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Il mercato italiano dei Big Data Analytics

Dopo il rallentamento degli investimenti dovuto alla pandemia, nel 2021 il mercato dei Big Data Analytics raggiungerà un valore stimato superiore ai 2 miliardi di euro (+13%). Una crescita trainata soprattutto dalla componente software (+17%), e dai servizi di consulenza e personalizzazione tecnologica, mentre la spesa in risorse infrastrutturali aumenta meno della media del mercato. La ripresa coinvolge tutti i settori merceologici, con investimenti in Data Management & Analytics in aumento di oltre il 10%.
Assicurazioni, manifatturiero e telco&media sono i comparti a crescita più marcata, mentre un quinto degli investimenti in soluzioni di Analytics passa da servizi in Public&Hybrid Cloud (+21%). Si tratta di alcuni risultati della ricerca condotta dall’Osservatorio Big Data & Business Intelligence della School Management del Politecnico di Milano.

Crescono progetti e fabbisogno di competenze

Quasi otto grandi aziende su dieci lavora all’integrazione di dati provenienti da diverse fonti interne o esterne, e il 54% ha avviato almeno una sperimentazione in ambito Advanced Analytics. Insieme ai progetti cresce anche il fabbisogno di competenze: il numero di Data Scientist è aumentato nel 28% delle grandi imprese, ma questa crescita riguarda le aziende che già avevano investito negli scorsi anni. Di fatto, il 49% delle grandi aziende ha in organico almeno un Data Scientist e il 59% almeno un Data Engineer. Non aumenta però in modo trasversale la diffusione di figure professionali dedicate. Inoltre, nonostante i progressi dell’ultimo anno, soltanto il 27% delle realtà può definirsi un’azienda data science driven, con competenze diffuse e numerose sperimentazioni e progetti a regime in tutta l’organizzazione.

Le sperimentazioni di Advanced Analytics

Negli ultimi tre anni oltre la metà delle grandi imprese ha avviato almeno una sperimentazione in ambito Advanced Analytics (+8%), e circa quattro aziende su dieci hanno progetti operativi in almeno una funzione aziendale. Nella maggior parte dei casi però la diffusione è limitata ad alcune aree.
Le principali difficoltà riscontrate nella fase di implementazione sono la scarsa qualità e integrazione dei dati, la parziale mancanza di competenze interne, la difficoltà di valutare i benefici del singolo progetto, e il complesso coinvolgimento dell’utente di business. Solo il 27% del campione è data science driven, il 14% è in fase sperimentale, il 28% è ai ‘primi passi’, il 16% è consapevole, e il 15%, non è interessato.

Gli Analytics nelle Pmi

Il 44% delle Pmi ha investito in Analytics o prevede di farlo entro fine anno, e un altro 44% dichiara che la pandemia ha avuto un ruolo determinante nell’acquisire maggiore consapevolezza sulla necessità di valorizzare i dati a disposizione. Rispetto al 2020, però, non si notano progressi né per le tipologie di analisi dati sviluppate né per la gestione organizzativa dell’analisi dei dati, mentre aumenta l’impegno sugli investimenti tecnologici. E se la maggior parte delle Pmi oggi svolge analisi predittive (62%) le sperimentazioni di Advanced Analytics sono presenti solo nel 14%.

Gli italiani considerano la tecnologia utile per il progresso sociale e la tutela dell’ambiente

Non solo motore per lo sviluppo economico, ma anche per quello sociale: gli italiani vedono la tecnologia come una preziosa alleata per accorciare le diseguaglianze e pure per contribuire alla salvaguardia del pianeta. Sono stati Samsung e il Politecnico di Milano, con una ricerca dedicata a esplorare il sentiment dei nostri connazionali nei confronti delle nuove tecnologie, a tracciare il rapporto fra italiani e digitale. E i risultati sono davvero sorprendenti e positivi. In particolare, si scopre che il l 62% degli intervistati considera che il digitale possa contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale, il 49% lo reputa motore di progresso sociale e il 47% strumento per la riduzione delle disuguaglianze e la promozione di una società più inclusiva ed equa. Insomma, la tecnologie non è solo utile, ma è anche buona.

La smart home per tutelare l’ambiente

E’ anche interessante notare che, sempre secondo i risultati emersi dall’indagine, per molti nostri connazionali l’adozione di strumenti per la smart home vada di pari passo con la sostenibilità. Come riporta Ansa, la ricerca rivela che il 54% degli intervistati associa la casa intelligente alla possibilità di controllare e ridurre i consumi, il 37% ritiene che, grazie a una casa connessa, sia possibile rendere la propria vita domestica più sostenibile. Ma la sostenibilità è anche tra le caratteristiche ritenute più rilevanti per una città intelligente, perché per il 48% degli intervistati la Smart City deve rispecchiare l’idea di un luogo sostenibile nel pieno rispetto del pianeta e delle esigenze del singolo.

Salute e istruzione

Ancora, l’effetto positivo delle potenzialità delle nuove tecnologie si allarga alla salute e all’istruzione. Per gli italiani, il digitale è sempre più associato al miglioramento delle aspettative di vita attraverso strumenti per monitorare il benessere fisico e la salute e le tecnologie per la sicurezza personale. Tanto che il 58% degli italiani si dichiara interessato alla diffusione e all’utilizzo di strumenti tech per il monitoraggio della salute. Allo stesso modo, i nostri connazionali credono che la tecnologia sia la chiave di volta anche per una migliore istruzione, più capillare e più mirata. L’87% degli intervistati è fiducioso che la tecnologia impatterà positivamente la qualità dell’istruzione. Inoltre gli italiani auspicano un cambiamento radicale negli scenari didattici futuri:ad esempio il 30% del campione immagina una didattica dove la realtà aumentata consentirà di seguire lezioni in aula o da remoto completamente immersive e interattive.

Un “conducente” su 3 ha l’assicurazione per i monopattini elettici

Fra chi possiede un monopattino in molti sono propensi a tutelarsi, tanto che come emerge dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat, quasi 1 conducente su 3 ha già acquistato una copertura assicurativa. Il DL infrastrutture recentemente approvato ha introdotto diverse novità per i monopattini elettrici, ma il Governo ha deciso di non inserire l’obbligo di assicurazione, lasciando l’imposizione solo per le società di noleggio. Infatti, uno degli emendamenti al DL prevedeva l’introduzione dell’obbligo di assicurazione e casco, nonché di targa da apporre al mezzo, ma la proposta è stata bocciata.

Maggiori consensi tra chi non possiede né usa questo mezzo
Curiosamente, la proposta trova maggiori consensi tra chi non possiede né usa questo mezzo. In particolare, il 76,8% è d’accordo con l’obbligo di casco, il 70,3% con l’assicurazione e il 56,1% con la targa. Quanto a chi invece ha un monopattino, solo il 50,9% è favorevole all’introduzione del casco obbligatorio, il 36,8% all’assicurazione e il 31,6% alla targa. Sul fronte assicurativo, il 17,3% ha una copertura per eventuali infortuni alla guida, mentre il 16% ha una polizza per danni a terzi. Inoltre, il 30,7% sta valutando di sottoscrivere una copertura, mentre 1 su 5 non è a conoscenza di questi prodotti.

Problema sicurezza
Nonostante il crescente numero di monopattini in circolazione, a giudizio di chi si sposta con questo mezzo, le infrastrutture stradali sembrano ancora oggi inadeguate. Quasi 2 intervistati su 3 ritengono che gli spazi destinati all’uso del monopattino siano insufficienti e non adatti (64%), e la percentuale arriva addirittura al 71% al Sud e nelle Isole. Ma quanto sono diffusi i monopattini in Italia? Secondo l’indagine sono circa 2,5 milioni gli italiani che oggi lo utilizzano. Di questi, circa 1,9 milioni ne hanno uno di proprietà, mentre poco più di 600mila usano quelli a noleggio.

La diffusione dei monopattini in Italia
Il mezzo sembra aver conquistato tutti: uomini e donne lo usano in egual misura (7%), mentre quanto all’età del conducente è diffuso in modo particolare tra i giovani con età 25-34 anni e 18-24 anni. A livello territoriale, invece, il monopattino è utilizzato soprattutto tra i residenti nel Nord Ovest (9,6%), a fronte di una media nazionale pari al 7%. Una platea che nei prossimi anni potrebbe aumentare notevolmente, se si considera che 3,4 milioni di italiani hanno dichiarato di stare valutando la possibilità di acquistarne uno. Infatti il monopattino elettrico si sta consolidando sempre più come mezzo di trasporto per raggiungere il luogo di lavoro: oggi il 33% lo usa proprio per questa finalità, percentuale che arriva al 45% nei Comuni con oltre 100 mila abitanti.

Cancro al seno e tasso di sopravvivenza

Per quanto riguarda i tassi di sopravvivenza, distinguiamo fondamentalmente due  tipi  di cancro al seno:  cancro al seno iniziale  e  cancro al seno metastatico. La differenza  principale  è che  il carcinoma mammario iniziale  è quello che non si è diffuso oltre il seno o i linfonodi sotto l’ascella, mentre il carcinoma mammario localmente avanzato o metastatico è quello che ha  metastatizzato  e si riproduce in altre parti del corpo.

Prognosi del cancro al seno precoce

Il  tasso di mortalità per cancro al seno in Italia è tra i più bassi in Europa. Nonostante ciò, esso continua a rappresentare il  17% di tutti i decessi per cancro delle donne  nel nostro Paese ed il 3,3% di tutti i decessi tra le donne in genere. Dunque si tratta di numeri che non vanno sottovalutati e sottolineiamo ancora una volta il ruolo importante che la prevenzione riveste.

Il tasso di  sopravvivenza al cancro al seno  è migliorato in modo esponenziale negli ultimi 20 anni  grazie ai progressi nell’anticipo delle diagnosi e nel trattamento precoce. In Italia,  la sopravvivenza globale a 5 anni  dalla diagnosi di questo tumore è  dell’87,8%.

Il tasso di sopravvivenza aumenta ancora di più quando si parla di  cancro al seno in fase iniziale, raggiungendo il  99% di sopravvivenza e l’  85%  quando si tratta di un  tumore “regionale”, cioè se il cancro si è diffuso al di fuori del seno alle strutture o ai linfonodi vicini.

Inoltre, va notato che l’età è un fattore importante da tenere in considerazione nel calcolo del tasso di mortalità, poiché la maggior parte dei decessi dovuti al cancro al seno si verifica in persone  di età superiore ai 75 anni.

Prognosi di carcinoma mammario metastatico

Di tutte le diagnosi di carcinoma mammario, solo nel 5-10% dei casi viene diagnosticato precocemente un  carcinoma mammario metastatico. Tuttavia, fino al 25% delle pazienti che aveva tale patologia localizzata al momento della diagnosi può finire per sviluppare metastasi nel corso degli anni.

Il carcinoma mammario avanzato nella maggior parte dei casi non può essere curato, pertanto l’obiettivo del trattamento è  aumentare gli anni di sopravvivenza con la migliore qualità della vita.

Negli ultimi anni si è osservato un netto  aumento della sopravvivenza a 5 anni dalla  diagnosi di metastasi. La sopravvivenza di queste pazienti è quasi raddoppiata, passando dal 20% al  38%  negli ultimi 20 anni. La sopravvivenza a 10 anni è invece quasi del 10%, dati che mostrano come la sopravvivenza al cancro metastatico sia sempre più prolungata.

È importante notare che questo tasso di sopravvivenza dipende da molti fattori e che il cancro al seno può essere trattato in qualsiasi momento. Inoltre, il trattamento del carcinoma mammario metastatico è in costante miglioramento ed è stato dimostrato che le donne che soffrono di questa malattia possono  vivere più a lungo e con una migliore qualità della vita.

L’importanza della prevenzione

Diventa sempre più importante dunque, sottolineare la necessità di individuare il cancro al seno nella sua fase iniziale e di recarsi periodicamente presso il proprio senologo Milano per un controllo annuale, genericamente a partire dai 30 anni di età in poi salvo condizioni particolari. Nei casi invece in cui ci sono già stati degli episodi di cancro al seno in famiglia, è bene iniziare questo tipo di visita a partire dai 25 anni di età.

In questa maniera si può avere la certezza di monitorare per bene la propria situazione e di avere la sicurezza di andare ad individuare tempestivamente eventuali problematiche che riguardano il seno, avendo così probabilità decisamente più alte che le cure abbiano successo e che queste siano poco invasive.

Didattica ibrida anche dopo la pandemia: i sogni degli studenti vs gli investimenti sbagliati delle università

Gli atenei non stanno investendo nelle giuste tecnologie per supportare la didattica in presenza e a distanza. E’ quanto emerge da una ricerca di Sony Professional Displays and Solutions, che evidenzia un grado decisamente alto di insoddisfazione da parte degli studenti. Quasi la  metà degli intervistati (il 49%) afferma infatti che l’attuale infrastruttura IT degli atenei non offre un’esperienza di qualità per la didattica ibrida o a distanza. Ciononostante, soltanto un terzo dei decision maker IT (ITDM) considera gli investimenti nelle tecnologie per la didattica a distanza una priorità assoluta.

Pochi investimenti nelle università, tanti da parte degli studenti
Dai risultati del sondaggio di Sony è emerso, inoltre, che la mancanza di investimenti costringe gli studenti a ricorrere a risorse proprie per colmare le lacune tecnologiche. Infatti, più dei tre quarti degli studenti (il 78%) hanno valutato la possibilità di acquistare a proprie spese gli strumenti necessari per l’apprendimento. E più del 65% ha investito fino a 578€  nell’anno scolastico in corso, con un evidente problema di disuguaglianza tra studenti, visto che non tutti si possono permettere gli strumenti migliori. Guardando al futuro, emerge con chiarezza che la didattica ibrida e quella a distanza non scompariranno, anzi. I dati mostrano che oltre i tre quarti degli studenti (79%) concordano che l’esperienza universitaria sarebbe migliore se venissero investite risorse nelle tecnologie per l’apprendimento online e ibrido. Oltre un terzo degli studenti (34%) si sente isolato e disconnesso dagli altri compagni, a ulteriore conferma della necessità di agevolare e supportare la collaborazione tra studenti attraverso la tecnologia sia per la didattica a distanza sia in presenza, aiutando gli studenti a sentirsi connessi.

L’importanza di modificare gli ambienti didattici
La grande maggioranza dei decision maker IT delle università europee concorda sul fatto che gli istituti devono supportare gli studenti modificando gli ambienti didattici (92%). Ma le loro priorità sono spesso lontane da quelle degli studenti. Ad esempio, oltre tre quarti (78%) degli studenti hanno affermato che la tecnologia AV, come display smart collaborativi e proiettori, sono importanti, mentre solo il 40% dei decision maker ha affermato di voler investire in queste tecnologie.
Per quanto riguarda l’ambiente di apprendimento, oltre un terzo (37%) degli studenti ha affermato di preferire la didattica in presenza, a fronte del 13% che predilige la modalità completamente a distanza. Tuttavia, più di un terzo degli ITDM ha indicato che la tecnologia per la didattica a distanza è la priorità assoluta al momento, con il 92% che afferma di voler investire nelle tecnologie per l’apprendimento da remoto.
“In Sony, riteniamo che la tecnologia sia fondamentale per rendere le lezioni più coinvolgenti, supportare i docenti e aiutare gli studenti a ottenere risultati migliori -, ha affermato Alexandra Parlour, Education Marketing Manager, Sony Professional Displays and Solutions -. Attraverso l’adozione di strumenti digitali semplici ma efficaci, gli atenei di tutto il mondo hanno la straordinaria possibilità non solo di garantire la continuità didattica, ma anche di restare competitivi”.

Il mercato Cloud in Italia vale 3,84 miliardi di euro

Il 2021 è l’anno delle grandi occasioni per la Cloud Transformation in Italia. Da un lato la spesa Cloud continua a crescere, trainata non più dai servizi SaaS (Software as a Service), ma da quelli PaaS (Platform as a Service), che riguardano più nello specifico la modernizzazione applicativa, l’orchestrazione e la gestione dei sistemi informativi, e IaaS (Infrastructure as a Service). Tuttavia, il 34% delle imprese dichiara di non aver ancora accompagnato questo percorso tecnologico con azioni di cambiamento organizzativo, come l’arricchimento delle competenze del personale, il potenziamento della struttura organizzativa con specialisti nelle tecnologie Cloud, o la revisione dei processi aziendali coinvolti. È quanto emerge dall’undicesima edizione dell’Osservatorio Cloud Transformation, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano.

La spesa per la ‘nuvola’

Il Public & Hybrid Cloud, ovvero l’insieme dei servizi forniti da provider esterni e l’interconnessione tra Cloud pubblici e privati, si conferma ancora la componente principale della spesa (2,39 miliardi, +19%). In particolare, proprio all’interno del Public & Hybrid Cloud, i servizi PaaS registrano la dinamica di crescita più robusta, raggiungendo il valore di 390 milioni (+31%), e si confermano un layer tecnologico abilitante non solo per lo sviluppo del nuovo, ma anche per la modernizzazione applicativa, l’orchestrazione e la gestione del sistema informativo. Seguono lo IaaS (+23%, per un totale di 898 milioni di euro), e il SaaS che, con oltre 1,1 miliardi, pur rimanendo la componente più rilevante, dopo il boom del 2020 vede un fisiologico rallentamento del tasso di crescita (+13%).

Il ruolo del Cloud nella filiera digitale

Quanto alle scelte progettuali e all’evoluzione dei sistemi informativi, l’adozione del Cloud nelle grandi imprese italiane è un dato di fatto e il portafoglio applicativo aziendale risulta erogato da ambienti eterogenei. Mediamente, il 44% del parco applicativo è oggi gestito in Cloud pubblico o privato, numeri ormai vicini a sorpassare la quota gestita on-premises. L’emergenza sanitaria ha generato nelle imprese una rinnovata consapevolezza sulla rilevanza strategica del digitale: il 67% degli attori della filiera digitale ha introdotto nuovi servizi all’interno della propria offerta, poi confermati a regime nel portafoglio d’offerta nella quasi totalità dei casi.

Il percorso tecnologico di adozione Cloud

Le strategie Hybrid e Multi Cloud sono sempre più diffuse nelle grandi imprese italiane, che oggi fanno riferimento mediamente a 5 Cloud provider per l’erogazione dei propri servizi, in crescita rispetto ai 4 del 2020. Si tratta di ambienti integrati, ma non ancora pronti a un’orchestrazione dinamica delle risorse. Dopo una prima fase di adozione del Cloud finalizzata a migrare le applicazioni con minor impatto possibile sul business, le grandi imprese stanno oggi iniziando ad affrontare progetti più complessi, che non trovano un’adeguata risposta nell’offerta di mercato di soluzioni standard. Lo dimostra l’interesse crescente verso le strategie di migrazione orientate alla riprogettazione applicativa e verso le architetture Cloud Native, utilizzate come standard per tutti i nuovi progetti nel 15% dei casi.

I media dopo la pandemia: cresce ancora la tv, lievitano i social

La pandemia ha prodotto un’accelerazione del paradigma biomediatico: nel 2021 crescono l’uso tradizionale della televisione e quello innovativo, e se la radio continua a rivelarsi all’avanguardia all’interno dei processi di ibridazione del sistema dei media, è boom di Internet, smartphone e social network. In particolare, nel 2021 la fruizione della televisione ha conosciuto un incremento rilevante, sia per effetto dell’aumento dei telespettatori della tv tradizionale e della tv satellitare, sia della tv via Internet e della mobile tv.  Il digitale terrestre segna infatti un +0,5% rispetto al 2019, web tv e smart tv salgono al 41,9% di utenza, e la mobile tv passa dall’1,0% di spettatori nel 2007 a un terzo degli italiani nel 2021 (33,4%). Lo attesta il 17° Rapporto sulla comunicazione del Censis, dal titolo I media dopo la pandemia. 

Radio, Internet, smartphone e social

Complessivamente, nel 2021 i radioascoltatori italiani sono il 79,6%, ma se la radio tradizionale perde il -2,1% di utenza e l’autoradio il 3,6%, aumenta l’ascolto delle trasmissioni radiofoniche via internet con il pc (20,2%, +2,9%) e attraverso lo smartphone (23,8%, +2,5%). Quanto a internet, si registra ancora un aumento: l’utenza ha raggiunto quota 83,5% (+4,2% rispetto al 2019). L’utilizzo degli smartphone sale invece all’83,3% (+7,6% sul 2019), e lievitano al 76,6% gli utenti dei social network (+6,7%).

Aumentano i lettori di libri, ed è boom per le piattaforme online

Se si considera che chi ha letto più di 3 libri all’anno costituisce il 25,2% della popolazione, pare che il lockdown abbia prodotto un riavvicinamento alla lettura. Nel 2021 i lettori di libri sono infatti il 43,6% (+1,7% rispetto al 2019), e quelli di e-book l’11,1% (+2,6%), mentre si accentua la crisi ormai storica dei media a stampa. Quanto alle piattaforme online, tra i giovani (14-29 anni) c’è stato un ulteriore passo in avanti nel loro impiego: il 92,3% utilizza WhatsApp, l’82,7% YouTube, il 76,5% Instagram, il 65,7% Facebook, il 53,5% Amazon, il 41,8% le piattaforme per le videoconferenze, il 36,8% Spotify, il 34,5% TikTok, il 32,9% Telegram, il 24,2% Twitter. Anche tra chi ha 65 anni e oltre l’impiego di internet sale dal 42,0% al 51,4% del 2021 e gli utenti dei social media aumentano dal 36,5% al 47,7%.

Il virus non ferma la spesa per i dispositivi digitali 

L’andamento della spesa delle famiglie per i consumi mediatici tra il 2007 e il 2020 evidenzia un’asimmetria. Se il valore dei consumi complessivi ha subito una drastica flessione, senza mai tornare ai livelli precedenti la crisi del 2008, la spesa per l’acquisto di telefoni ed equipaggiamento telefonico, ad esempio, segna un incremento del +450,7%, per un ammontare di 7,2 miliardi di euro solo nell’ultimo anno. La spesa dedicata all’acquisto di computer, audiovisivi e accessori cresce invece del +89,7%, i servizi di telefonia si assestano al -21,1%, (14,6 miliardi nel 2021), e la spesa per libri e giornali crolla al -45,9%.

Il telelavoro e la dismorfia da Zoom

Con il ricorso sempre più massiccio al telelavoro aumentano anche le richieste di visite e consigli ai dermatologi. Ma cosa c’entra lo smart working con la dermatologia? Di fatto, le continue riunioni di lavoro, i meeting, ma anche altre forme di condivisione a distanza sulle varie piattaforme digitali, hanno generato quello che dagli esperti è stato denominato come dismorfia da Zoom.

Si tratta di un nuovo fenomeno che i dermatologi americani stanno osservando dopo i mesi di emergenza legata al coronavirus e di lavoro a distanza. In sostanza, a furia di vedere la propria immagine continuamente sullo schermo di pc, tablet e cellulari durante meeting e riunioni, ci si convince che qualcosa nel nostro aspetto non vada. Si iniziano a notare molti dettagli del proprio volto prima considerati quasi insignificanti, cosa che sta spingendo molte persone a rivolgersi a uno specialista.

La pandemia ha cambiato la frequenza con cui ci confrontiamo con la nostra immagine

Lo rileva un articolo di alcune specialiste dermatologhe del Massachusetts General Hospital, pubblicato su Facial Plastic Surgery & Aesthetic Medicine. “La pandemia – spiega in un commento all’articolo il dottor Benjamin Marcus, dell’Università del Wisconsin – ha cambiato radicalmente la frequenza con cui ci confrontiamo con la nostra immagine. Il passaggio al lavoro online, all’apprendimento e persino alla socializzazione ha aumentato notevolmente il tempo che abbiamo per osservarci”.

Una risposta comparativa autocritica

La dismorfia, è una condizione psicologica per cui i pazienti si fissano su una o più caratteristiche del proprio aspetto esteriore, notando imperfezioni o difetti che per altre persone appaiono minimi o inesistenti. “Una vita sproporzionatamente trascorsa su Zoom – aggiunge una delle autrici dello studio, Arianne Shadi Kourosh – può innescare una risposta comparativa autocritica, che porta a correre dal medico per trattamenti che non si sarebbero considerati prima di aver passato mesi di fronte a uno schermo, un nuovo fenomeno chiamato appunto dismorfia da Zoom”.

Un’ondata di pazienti che citano il loro aspetto su Zoom

Gli autori spiegano nell’articolo di aver notato un’ondata di pazienti che citano proprio il loro aspetto su Zoom come motivo per rivolgersi al medico, in particolare per quanto riguarda difetti come l’acne e le rughe. Su Google, poi, spiegano gli specialisti, sono in aumento le ricerche relative proprio all’acne e alla perdita di capelli.

Questo però potrebbe anche essere dovuto al fatto che vedendosi costantemente in video le persone diventano semplicemente più consapevoli del loro aspetto.

Fase 3, la ripresa del traffico in Italia secondo Mytraffic

Un barometro sulle tendenze del flusso pedonale e dei veicoli per aiutare le città e gli operatori del commercio ad anticipare la ripresa post-Covid della propria attività. È quello effettuato da Mytraffic, start-up specializzata nell’analisi dei flussi pedonali e veicolari, che ha studiato il traffico post-lockdown in 370 aree commerciali italiane attraverso l’analisi dei dati di geolocalizzazione.

Dall’analisi di Mytraffic si evidenzia un trend nazionale di ripresa. A inizio luglio infatti  il traffico fisico nelle principali aree commerciali era diminuito rispetto al periodo precedente la pandemia del 23%, e del 19% in questo mese di settembre.

L’importanza strategica di misurare il traffico

A oggi la misurazione accurata del traffico pedonale o veicolare in una zona commerciale, in un centro commerciale o di fronte a un indirizzo specifico, è di importanza strategica in quanto consente ai retailer, ai centri commerciali, ai professionisti del settore immobiliare e alle città di disporre di dati oggettivi in tempo reale per prendere decisioni chiave come l’apertura di un punto vendita, negoziare i canoni di locazione, riporta Adnkronos, ma persino intraprendere un progetto di investimento in una zona urbana.

L’impatto del Covid-19 sulle principali aree commerciali di Milano

Il trend, che fa ben sperare per una ripresa delle attività economiche entro la fine dell’anno, è stato riscontrato anche nel case study relativo all’impatto del Covid-19 sul traffico fisico in alcune delle principali aree commerciali di Milano. Dallo studio emerge come il traffico pedonale nella città di Milano e nelle sue aree più dinamiche mostri incoraggianti segnali di ripresa, nonostante sia ancora influenzato dall’impatto della pandemia. Se si analizza, ad esempio, il traffico pedonale nell’area di Milano Garibaldi, dopo quasi quattro mesi dalla fine del lockdown si evidenzia una ripresa del 58% del suo traffico pedonale abituale giornaliero, nonostante un più che prevedibile calo a metà agosto.

Una tecnologia al sevizio delle aziende

Grazie alla tecnologia del software SaaS Mytraffic Analytics tutti i player di settore possono ottenere una misurazione accurata del traffico pedonale o veicolare in una zona commerciale, in un centro commerciale o di fronte a un indirizzo specifico. Anche per questo 250 aziende hanno già utilizzato affidate

i servizi di Mytraffic, tra cui Igd Siiq, Grandi Stazioni Retail, Klépierre, Cushman & Wakefield Italia, Engel & Volkers Commercial Milano e Engel&Volkers Commercial Lombardy, Ceetrus Italia, Aedes SIIQ, Lidl, Synlab, Liu Jo, H&M e Sephora.

I dipendenti italiani sono i più confusi sullo smart working

A livello europeo c’è ancora molta confusione su quanto i dipendenti possano spendere per attrezzarsi a lavorare da remoto. Ma sono i dipendenti italiani i più disinformati sullo smart working. Dopo i francesi (12%), soltanto un lavoratore italiano su sei, il 15%, risulta informato infatti su come gestire le spese durante il lockdown. Al contrario, i più informati sono i lavoratori danesi (24%), seguiti da svedesi e anglosassoni (19%), tedeschi (18%), olandesi (16%) e spagnoli (15%). È quanto emerge dal sondaggio Home Office di Sap Concur sulle spese di telelavoro, condotto tra 6.812 dipendenti in 8 mercati europei.

Poca chiarezza su quali spese si è autorizzati a sostenere mentre lavora da casa

Di fatto, solo il 34% dei dipendenti italiani è stato informato su quanto tempo passerà ancora a lavorare in smart working, risultando pari ai francesi (34%). Meno informati in questo caso i lavoratori di Paesi Bassi e Spagna (30%), Germania (28%), Danimarca (26%), Svezia (24%) e Regno Unito (22%).

Per quanto riguarda le spese però in Italia si riscontra poca chiarezza. Il 76% dei lavoratori non è sicuro se e quali spese è autorizzato a sostenere mentre lavora da casa. La situazione è migliore negli altri Paesi europei, con Olanda (72%), Francia (69%), Spagna (64%), Regno Unito (63%), Danimarca (60%), Germania (58%), Svezia (51%) che mostrano di avere idee più chiare.

Dubbi sui rimborsi relativi all’acquisto di dispositivi software e hardware

Tra i dipendenti italiani intervistati, riporta Adnkronos, il 42% non è stato informato riguardo i rimborsi relativi all’acquisto di dispositivi software e hardware, fondamentali per poter portare avanti attività lavorative da casa.

Più rosea la situazione nel resto d’Europa. Germania (38%), UK (32%), Spagna (31%), Francia (32%) e Danimarca (27%) non sanno se l’azienda copra spese relative all’elettricità e al riscaldamento, il 23% dei dipendenti svedesi non sa se riceverà il rimborso relativo a spese per mobili per ufficio, mentre nei Paesi Bassi c’è un’incognita sulle spese relative a hardware e software IT (36%).

La maggior parte dei dipendenti non era preparata prima della pandemia Il 31% dei lavoratori italiani afferma, inoltre, di non poter sostenere alcun costo, mentre gli altri Paesi europei danno maggiori possibilità, con Spagna (10%), Danimarca (17%), Svezia e Olanda (20%) tra le più virtuose. La maggior parte dei dipendenti ammette poi di non essere stata preparata a lavorare da casa prima della pandemia. E solo il 39% dei dipendenti italiani ritiene di essere stato preparato a lavorare in smart working prima dell’emergenza sanitaria. A livello europeo, i dipendenti svedesi erano i più preparati (52%), mentre la pandemia ha trovato meno organizzati gli spagnoli, con il 67% dei lavoratori che non sapevano come poter gestire le attività lavorative in smart working