Autore: Isabella Carrasco

Il mercato Cloud in Italia vale 3,84 miliardi di euro

Il 2021 è l’anno delle grandi occasioni per la Cloud Transformation in Italia. Da un lato la spesa Cloud continua a crescere, trainata non più dai servizi SaaS (Software as a Service), ma da quelli PaaS (Platform as a Service), che riguardano più nello specifico la modernizzazione applicativa, l’orchestrazione e la gestione dei sistemi informativi, e IaaS (Infrastructure as a Service). Tuttavia, il 34% delle imprese dichiara di non aver ancora accompagnato questo percorso tecnologico con azioni di cambiamento organizzativo, come l’arricchimento delle competenze del personale, il potenziamento della struttura organizzativa con specialisti nelle tecnologie Cloud, o la revisione dei processi aziendali coinvolti. È quanto emerge dall’undicesima edizione dell’Osservatorio Cloud Transformation, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano.

La spesa per la ‘nuvola’

Il Public & Hybrid Cloud, ovvero l’insieme dei servizi forniti da provider esterni e l’interconnessione tra Cloud pubblici e privati, si conferma ancora la componente principale della spesa (2,39 miliardi, +19%). In particolare, proprio all’interno del Public & Hybrid Cloud, i servizi PaaS registrano la dinamica di crescita più robusta, raggiungendo il valore di 390 milioni (+31%), e si confermano un layer tecnologico abilitante non solo per lo sviluppo del nuovo, ma anche per la modernizzazione applicativa, l’orchestrazione e la gestione del sistema informativo. Seguono lo IaaS (+23%, per un totale di 898 milioni di euro), e il SaaS che, con oltre 1,1 miliardi, pur rimanendo la componente più rilevante, dopo il boom del 2020 vede un fisiologico rallentamento del tasso di crescita (+13%).

Il ruolo del Cloud nella filiera digitale

Quanto alle scelte progettuali e all’evoluzione dei sistemi informativi, l’adozione del Cloud nelle grandi imprese italiane è un dato di fatto e il portafoglio applicativo aziendale risulta erogato da ambienti eterogenei. Mediamente, il 44% del parco applicativo è oggi gestito in Cloud pubblico o privato, numeri ormai vicini a sorpassare la quota gestita on-premises. L’emergenza sanitaria ha generato nelle imprese una rinnovata consapevolezza sulla rilevanza strategica del digitale: il 67% degli attori della filiera digitale ha introdotto nuovi servizi all’interno della propria offerta, poi confermati a regime nel portafoglio d’offerta nella quasi totalità dei casi.

Il percorso tecnologico di adozione Cloud

Le strategie Hybrid e Multi Cloud sono sempre più diffuse nelle grandi imprese italiane, che oggi fanno riferimento mediamente a 5 Cloud provider per l’erogazione dei propri servizi, in crescita rispetto ai 4 del 2020. Si tratta di ambienti integrati, ma non ancora pronti a un’orchestrazione dinamica delle risorse. Dopo una prima fase di adozione del Cloud finalizzata a migrare le applicazioni con minor impatto possibile sul business, le grandi imprese stanno oggi iniziando ad affrontare progetti più complessi, che non trovano un’adeguata risposta nell’offerta di mercato di soluzioni standard. Lo dimostra l’interesse crescente verso le strategie di migrazione orientate alla riprogettazione applicativa e verso le architetture Cloud Native, utilizzate come standard per tutti i nuovi progetti nel 15% dei casi.

I media dopo la pandemia: cresce ancora la tv, lievitano i social

La pandemia ha prodotto un’accelerazione del paradigma biomediatico: nel 2021 crescono l’uso tradizionale della televisione e quello innovativo, e se la radio continua a rivelarsi all’avanguardia all’interno dei processi di ibridazione del sistema dei media, è boom di Internet, smartphone e social network. In particolare, nel 2021 la fruizione della televisione ha conosciuto un incremento rilevante, sia per effetto dell’aumento dei telespettatori della tv tradizionale e della tv satellitare, sia della tv via Internet e della mobile tv.  Il digitale terrestre segna infatti un +0,5% rispetto al 2019, web tv e smart tv salgono al 41,9% di utenza, e la mobile tv passa dall’1,0% di spettatori nel 2007 a un terzo degli italiani nel 2021 (33,4%). Lo attesta il 17° Rapporto sulla comunicazione del Censis, dal titolo I media dopo la pandemia. 

Radio, Internet, smartphone e social

Complessivamente, nel 2021 i radioascoltatori italiani sono il 79,6%, ma se la radio tradizionale perde il -2,1% di utenza e l’autoradio il 3,6%, aumenta l’ascolto delle trasmissioni radiofoniche via internet con il pc (20,2%, +2,9%) e attraverso lo smartphone (23,8%, +2,5%). Quanto a internet, si registra ancora un aumento: l’utenza ha raggiunto quota 83,5% (+4,2% rispetto al 2019). L’utilizzo degli smartphone sale invece all’83,3% (+7,6% sul 2019), e lievitano al 76,6% gli utenti dei social network (+6,7%).

Aumentano i lettori di libri, ed è boom per le piattaforme online

Se si considera che chi ha letto più di 3 libri all’anno costituisce il 25,2% della popolazione, pare che il lockdown abbia prodotto un riavvicinamento alla lettura. Nel 2021 i lettori di libri sono infatti il 43,6% (+1,7% rispetto al 2019), e quelli di e-book l’11,1% (+2,6%), mentre si accentua la crisi ormai storica dei media a stampa. Quanto alle piattaforme online, tra i giovani (14-29 anni) c’è stato un ulteriore passo in avanti nel loro impiego: il 92,3% utilizza WhatsApp, l’82,7% YouTube, il 76,5% Instagram, il 65,7% Facebook, il 53,5% Amazon, il 41,8% le piattaforme per le videoconferenze, il 36,8% Spotify, il 34,5% TikTok, il 32,9% Telegram, il 24,2% Twitter. Anche tra chi ha 65 anni e oltre l’impiego di internet sale dal 42,0% al 51,4% del 2021 e gli utenti dei social media aumentano dal 36,5% al 47,7%.

Il virus non ferma la spesa per i dispositivi digitali 

L’andamento della spesa delle famiglie per i consumi mediatici tra il 2007 e il 2020 evidenzia un’asimmetria. Se il valore dei consumi complessivi ha subito una drastica flessione, senza mai tornare ai livelli precedenti la crisi del 2008, la spesa per l’acquisto di telefoni ed equipaggiamento telefonico, ad esempio, segna un incremento del +450,7%, per un ammontare di 7,2 miliardi di euro solo nell’ultimo anno. La spesa dedicata all’acquisto di computer, audiovisivi e accessori cresce invece del +89,7%, i servizi di telefonia si assestano al -21,1%, (14,6 miliardi nel 2021), e la spesa per libri e giornali crolla al -45,9%.

Il telelavoro e la dismorfia da Zoom

Con il ricorso sempre più massiccio al telelavoro aumentano anche le richieste di visite e consigli ai dermatologi. Ma cosa c’entra lo smart working con la dermatologia? Di fatto, le continue riunioni di lavoro, i meeting, ma anche altre forme di condivisione a distanza sulle varie piattaforme digitali, hanno generato quello che dagli esperti è stato denominato come dismorfia da Zoom.

Si tratta di un nuovo fenomeno che i dermatologi americani stanno osservando dopo i mesi di emergenza legata al coronavirus e di lavoro a distanza. In sostanza, a furia di vedere la propria immagine continuamente sullo schermo di pc, tablet e cellulari durante meeting e riunioni, ci si convince che qualcosa nel nostro aspetto non vada. Si iniziano a notare molti dettagli del proprio volto prima considerati quasi insignificanti, cosa che sta spingendo molte persone a rivolgersi a uno specialista.

La pandemia ha cambiato la frequenza con cui ci confrontiamo con la nostra immagine

Lo rileva un articolo di alcune specialiste dermatologhe del Massachusetts General Hospital, pubblicato su Facial Plastic Surgery & Aesthetic Medicine. “La pandemia – spiega in un commento all’articolo il dottor Benjamin Marcus, dell’Università del Wisconsin – ha cambiato radicalmente la frequenza con cui ci confrontiamo con la nostra immagine. Il passaggio al lavoro online, all’apprendimento e persino alla socializzazione ha aumentato notevolmente il tempo che abbiamo per osservarci”.

Una risposta comparativa autocritica

La dismorfia, è una condizione psicologica per cui i pazienti si fissano su una o più caratteristiche del proprio aspetto esteriore, notando imperfezioni o difetti che per altre persone appaiono minimi o inesistenti. “Una vita sproporzionatamente trascorsa su Zoom – aggiunge una delle autrici dello studio, Arianne Shadi Kourosh – può innescare una risposta comparativa autocritica, che porta a correre dal medico per trattamenti che non si sarebbero considerati prima di aver passato mesi di fronte a uno schermo, un nuovo fenomeno chiamato appunto dismorfia da Zoom”.

Un’ondata di pazienti che citano il loro aspetto su Zoom

Gli autori spiegano nell’articolo di aver notato un’ondata di pazienti che citano proprio il loro aspetto su Zoom come motivo per rivolgersi al medico, in particolare per quanto riguarda difetti come l’acne e le rughe. Su Google, poi, spiegano gli specialisti, sono in aumento le ricerche relative proprio all’acne e alla perdita di capelli.

Questo però potrebbe anche essere dovuto al fatto che vedendosi costantemente in video le persone diventano semplicemente più consapevoli del loro aspetto.

Fase 3, la ripresa del traffico in Italia secondo Mytraffic

Un barometro sulle tendenze del flusso pedonale e dei veicoli per aiutare le città e gli operatori del commercio ad anticipare la ripresa post-Covid della propria attività. È quello effettuato da Mytraffic, start-up specializzata nell’analisi dei flussi pedonali e veicolari, che ha studiato il traffico post-lockdown in 370 aree commerciali italiane attraverso l’analisi dei dati di geolocalizzazione.

Dall’analisi di Mytraffic si evidenzia un trend nazionale di ripresa. A inizio luglio infatti  il traffico fisico nelle principali aree commerciali era diminuito rispetto al periodo precedente la pandemia del 23%, e del 19% in questo mese di settembre.

L’importanza strategica di misurare il traffico

A oggi la misurazione accurata del traffico pedonale o veicolare in una zona commerciale, in un centro commerciale o di fronte a un indirizzo specifico, è di importanza strategica in quanto consente ai retailer, ai centri commerciali, ai professionisti del settore immobiliare e alle città di disporre di dati oggettivi in tempo reale per prendere decisioni chiave come l’apertura di un punto vendita, negoziare i canoni di locazione, riporta Adnkronos, ma persino intraprendere un progetto di investimento in una zona urbana.

L’impatto del Covid-19 sulle principali aree commerciali di Milano

Il trend, che fa ben sperare per una ripresa delle attività economiche entro la fine dell’anno, è stato riscontrato anche nel case study relativo all’impatto del Covid-19 sul traffico fisico in alcune delle principali aree commerciali di Milano. Dallo studio emerge come il traffico pedonale nella città di Milano e nelle sue aree più dinamiche mostri incoraggianti segnali di ripresa, nonostante sia ancora influenzato dall’impatto della pandemia. Se si analizza, ad esempio, il traffico pedonale nell’area di Milano Garibaldi, dopo quasi quattro mesi dalla fine del lockdown si evidenzia una ripresa del 58% del suo traffico pedonale abituale giornaliero, nonostante un più che prevedibile calo a metà agosto.

Una tecnologia al sevizio delle aziende

Grazie alla tecnologia del software SaaS Mytraffic Analytics tutti i player di settore possono ottenere una misurazione accurata del traffico pedonale o veicolare in una zona commerciale, in un centro commerciale o di fronte a un indirizzo specifico. Anche per questo 250 aziende hanno già utilizzato affidate

i servizi di Mytraffic, tra cui Igd Siiq, Grandi Stazioni Retail, Klépierre, Cushman & Wakefield Italia, Engel & Volkers Commercial Milano e Engel&Volkers Commercial Lombardy, Ceetrus Italia, Aedes SIIQ, Lidl, Synlab, Liu Jo, H&M e Sephora.

I dipendenti italiani sono i più confusi sullo smart working

A livello europeo c’è ancora molta confusione su quanto i dipendenti possano spendere per attrezzarsi a lavorare da remoto. Ma sono i dipendenti italiani i più disinformati sullo smart working. Dopo i francesi (12%), soltanto un lavoratore italiano su sei, il 15%, risulta informato infatti su come gestire le spese durante il lockdown. Al contrario, i più informati sono i lavoratori danesi (24%), seguiti da svedesi e anglosassoni (19%), tedeschi (18%), olandesi (16%) e spagnoli (15%). È quanto emerge dal sondaggio Home Office di Sap Concur sulle spese di telelavoro, condotto tra 6.812 dipendenti in 8 mercati europei.

Poca chiarezza su quali spese si è autorizzati a sostenere mentre lavora da casa

Di fatto, solo il 34% dei dipendenti italiani è stato informato su quanto tempo passerà ancora a lavorare in smart working, risultando pari ai francesi (34%). Meno informati in questo caso i lavoratori di Paesi Bassi e Spagna (30%), Germania (28%), Danimarca (26%), Svezia (24%) e Regno Unito (22%).

Per quanto riguarda le spese però in Italia si riscontra poca chiarezza. Il 76% dei lavoratori non è sicuro se e quali spese è autorizzato a sostenere mentre lavora da casa. La situazione è migliore negli altri Paesi europei, con Olanda (72%), Francia (69%), Spagna (64%), Regno Unito (63%), Danimarca (60%), Germania (58%), Svezia (51%) che mostrano di avere idee più chiare.

Dubbi sui rimborsi relativi all’acquisto di dispositivi software e hardware

Tra i dipendenti italiani intervistati, riporta Adnkronos, il 42% non è stato informato riguardo i rimborsi relativi all’acquisto di dispositivi software e hardware, fondamentali per poter portare avanti attività lavorative da casa.

Più rosea la situazione nel resto d’Europa. Germania (38%), UK (32%), Spagna (31%), Francia (32%) e Danimarca (27%) non sanno se l’azienda copra spese relative all’elettricità e al riscaldamento, il 23% dei dipendenti svedesi non sa se riceverà il rimborso relativo a spese per mobili per ufficio, mentre nei Paesi Bassi c’è un’incognita sulle spese relative a hardware e software IT (36%).

La maggior parte dei dipendenti non era preparata prima della pandemia Il 31% dei lavoratori italiani afferma, inoltre, di non poter sostenere alcun costo, mentre gli altri Paesi europei danno maggiori possibilità, con Spagna (10%), Danimarca (17%), Svezia e Olanda (20%) tra le più virtuose. La maggior parte dei dipendenti ammette poi di non essere stata preparata a lavorare da casa prima della pandemia. E solo il 39% dei dipendenti italiani ritiene di essere stato preparato a lavorare in smart working prima dell’emergenza sanitaria. A livello europeo, i dipendenti svedesi erano i più preparati (52%), mentre la pandemia ha trovato meno organizzati gli spagnoli, con il 67% dei lavoratori che non sapevano come poter gestire le attività lavorative in smart working

Stress da lavoro. Il 25% dei lavoratori ne soffre

Lo stress dal lavoro è in aumento, e può portare a conseguenze molto gravi. Non è un caso se dopo decenni di studi l’OMS abbia deciso di riconoscere lo stress causato dal lavoro come una vera e propria sindrome, indicata come burn out.

I lavoratori italiani, già stressati nella “normalità” degli anni scorsi, nel 2020 non hanno certo ridotto la mole di ansia e di preoccupazioni. Anzi. Secondo lo studio The Workforce View 2020 – Volume Uno, realizzato da ADP, la multinazionale che realizza software per la gestione delle risorse umane, emergono dati poco incoraggianti. La ricerca è stata realizzata intervistando 32.500 lavoratori in tutto il mondo, dei quali 2.000 in Italia. E il 43% di loro afferma di vivere una situazione di stress almeno una volta alla settimana, mentre il 25% si sente stressato quotidianamente. Solo il 12% dichiara di non sentirsi mai stressato.

Dall’affaticamento all’esaurimento

Sono tante le conseguenze negative dello stress eccessivo. Se infatti esiste lo stress positivo, di breve durata e saltuario, che si traduce in una stimolazione fisiologica e mentale per migliorare le proprie performance, quello decisamente negativo porta a un alto livello di tensione per lunghi periodo di tempo. Gli effetti? Dall’affaticamento all’esaurimento. Lo stress eccessivo mina la salute dei lavoratori, il loro benessere, e di conseguenza anche il benessere delle aziende. Anche per questo, come spiega ADP, dovrebbero essere le aziende stesse ad alleviare l’onere nei confronti dei lavoratori maggiormente stressati.

Risolvere questo problema non è facile, e sarebbe meglio prevenirlo.

Le professioni più stressanti

“Esistono ruoli che per loro stessa natura sono maggiormente esposti ad alti livelli di stress – spiega Carola Adami, head hunter e Ceo della società di selezione del personale Adami & Associati -. Mi riferisco ad esempio a chi lavora abitualmente in modalità multitasking, a chi lavora a stretto contatto con il pubblico, nonché a chi lavora in settori dove il livello di incertezza è molto alto. Il manager d’azienda, l’organizzatore di eventi, l’avvocato, il barista, il medico, l’assicuratore – continua l’esperta – sono solamente alcuni dei lavori che si distinguono per l’alto livello di stress”.

Selezionare il candidato più adatto al ruolo da ricoprire

Nel momento in cui si ricerca un nuovo lavoratore per ricoprire uno di questi ruoli diventa quindi importante, per il bene dell’azienda e per il bene del candidato, capire se il potenziale candidato potrà o meno essere in grado di gestire lo stress.

“Durante i colloqui di selezione è importante capire come reagisce il candidato sotto stress. Per farlo – suggerisce Adami – esistono diverse tecniche, come per esempio presentare domande in modo incalzante, decidere a metà colloquio di passare all’inglese e così via”. In definitiva, per evitare lo stress in azienda è necessario agire su due fronti. Da una parte ridurre per quanto possibile le situazioni di stress eccessivo sul lavoro, dall’altra selezionare con cura il personale, in modo da assegnare a ognuno il ruolo più adatto.

Smartwatch, +12% a livello globale. Apple ancora in testa, ma scende

L’epidemia di coronavirus e il lockdown non hanno frenato il mercato mondiale degli smartwatch. Questo, nonostante le gravi difficoltà incontrate dal settore tecnologico, che ha visto sconvolgere tanti aspetti del mercato, dalla pianificazione alla produzione alle vendite dei prodotti. Di fatto, il mercato degli smartwatch ha chiuso il primo trimestre con consegne in crescita del 12% a livello globale, giunte a quota 14,6 milioni di unità. Apple resta saldamente in testa, anche se nei primi tre mesi dell’anno le consegne di Apple Watch hanno registrato una flessione del 13% rispetto allo stesso periodo del 2019, passando da 6 a 5,2 milioni di unità.

Tra aprile e giugno la Mela venderà il suo centomilionesimo Watch

Lo riferiscono gli analisti di Canalys, secondo i quali di riflesso il market share della Mela è sceso dal 46,7% al 36,3%. In ogni caso, da gennaio a marzo gli esperti stimano che Apple abbia comunque registrato 4 milioni di nuovi utenti del Watch, portando la base installata a circa 70 milioni. Sempre secondo gli esperti, tra aprile e giugno la compagnia californiana venderà il suo centomilionesimo Apple Watch, riporta Ansa.

Huawei e Samsung al secondo e terzo gradino del podio

Dopo Apple, Huawei, un po’ a sorpresa, si piazza al secondo posto, con 2,1 milioni di smartwatch, e una crescita annua che tocca addirittura il 113%. Samsung rincorre i primi due, e si piazza in terza posizione, facendo registrare 1,8 milioni di unità spedite, in aumento rispetto agli 1,2 milioni dello scorso anno. Ma il lancio del presunto Galaxy Watch 3 potrebbe aiutare a invertire questa tendenza, riferisce tomshw.it. Garmin e Fitbit, poi, ottengono rispettivamente la quarta e la quinta posizione, con un aumento rispettivamente del 24% (1,1 milioni) e del 21% (0,9 milioni).

Un dato interessenza giunge dall’America, che per la prima volta non ha rappresentato il Paese con il maggior numero di vendite nel campo degli orologi smart. La domanda infatti ha coperto solamente un terzo di quella mondiale, e se le richieste per gli Apple Watch sono cresciute costantemente nei mercati esteri, negli Stati Uniti e in Europa le vendite hanno subito un rallentamento.

La Cina traina le spedizioni toccando quota 66%

Ed è la Cina ad avere registrato il maggior aumento nelle spedizioni di smartwatch, toccando quota 66%. Anche qui, Apple domina il mercato, seguita a non troppa distanza, da Xiaomi.

I prossimi mesi dovrebbero segnare un aumento importante anche degli altri marchi interni al mercato, con un maggior interesse anche per le soluzioni offerte da Huawei e Oppo. Inoltre, pur non trattandosi di uno smartwatch, ma comunque di dispositivi indossabili, gli AirPods hanno fatto segnare un crescente interesse, oltre ogni aspettativa, soprattutto nei Paesi del Nord America. E risultati molto incoraggianti sono arrivati anche dal sud-est asiatico e dall’America Latina.

Nella Fase 2 il digitale continua a crescere e si normalizza la fruizione TV

La crisi legata all’emergenza Coronavirus ha modificato profondamente le abitudini e i comportamenti degli italiani, anche per quanto riguarda la multimedialità. Se durante il lockdown gli italiani hanno incrementato il tempo passato davanti alla TV con la Fase 2 la fruizione sta ritornando a livelli normali. Continua invece a crescere a ritmi sostenuti il Digitale, che per gli italiani sembra essere diventato un’abitudine consolidata, Boomer compresi. Secondo l’indagine GfK Sinottica, che monitora settimanalmente i comportamenti reali di consumo degli italiani, nelle prime settimane della crisi e durante il lockdown il tempo speso davanti alla TV è infatti aumentato del +18% rispetto al periodo antecedente l’epidemia, mentre il tempo dedicato agli strumenti digitali tra il 21 febbraio e il 3 maggio 2020 è cresciuto del +25%.

Scende il tempo passato davanti alla TV, soprattutto fa i più giovani

Durante il lockdown gli italiani si sono rivolti alla TV per cercare informazioni su Covid-19, ma anche per intrattenersi nel lungo periodo passato in casa. Dall’indagine GfK Sinottica risulta significativo l’incremento di tempo dedicato alla TV tra i più giovani, con un +24% di incremento da parte della Generazione Z (14-24 anni) verificato tra il 21 febbraio e il 3 maggio. Con la Fase 2 le cose sono però cambiate. Dalle rilevazioni GfK Sinottica nella prima settimana di maggio il tempo speso davanti alla TV è cresciuto del +1%, e nella seconda settimana del +3%, tornando quasi ai livelli precedenti l’emergenza Coronavirus.

Una normalizzazione delle abitudini di fruizione

Si tratta di una normalizzazione delle abitudini di fruizione  dovuta probabilmente al ritorno al lavoro di molte persone, e più in generale, alla possibilità di uscire dalla propria abitazione. Il trend è ancora più marcato per la Generazione Z, che nella seconda settimana di Fase 2 ha visto diminuire del -3% il tempo speso davanti alla TV.

Tra smart working, didattica a distanza e video aperitivi, durante il lockdown il digitale è invece entrato a far parte in maniera significativa della vita quotidiana degli italiani. I dati GfK Sinottica mostrano come le persone hanno utilizzato il digitale per informarsi, fare la spesa, lavorare, socializzare e anche per intrattenersi, sviluppando nuove abitudini che sembrano destinate a continuare anche nella Fase 2.

I Baby Boomer sempre più digitali

Di fatto, secondo le rilevazioni GfK Sinottica il tempo speso per tutti gli strumenti digitali nella settimana tra il 4 e il 10 maggio è cresciuto ancora del +20%, e tra l’11 e il 17 maggio del +24%.  Questo incremento si riscontra anche nelle fasce più mature della popolazione, quelle che prima dell’emergenza Coronavirus avevano meno familiarità con il digitale. Ad esempio, se tra i Baby Boomer (55-74 anni) la crescita è stata del +26% nelle prime settimane di emergenza e durante il lockdown, in questo caso la crescita continua anche nella Fase 2, con un +24% nella settimana compresa tra l’11 e il 17 maggio.

La casa è diventata il nostro mondo, prendersene cura è una priorità

Costretti dall’emergenza non siamo mai stati così tanto in casa come in questo periodo. E anche durante la Fase 2, con l’allentamento del rigore del lockdown, sia per prudenza sia per necessità imposte da lavoro e scuola a distanza, continueremo a vivere la casa come il centro della nostra vita quotidiana.

La casa, insomma, è diventata il centro del nostro mondo. E secondo un report di Veepee, azienda francese di e-commerce, prendersene cura è la priorità per il 53% degli intervistati. Passare tanto tempo a casa vuol dire però dedicarsi di più anche ai propri figli, che si trovano ad avere i genitori accanto tutto il giorno, anziché solo a cena come accadeva prima.

Cambiano le abitudini, ma non la necessità di mantenere i contatti

Parallelamente alle attività casalinghe ludiche o di svago continuano i compiti e le lezioni, ormai parte della nuova routine per chi ha figli in età scolastica. In questo, come in altri ambiti, la tecnologia assume un ruolo sempre più importante, e accelera la tendenza già in atto di ricorrere in maniera sempre più frequente all’e-commerce per ogni genere di acquisto. Ma in questo periodo in cui anche la socialità è cambiata per non perdere il contatto con amici e familiari gli italiani hanno scoperto nuovi modi di comunicare. Più dell’80% organizza video-aperitivi e video call, oltre alle telefonate (45%) e ai messaggi vocali (49%).

Lasciare libero spazio alla creatività e coltivare le relazioni sociali

Il 71% degli intervistati dichiara di lasciare libero spazio alla creatività inventandosi piccole attività manuali, giocando con i giochi di società, suonando e cantando insieme, o ascoltando musica. Il 40% invece trascorre la maggior parte della giornata guardando serie tv, cartoni animati o film per bambini. Coltivare e mantenere i rapporti rimane però una delle priorità. Pensare a un pranzo insieme ai propri cari insieme, appena sarà possibile, è ciò che maggiormente si desidera. Al secondo posto, secondo il sondaggio, figura il riappropriarsi delle piccole gioie, concedendosi una passeggiata all’aria aperta o fare una gita fuori porta, al mare o in montagna (42%).

In attesa dello shopping nei negozi i casalinghi si acquistano online

Se al terzo posto di ciò che più si desidera fare appena sarà possibile figura lo shopping “dal vero”,  nei negozi della propria città, a partire dal mese di marzo la piattaforma ha implementato la sezione #aCasa, che offre una vasta scelta di prodotti per tutta la famiglia “in quarantena”. Dagli alimenti agli attrezzi da cucina per preparare anche pizza e pane fino ai giochi per bambini, gli outfit per stare comodi fra le mura domestiche e i prodotti beauty per vivere al meglio la clausura, online si trova tutto ciò che può alleviare la clausura forzata.

I prodotti più acquistati sulla piattaforma? Oggetti e tessuti per la casa (quasi il 40% degli intervistati), prodotti alimentari per sperimentare nuove ricette (28%) e prodotti di bellezza per i momenti di relax (25%).

Un terzo delle famiglie italiane non ha un pc

La fotografia scattata dalla ricerca Istat Spazi in casa e disponibilità di computer per bambini e ragazzi, relativo agli anni 2018-2019, mette chiaramente in luce il divario digitale presente all’interno delle case degli italiani. Dalla ricerca emerge infatti che un terzo delle famiglie nella propria casa non ha un computer o un tablet, nonostante la quota scenda al 14,3% tra le famiglie con almeno un minore. E se solo per il 22,2% delle famiglie italiane ogni componente ha a disposizione un pc o un tablet, è nel Mezzogiorno che i dati sono più allarmanti.

Nelle regioni del Sud Italia il 41,6% delle famiglie è senza computer in casa, mentre nelle altre aree del Paese la media si attesta a circa il 30%.

Oltre il 60% di bambini e ragazzi condivide il computer con la famiglia

Calabria e Sicilia sono in testa nella classifica del digital divide, rispettivamente con la quota del 46% e del 44,4% di famiglie prive di pc o tablet.

Al Sud, inoltre, il numero di chi ha a disposizione almeno un computer per ciascun componente della famiglia scende al 14,1%, contro il 22,2% della media italiana. In generale, oltre il 60% di bambini e ragazzi condivide il pc o il tablet con la famiglia. Se a questo si aggiunge poi che quattro minori su dieci vivono in case sovraffollate, allora il quadro è ancora più grave, considerata l’emergenza sanitaria che al momento costringe tutti a casa.

Marcate differenze territoriali fra Nord e Sud

Nelle regioni del Nord la proporzione di famiglie con almeno un computer in casa è maggiore. In particolare a Trento, Bolzano e in Lombardia oltre il 70% delle famiglie possiede un computer, e la quota supera il 70% anche nel Lazio.

Al Nord, inoltre, la quota di famiglie in cui tutti i componenti hanno un pc sale al 26,3%, riferisce Ansa. Rispetto alla dimensione del comune, la percentuale più alta di famiglie senza computer si osserva nei comuni di piccole dimensioni, la più bassa nelle aree metropolitane. Se si considerano le famiglie con minori, la quota di quante non hanno un computer scende al 14,3%, ma le differenze territoriali risultano ancora più accentuate con valori che vanno dall’8,1% del Nord-Ovest (6% in Lombardia) al 21,4% del Sud. 

Meno di un ragazzo su tre presenta alte competenze digitali

Meno di un ragazzo su tre, inoltre, presenta alte competenze digitali (il 30,2%, pari a circa 700 mila ragazzi), il 3% non ha alcuna competenza digitale mentre circa i due terzi presentano competenze digitali basse o di base.

Le ragazze presentano complessivamente livelli leggermente più elevati di competenze digitali (il 32% dichiara alte competenze digitali contro il 28,7% dei coetanei). Anche in questo caso dal punto di vista territoriale è abbastanza evidente il gradiente Nord-Mezzogiorno, con le regioni del Nord-Est che presentano i livelli più elevati su quasi tutte le competenze digitali.