gli ipermercati, che registrano una performance positiva, ma sotto la media (+7,1%), anche in conseguenza della chiusura di alcuni punti vendita nei centri commerciali. In controtendenza, invece, il dato dei format Cash & Carry, che ha fatto segnare un trend negativo (-9,22%) dovuto alle difficoltà dei player HoReCa (ospitalità e ristorazione), che utilizzano questo canale come fonte di approvvigionamento, riporta Askanews.

La filiera del largo consumo dimostra capacità di soddisfare una domanda anomala

Si tratta di una nuova spinta alla spesa data dalle disposizioni di evitare luoghi pubblici affollati, inclusi bar, ristoranti e altri locali. Una spinta che non riguarda “solo le apprensioni relative alla salute, ma anche la necessità di soddisfare consumi domestici aumentati – commenta Romolo de Camillis, Retailer Service Director di Nielsen Connect in Italia -. L’adozione di misure preventive anche in molte Regioni del Mezzogiorno ha impattato il trend di crescita della Gdo, che al Sud cresce di 6 punti percentuali in più che nel Nord Ovest. In una situazione eccezionale come quella di oggi, la filiera del largo consumo dimostra grande efficienza e flessibilità, che si traduce nella capacità di soddisfare una domanda anomala”.

I 7 impieghi più ambiti dai giovani nel 2020

I giovani italiani prediligono i lavori digitali. E nella classifica delle mansioni più ambite non ci sono solo percorsi professionali già noti, come quello del digital marketing, ma anche gli energy manager e i legal tech, che vanno ad affiancarsi ai data scientist. La digital transformation, stando ai numeri forniti da Excelsior-Anpal, darà vita a quasi 270mila nuovi occupati. E in questo scenario non sorprende scoprire che tra i ragazzi e le ragazze che vanno a scuola oggi 6 su 10 in futuro svolgeranno professioni che attualmente neppure esistono. È quanto evidenzia una ricerca compiuta dall’Università Niccolò Cusano di Roma relativa alle sette professioni più ricercate nel 2020.

Data scientist, digital HR e legal tech

Qual è dunque il lavoro più richiesto dai giovani in questi anni? Secondo i risultati dello studio in prima posizione spicca il data scientist, colui che ha il compito di gestire i big data allo scopo di ricavarne informazioni importanti per l’azienda o il business di riferimento. Sul secondo gradino del podio si piazza il digital HR, impegnato a ricercare il personale per le aziende e a selezionarlo, avvalendosi di strumenti come Facebook e LinkedIn. In terza posizione c’è poi il legal tech, che può essere considerato una sorta di consulente legale 3.0. Non necessariamente laureato in giurisprudenza, deve padroneggiare concetti come quelli di etica del web e reputazione online, senza dimenticare la privacy e la protezione dei dati personali.

Energy manager e operation manager

In quarta posizione si trovano gli energy manager, figure professionali molto richieste dalle aziende. Stando a un report di Confindustria sono infatti più di 1 milione e mezzo i posti di lavoro disponibili. Ma cosa fa un energy manager? Definisce gli investimenti sostenibili, identifica gli sprechi alimentari, senza dimenticare la riduzione dei costi, il miglioramento della redditività d’impresa e il contenimento della quantità di rifiuti prodotti. In quinta posizione c’è poi l’operation manager, il responsabile dell’efficientamento dei processi aziendali. Un compito molto importante, considerando che attualmente circa un’azienda su quattro indica tra i propri obiettivi prioritari l’incremento della produttività e la diminuzione dei costi.

Software&app developer e digital marketing specialist La classifica delle 7 figure professionali all’avanguardia nel mondo del lavoro vede in sesta e settima posizione il software&app developer e il digital marketing specialist. Nel primo caso si parla di circa 1 milione 200mila posti di lavoro a disposizione di chi è in grado di creare software per applicativi o infrastrutture web. Nel secondo, il ruolo prevede la progettazione di strategie di comunicazione e di marketing su Internet. Classifiche a parte, per l’economia del nostro Paese sono tre i settori che possono essere considerati trainanti, l’ecosostenibilità, con 481mila posti di lavoro tra Blue Economy e Green Economy, la rivoluzione digitale, con 267mila posti di lavoro tra IoT, AI e big data. E il settore della cultura, del patrimonio artistico e della formazione, con 455mila posti di lavoro tra industria culturale, turismo ed education

La ricostruzione delle unghie dei piedi

L’estate è da poco è finita, e dunque anche il momento di indossare sandali per andare in spiaggia o in piscina, eppure questo non significa che non bisogna più prendersi cura delle unghie dei piedi. Molte persone sono totalmente coscienti di quello che è l’aspetto delle unghie dei propri piedi e per questo se ne prendono cura 365 giorni l’anno.

La ricostruzione delle unghie dei piedi è infatti possibile, ed è un qualcosa di abbastanza comune chiaramente quando arriva la stagione estiva e lasciamo i nostri piedi scoperti, ma non solo.

Il trattamento estetico dei piedi ha acquisito infatti un’importanza e un peso sempre crescenti nell’ambito dei trattamenti di bellezza: esso è indicato per le persone che non si sentono a proprio agio nel mostrare i propri piedi a causa del loro aspetto estetico. Questo complesso causa alle persone dei limiti quando devono scegliere le calzature da indossare o mostrare i propri piedi in luoghi come la spiaggia, e la ricostruzione delle unghie è la soluzione che può aiutarli a risolvere.

Ci sono molti episodi che possono portare ad un danno estetico o a una deformazione dell’unghia. Da rotture, tagli mal eseguiti, infezioni da micosi, patologie dell’unghia, etc.

Come si esegue la ricostruzione delle unghie

La ricostruzione delle unghie dei piedi viene eseguita solitamente applicando un gel con agenti antifungini o una resina auto polimerizzante: mediante questo materiale è possibile restituire  un aspetto normale alle unghie che presentavano distrofia, quelle staccate dalla pelle o semplicemente assenti.

La durata della nuova unghia dipenderà in gran parte dalla crescita dell’unghia naturale sottostante, ma la durata media è di solito di circa 6 settimane. Può essere applicato sia nelle donne, che sono quelle che solitamente richiedono di più questo tipo di servizio, come negli uomini ed in qualsiasi momento dell’anno.

Benefici estetici e sanitari

In molti casi questo trattamento ha non solo evidenti benefici estetici, ma anche sanitari. La ricostruzione protegge infatti l’area e favorisce una migliore crescita dell’unghia sottostante, migliora anche alcune patologie come le unghie dei piedi incarnite.

Le unghie ricostruite consentono l’applicazione di uno smalto semipermanente, quindi non solo la persona interessata può superare il suo complesso, ma avrà anche un’unghia spettacolare. È un trattamento rapido, efficace, indolore e con beneficio doppio, ma è importante che venga eseguito da un professionista per ottenere il miglior risultato con tutte le garanzie a livello igienico e di sicurezza.

Se ti piacerebbe specializzarti in questo settore, è possibile frequentare il corso unghie organizzato da Academia BSI, grazie al quale è possibile acquisire le conoscenze necessarie per apportare in sicurezza e con profitto la ricostruzione delle unghie.

Profumo, un business che cresce: mercato italiano da un miliardo di euro

Profumieri di tutta Italia, festeggiate. Sono proprio i profumi alcolici gli indiscussi protagonisti delle vendite nelle profumerie di casa nostra, con un mercato che, solo nell’ultimo anno, ha messo a segno un giro d’affari da un miliardo di euro. Si tratta di un valore in crescita, con un aumento nel 2016 rispetto all’anno precedente di ben il 2,5% rispetto all’anno precedente. Le buone notizie per gli addetti ai lavori della profumeria e della cosmetica arrivano dal Centro studi di Cosmetica Italia, che ha comunicato i dati durante un recente evento a Milano.

Dove si acquistano i prodotti di bellezza

“Questo giro d’affari è canalizzato principalmente nelle profumerie, che sviluppano oltre 800 milioni di euro, mentre drugstore e grande distribuzione totalizzano 244 milioni di euro. La farmacia rimane al palo nella vendita di fragranze, con 12 milioni di euro” ha dichiarato Gian Andrea Positano, responsabile del Centro studi di Cosmetica Italia.

La hit delle vendite in profumeria: i profumi i più desiderati, anche dagli uomini

I profumi, di ogni tipologia, sono in assoluto i prodotti più venduti nelle profumerie: rappresentano infatti il 40% delle vendite totali. Nella hit degli acquisti, seguono i prodotti per il viso (19,9%) e il make up (8,9%). Un altro dato molto interessante è la presenza di uomini tra i banchi e gli espositori delle profumerie: per i mister il profumo è la prima scelta di acquisto. Diversa, invece, la graduatoria delle preferenze espressa dalle donne: le signore sono le principali consumatrici dei prodotti di cosmesi (76% contro il 24% di consumatori uomini).

Etici ed ecologici, così va il mercato

Un’altra tendenza che emerge con sempre maggior forza è l’attenzione verso prodotti etici ed eco compatibili (2%). “Si tratta di tendenze che andranno a confermarsi anche nel prossimo futuro” ha spiegato Gian Andrea Positano. “Nei prossimi cinque anni prevediamo una crescita maggiore delle fragranze che vanno a contribuire al benessere psicologico, come i prodotti che richiamano la natura e l’ecologia”.

Maschile o femminile? Agli italiani piace unisex

Tra le curiosità emerse dall’osservatorio ce ne sono due in particolare da tenere d’occhio. La prima è la tendenza a scegliere fragranze unisex (in Italia il 54% dei consumatori li preferisce a quelli ‘di genere’), tanto che anche una nota floreale come la violetta è sempre più frequente nelle profumazioni maschili. Per quanto riguarda invece i cambiamenti della produzione e dell’offerta verso il mercato, si fa strada la specializzazione nel settore della bellezza ‘halal’, rivolta alle consumatrici musulmane. Le case hanno infatti inventato  fragranze adatte a tessuti, accessori e gioielli e non da spruzzare direttamente sulla pelle, visto il frequente lavaggio di mani e viso richiesto dalla religione islamica.

Negozi storici, un patrimonio tutto lombardo

La Lombardia si conferma la prima regione italiana per numero di negozi storici. Un indicatore importante, che sottolinea la capacità di mantenere e conservare i propri esercizi d’eccellenza, parte del patrimonio collettivo e culturale urbano. Sono ben 19 mila le imprese lombarde con oltre 50 anni di vita su 66 mila in Italia: lo affermano i dati elaborati dalla Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi a giugno 2017. I negozi sono circa 2 mila su 12 mila in Italia, uno su sei.

I settori storici che resistono in Regione

La Lombardia, considerando tutti i settori, è la prima Regione italiana, davanti a Campania e Piemonte con circa 6 mila esercizi storici, Veneto con 5 mila. Prima Milano con Monza con 11 mila, poi Varese con 2 mila, Bergamo con 1.104, Brescia con 1029, Como con 983. Tra le imprese storiche  nei diversi settori, le più antiche sono le 1.465 nate prima del 1940 su oltre 4 mila in Italia.

Per quanto riguarda la tipologia degli esercizi presi in esame, il commercio pesa il 9% lombardo e il 18% nazionale. Inclusa la ristorazione e l’alloggio si raggiunge il 12% lombardo e il 22% nazionale delle imprese storiche. Nel commercio sono 1.672 le imprese lombarde storiche su 12 mila in Italia. Più imprese storiche nel commercio a Milano con Monza (703), Varese (230), Bergamo (143), Brescia (140), Como (108). Nel commercio, tra i più antichi, prevalgono in Lombardia gli alimentari (282 imprese), le ferramenta (136), l’abbigliamento (133).

Anche a livello provinciale, sempre su base nazionale, primeggiano Milano con Monza (11 mila), poi Napoli (3.307), Roma (3.208), Torino (2.823). Nel commercio prima Napoli (1.442), poi Milano con Monza (703), Caserta (648), Roma (632).

Un valore da tutelare

“I negozi storici rappresentano un elemento di forza per la nostra economia e sono concentrati nella nostra Regione rispetto al contesto nazionale. Alle imprese storiche, la Camera di commercio è sempre stata attenta per una valorizzazione in termini di attrattività anche turistica. Rappresentano la memoria del nostro passato e testimoniano la capacità delle nostre imprese di adattarsi ad un contesto mutevole nel Paese e a  livello internazionale. Caratteristiche che rendono la nostra economia particolarmente competitiva” ha dichiarato Marco Accornero, membro di giunta della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi.

Un premio per i campionissimi

Dal 2004 la Regione Lombardia ha istituito un premio da riconoscere ai negozi storici. Per il 2017, i premiati sono stati 109.  “Quello del riconoscimento e del sostegno alle attività storiche è solo una delle iniziative inserite in un ampio contesto di misure e di incentivi economici che l’assessorato allo Sviluppo economico ha messo in campo per il settore del commercio. E che si uniscono a quelle contro la desertificazione commerciale, il sostegno degli interventi di riqualificazione e sicurezza degli esercizi commerciali e la valorizzazione di quei negozi e reti commerciali che si sono distinti per la capacità di generare attrattività con iniziative di marketing e strategie di vendita innovative” ha affermato Mauro Parolini, assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia.

La musica fa bene a Milano: con i concerti alberghi da sold out

I concerti di musica leggera sono un’iniezione di ottimismo, e di nuove opportunità di business, per il settore ricettivo di Milano. I dati di questo specifico movimento turistico, tutto in positivo, sono stati divulgati da Servizio marketing territoriale della Camera di commercio di Milano: analizzando i concerti che si sono tenuti nel capoluogo milanese nel mese di giugno 2017, infatti, emerge quanto siano cresciuti occupazione e ricavi degli alberghi grazie ai fan che arrivano da altre parti d’Italia e d’Europa per partecipare agli eventi che coinvolgono gli artisti preferiti.

Occupazione delle camere d’albergo a +11%

L’occupazione delle camere in quei giorni cresce infatti del +11% rispetto ai concerti del triennio 2014-2016, superando il 20% nelle zone di Rho Fiera (+26%) e Nord Zara (+20%). In particolare, salta agli occhi il giro d’affari generato dalla musica:  per le imprese del settore alberghiero di Milano e provincia ha toccato i 2,5 milioni di euro di ricavi a concerto, tra i 500 mila e gli 800 mila euro in più rispetto all’analoga giornata dello scorso anno. Per avere il peso del business, sono oltre 300 i concerti di musica classica, leggera e jazz che si tengono a Milano ogni mese, per una spesa al botteghino di quasi 8 milioni di euro.

Lombardia regina di note

Sempre dalle analisi, risulta che è la Lombardia la prima regione per la musica italiana, con il 20,1% delle imprese attive (circa due mila) e il 21% degli addetti del settore musicale (circa diecimila). Il comparto regionale si compone di 441 imprese del settore manifatturiero tra fabbricazione di strumenti musicali e supporti musicali, 436 imprese del commercio e 1.128 imprese dei servizi, attività di registrazione (460) e discoteche e locali (410) in primis.

Milano la prima in classifica

Milano è prima con 928 imprese specializzate in musica, il 9,3% nazionale, in crescita del 1,8% in un anno e quasi 7 mila addetti nel settore,  afferma un’elaborazione Camera di commercio di Milano su dati del registro imprese al quarto trimestre 2016. I concerti portano un indotto da 9 milioni di euro al mese in Lombardia: di questi, quasi 8 milioni di euro si concentrano a Milano. La Lombardia pesa circa un terzo sul volume d’affare di tutta l’attività concertistica italiana. In particolare, sono i concerti di musica leggera a “valere” maggiormente  incidono su circa il 90% dell’intero volume d’affari.

10 mila le imprese attive in Italia

In Italia, sono quasi 10 mila le imprese attive nel settore e quasi 50 mila gli addetti. Roma è prima con 988 imprese e 15 mila addetti, seguita da Milano (928 imprese e quasi 7 mila addetti): Firenze e Napoli contano 500 imprese e Firenze oltre mille addetti.