Categoria: Curiosità

Giochi da tavolo, è boom

Tra le ritrovate passioni degli italiani c’è anche quella per i giochi da tavolo, i cari, vecchi giochi analogici che hanno fatto divertire intere generazioni. Che siano di ruolo, di carte, di miniature o gli evergreen con il tabellone, questa tipologia di giochi “non virtuale” ha visto una crescita del 30% negli ultimi due anni. Tra i motivi di questo exploit c’è sicuramente la pandemia, che ha costretto tantissime persone a trascorrere il proprio tempo libero a casa. E così, per divertirsi in modo sano, si è ricominciato a giocare. Le stime di settore, riferisce Ansa, parlano di un tasso di crescita composto annuo pari al +13% da qui al 2025 (secondo il Global Board Games Market Report 2021), anno in cui il mercato mondiale raggiungerà i 21,65 miliardi di dollari.

Il mercato in Italia

Il mercato dei giochi da tavolo nel nostro Paese ha un valore stimato di 100 milioni di euro ed è in continua ascesa con una proposta di 800 nuovi titoli l’anno, sintomo di grande vivacità di un settore. Proprio a questo comparto è dedicato una vera e propria kermesse, Play – Festival del Gioco, che va in scena nel quartiere fieristico di Modena raccogliendo più di 150 espositori, sessanta associazioni coinvolte, una cinquantina di ospiti tra cui star internazionali del gioco da tavolo, 2.500 tavoli pronti per giocare, 7.000 sedie, migliaia di titoli tra grandi classici, ultime novità e anteprime mondiali, incontri e convegni sul ruolo fondamentale del gioco nella nostra vita, più di 300 eventi in programma con grandi ospiti.

Chi compra i giochi da tavolo

Come riferiscono gli studi su questo mercato, la maggioranza degli acquirenti oggi sono di età compresa tra 25 e 39 anni, quindi la generazione dei Millennials, ovvero i nati tra il 1981 e il 1996. E nella top ten delle loro preferenze accanto ai classici intramontabili si affiancano i più recenti Dixit, Ticket to Ride, Dobble ed Exploding Kittens (tutti di Asmodee, casa editrice francese); ma popolari sono anche La casa di carta – Escape Game (di MS Edizioni), Coco Rido 2 – la Vendemmia (sempre di Asmodee), Puerto Rico e Disney Villainous (entrambi di Ravensburger), Carcassonne, I coloni di Catan (Giochi Uniti), Bang! (DV Giochi). Ciò che distingue questi giochi più recenti da quelli della generazione dei boomer sono la velocità (le partite non durano più di 30 minuti), la semplicità (le regole sono facili e di immediata comprensione) e l’inclusività (tutti i giocatori proseguono fino alla fine della partita). Proliferano poi i giochi di ruolo, anche quelli dal vivo: il più iconico rimane Dungeons & Dragons, che ha debuttato negli anni ’70 ma ha conosciuto un’impennata di vendite proprio durante la pandemia, con guadagno complessivo cresciuto del 33% nell’ultimo anno. Tra gli evergreen vanno citati poi i giochi di miniature come Warhammer (prodotto dalla britannica Game Workshop) – e naturalmente i giochi di carte, il cui capostipite è Magic, il primo gioco di carte collezionabili del mondo.

TikTok, ora video fino a 10 minuti

TikTok conferma: i video caricati sulla piattaforma potranno superare la durata di 3 minuti. Presto infatti gli utenti potranno caricare filmati che durano fino a 10 minuti, un salto in avanti che equivale a una sfida del social cinese ai big del settore, come YouTube e Instagram. Il limite precedente era stato aggiornato in estate, quando TikTok aveva portato a 3 minuti il tempo massimo iniziale di 60 secondi, a sua volta ampliato dai 15 secondi dal lancio dell’app.

“Pensiamo sempre a nuovi modi per portare valore alla nostra community e arricchire l’esperienza dei tiktoker – spiega l’azienda in una nota -. L’anno scorso abbiamo introdotto video più lunghi, dando agli utenti più tempo per creare e divertirsi su TikTok”.

“Più possibilità creative per i nostri iscritti in tutto il mondo” 

Secondo la società informatica Cloudfare, che analizza il traffico web a livello globale, l’anno scorso TikTok aveva sorpassato Google come servizio online più visitato dagli utenti.

“Oggi confermiamo la possibilità di caricare video della durata massima di 10 minuti – continua TikTok -. Una novità che speriamo possa liberare ancora più possibilità creative per i nostri iscritti in tutto il mondo”.
L’annuncio mette quindi TikTok sullo stesso piano di YouTube, che nel 2021 ha raccolto 28,8 miliardi di dollari di entrate pubblicitarie. Dal canto suo Meta, che controlla Instagram, si è ispirata proprio a TikTok per lanciare nuovi formati video. Dall’arrivo dei Reels, nel 2020, l’app ha implementato diverse funzionalità prese in prestito alla concorrenza, come la funzione Remix, che permette di affiancare i propri video a quelli dei creator più gettonati del momento, riporta Ansa.

Ancora più spazio ai creator per tutorial e contenuti educativi

Lo scopo di ampliare fino a 10 minuti la durata dei video è quello di dare più spazio ai creator per tutorial e contenuti educativi. La nuova feature è già stata testata e verrà integrata nell’app con uno dei prossimi aggiornamenti, previsto a breve. Lo scopo, secondo quanto dichiarato da un portavoce dell’azienda al sito specializzato TechCrunch, è infatti quello di “dare ai creator un nuovo modo per portare valore alla nostra comunità e arricchire l’esperienza TikTok. Già l’anno scorso – spiegano dal social network – abbiamo dato alla nostra comunità più tempo per creare ed essere intrattenuti su TikTok, e oggi siamo entusiasti di iniziare a implementare la possibilità di caricare video fino a 10 minuti, che speriamo possano scatenare ancora più possibilità creative per i nostri utenti in tutto il mondo”.

La concorrenza a YouTube

I video di 10 minuti su Tik Tok sono un chiaro segnale di come il social network cinese voglia rafforzare la concorrenza ai competitor, soprattutto YouTube. Le clip più lunghe, infatti, consentiranno agli utenti di postare contenuti come tutorial di cucina, beauty, contenuti educativi e tutti i video che necessitano di più tempo. Finora, riporta quotidiano.net, i tiktoker erano infatti costretti a postare più clip in sequenza, con il rischio che qualcuno dei follower non riuscisse a seguirli fino in fondo.

Il 5G cresce più di ogni altra tecnologia

Il 5G sta crescendo più di ogni altra tecnologia, e ormai inizia a rappresentare una fetta consistente del mercato mobile. Secondo i dati dell’ultimo Mobility Report di Ericsson oggi il 5G costituisce circa il 9,5% degli abbonamenti mobili a banda larga, e poco più dell’8% di quelli totali. Il 2021 si è chiuso infatti con 660 milioni di abbonamenti 5G in tutto il mondo, 98 milioni in più nel solo quarto trimestre dell’anno.
Ma a crescere sono anche gli operatori che lanciano servizi di quinta generazione: sono circa 200, venti dei quali hanno implementato reti 5G standalone, ovvero in tutto e per tutto autonome.

Tra ottobre e dicembre 2021 gli abbonamenti mobile broadband arrivano a 6,9 miliardi

Tra ottobre e dicembre scorsi, il numero di abbonamenti di tipo mobile broadband, quelli che consentono di utilizzare app e servizi online, ha raggiunto i 6,9 miliardi, con un incremento del 6% anno su anno.
Di fatto, oggi l’85% degli abbonamenti mobile sono a banda larga. Si rafforza la leadership degli abbonamenti Lte, che nell’ultimo trimestre del 2021 sono aumentati di circa 37 milioni, arrivando a un totale di 4,7 miliardi, ovvero il 57% di tutti gli abbonamenti mobili. Diminuiscono, invece, gli abbonamenti alle più datate reti HSPA (-51 milioni) e GSM (-52 milioni).

Il traffico dati è più raddoppiato nel giro di due anni

Grazie all’aumento di abbonamenti complessivi, alla diffusione di reti più performanti (come Lte e 5G) e all’elevato consumo di video, il traffico dati è aumentato dell’8% rispetto al trimestre precedente, e del 44% anno su anno. Il traffico dati è quindi più raddoppiato nel giro di due anni, superando per la prima volta la soglia degli 80 exabyte.
Il Mobility Report conta anche il numero di Sim in circolazione: nel solo quarto trimestre 2021 gli abbonamenti alla rete mobile sono cresciuti di 24 milioni di unità, portando il numero complessivo a 8,2 miliardi. Il maggior contributo trimestrale proviene da Cina (+5 milioni), Stati Uniti (+4 milioni) e Pakistan (+3 milioni).

Le Sim superano la popolazione mondiale

Ormai da tempo le Sim superano la popolazione umana mondiale, riporta Agi: ce ne sono 104 ogni cento abitanti, con una penetrazione più elevata nell’Europa centro-orientale (dove la penetrazione è del 138%) e occidentale (124%). Solo in Africa (85%) e India (78%) gli abitanti sono ancora più delle Sim. Il numero di abbonati mobili unici è invece pari a circa 6 miliardi. Il divario tra utenti unici e schede totali è in buona parte dovuto alla presenza di più Sim per persona o di abbonamenti inattivi. 

Perché aumenta il fenomeno degli hater?

Il fenomeno degli hater è in crescita, con quasi 3 italiani su 4 che non perdonano abbastanza, incentivando anche in modo inconsapevole il cosiddetto odio sociale. Negli ultimi due anni segnati dalla pandemia e da un mondo sempre più online spesso ci si ‘nasconde’ dietro la tastiera del computer per esprimere opinioni che in una vita meno digitale non avremmo espresso con la medesima violenza. Secondo un nuovo studio condotto da Trustpilot una fetta importante della responsabilità viene attribuita ai canali online, attraverso i quali ci si maschera più facilmente per insultare o scrivere cose che nella vita reale non si direbbero.

La comunicazione online favorisce l’impulsività

L’analisi di Trustpilot ha coinvolto un campione di 12.000 adulti dai 18 anni in su tra Italia, Uk, Stati Uniti, Australia, Paesi Bassi e Francia.
Per il 39% del campione ‘i limitati contatti faccia a faccia degli ultimi due anni’ e ‘l’aumento della comunicazione online’ hanno favorito un aggravarsi del fenomeno. Solo il 35% degli intervistati ha invece ritenuto che ‘la responsabilità è imputabile ai social media’.
Quasi un terzo del campione, infatti, ha rivelato di essere più impulsivo quando pubblica messaggi, commenti o recensioni su internet rispetto a quanto farebbe di persona.

Per i più giovani la responsabilità è di internet

E sono soprattutto i più giovani a percepire la responsabilità di internet in questo eccesso di aggressività nelle comunicazioni. Infatti, tra i ragazzi dai 18 ai 24 anni è il 41% a ritenere che le interazioni online negli ultimi anni abbiano favorito l’odio sociale. Diversamente, sono le fasce di età intermedia a ritenere particolarmente responsabili del fenomeno i social media. Infatti, nella fascia dai 35 ai 44 anni a pensarlo è il 38%.

I meno supponenti in rete sono gli over 55

Le fasce più giovani, inoltre, sono quelle che ammettono di essere più supponenti online di quanto sarebbero di persona. Lo afferma il 35% dei ragazzi tra i 18 ed il 24 anni, e il 36% di quelli dai 25 ai 34 anni. Nelle fasce d’età successiva il dato decresce drasticamente, tanto che dai 55 anni in su è meno del 20% del campione a dichiararsi più supponente online. L’indagine, riporta Adnkronos, è parte della nuova campagna Helping Hands di Trustpilot, che mira a ricordare sia ai consumatori sia alle aziende che a volte prima di comportarsi con impulsività è il caso di fermarsi, prendersi un attimo di pausa e incentivare solo conversazioni costruttive. E non cercando di ferire a ogni costo il proprio interlocutore. 

Remote working, il giudizio di aziende e lavoratori 

Come giudicano l’esperienza dello smart working le aziende e i lavoratori delle aziende milanesi? A due anni dall’inizio della pandemia, a dare i “voti” a questa modalità di lavoro arriva il sondaggio Ipsos, condotto per Laboratorio Futuro dell’Istituto Toniolo, che ha esplorato l’esperienza e il punto di vista delle imprese e dei lavoratori milanesi in merito allo remote working.

I “voti” delle aziende

Ecco alcuni dei principali dati emersi dal sondaggio condotto presso le aziende milanesi. Il 43% delle aziende di Milano e provincia non ritiene possibile lo smart-working, in particolare, si tratta di aziende di piccole dimensioni, localizzate nella provincia di Milano e operanti nel settore del commercio. Inoltre, il 47% delle aziende ritiene che lo smart-working sia applicabile solo per alcune funzioni e livelli aziendali. Su una scala da 1 (pessimo) a 10 (eccellente), la valutazione media complessiva dell’esperienza dello smart-working, espressa dalle aziende intervistate, è pari a 6,64. Le aziende più soddisfatte sono quelle dei comuni della prima fascia, di grandi dimensioni, nel settore del commercio. Il reclutamento a distanza ha riguardato il 71,1% delle aziende e la valutazione media di questa esperienza è negativa, infatti il 78,6% dichiara che non farà ricorso al reclutamento a distanza in futuro. Invece, per quanto riguarda lo stage a distanza, l’8% del campione intervistato ha fatto questa esperienza e solo il 2,7% intende proseguirla.

La parola ai lavoratori

I lavoratori come hanno vissuto e come valutano l’esperienza del lavoro a distanza? Dai risultati dell’indagine emerge che, a Milano e prima della pandemia, lo smart-working fosse una pratica poco diffusa. Infatti, al 72,9% dei lavoratori intervistati non era concesso lavorare da remoto e il 9,5% si recava abitualmente sul luogo di lavoro nonostante lo smart-working fosse concesso. Soltanto il 6% degli intervistati praticava lo smart-working abitualmente anche nel periodo pre-Covid. Durante il primo lockdown (marzo-maggio 2020), il 50,5% dei rispondenti ha dichiarato di aver lavorato esclusivamente in smart-working. In questa fase, hanno usufruito più frequentemente dello smart-working coloro che risiedono nella città di Milano (59,5%), le donne (56,3%) ed i lavoratori tra i 18 e i 39anni (59,5%). Invece, a maggio 2021, la quota di lavoratori che dichiara di aver usufruito in maniera totalizzante dello smart-working si è assestata al 16,3% (vs. il 50,5% del periodo marzo-maggio 2020), con un massiccio ritorno in presenza 5 giorni a settimana per il 45% dei partecipanti e circa 4 lavoratori su 10 hanno sperimentato forme ibride di lavoro. E il giudizio? Su una scala da 1 (pessimo) a 10 (eccellente), la valutazione media complessiva dei lavoratori sul ricorso allo smart-working è pari a 7. Tra gli aspetti più apprezzati spiccano la produttività del lavoro e il work-life balance, invece, tra quelli più penalizzati troviamo il rapporto coi colleghi e quello con i superiori.

Italia al 12° posto per account violati: nel 2021 più di 11 milioni

Nel 2021 circa un quinto dei navigatori con almeno una identità digitale si è visto sottrarre dai cybercriminali informazioni strettamente personali.
La sicurezza sul web non sembra essere una nostra prerogativa, e i dati sono preoccupanti: l’Italia è al dodicesimo posto tra i paesi del mondo per numero di account violati. In pratica, nel nostro paese solo nel 2021 sono stati 11,11 milioni gli italiani vittime di furto di dati e credenziali dai propri account da parte dei cybercriminali. Si tratta di un numero enorme, per quanto in netto ribasso rispetto allo scorso anno, quando gli account violati risultavano il 38,6% in più.
A dare l’allarme è uno studio effettuato da Surfshark, l’azienda operante nel settore della sicurezza online con sede nei Paesi Bassi, che all’interno del suo database Alert ha raccolto informazioni pubbliche sui cosiddetti ‘data breach’, le fughe di dati.

A livello globale più di 950 milioni di data breach

In termini di casi di fuga di dati sensibili e informazioni protette o confidenziali l’analisi del database di Surfshark Alert riporta un lieve peggioramento rispetto al 2020. Infatti, nei primi 11 mesi dell’anno in corso gli account violati hanno superato il numero di 950 milioni a livello globale. Sempre a livello internazionale, sono 4,66 miliardi le persone in tutto il mondo che utilizzano quotidianamente internet, e il report di Surfshark evidenzia che i primi cinque paesi con il maggior numero di violazioni di dati rappresentano più della metà di tutte le perdite avvenute nel 2021.

Usa, Iran e India in testa per numero di violazioni

In testa a questa ‘classifica’ si posizionano gli Stati Uniti, con un totale di 214,4 milioni di utenti violati. L’Iran è al secondo posto, con 156,1 milioni, seguito da India, con 86,6 milioni, Russia, 27 milioni, e Francia, con 24,6 milioni di utenti violati. A precedere l’Italia nella classifica delle violazioni ci sono Brasile, Regno Unito, Iraq, Corea del Sud, Cina e Canada.

Informazioni usate per phishing, false chiamate bancarie e furti di identità

“La crescita degli utenti violati è allarmante, considerando il danno reputazionale e finanziario che ne deriva – commentano da Surfshark -. I criminali possono usare le informazioni in varie attività illegali, come email di phishing, false chiamate bancarie e persino furto di identità. Pertanto, tutti gli utenti dovrebbero informarsi bene sulla privacy online e prendere misure preventive per proteggersi”.

Gli italiani considerano la tecnologia utile per il progresso sociale e la tutela dell’ambiente

Non solo motore per lo sviluppo economico, ma anche per quello sociale: gli italiani vedono la tecnologia come una preziosa alleata per accorciare le diseguaglianze e pure per contribuire alla salvaguardia del pianeta. Sono stati Samsung e il Politecnico di Milano, con una ricerca dedicata a esplorare il sentiment dei nostri connazionali nei confronti delle nuove tecnologie, a tracciare il rapporto fra italiani e digitale. E i risultati sono davvero sorprendenti e positivi. In particolare, si scopre che il l 62% degli intervistati considera che il digitale possa contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale, il 49% lo reputa motore di progresso sociale e il 47% strumento per la riduzione delle disuguaglianze e la promozione di una società più inclusiva ed equa. Insomma, la tecnologie non è solo utile, ma è anche buona.

La smart home per tutelare l’ambiente

E’ anche interessante notare che, sempre secondo i risultati emersi dall’indagine, per molti nostri connazionali l’adozione di strumenti per la smart home vada di pari passo con la sostenibilità. Come riporta Ansa, la ricerca rivela che il 54% degli intervistati associa la casa intelligente alla possibilità di controllare e ridurre i consumi, il 37% ritiene che, grazie a una casa connessa, sia possibile rendere la propria vita domestica più sostenibile. Ma la sostenibilità è anche tra le caratteristiche ritenute più rilevanti per una città intelligente, perché per il 48% degli intervistati la Smart City deve rispecchiare l’idea di un luogo sostenibile nel pieno rispetto del pianeta e delle esigenze del singolo.

Salute e istruzione

Ancora, l’effetto positivo delle potenzialità delle nuove tecnologie si allarga alla salute e all’istruzione. Per gli italiani, il digitale è sempre più associato al miglioramento delle aspettative di vita attraverso strumenti per monitorare il benessere fisico e la salute e le tecnologie per la sicurezza personale. Tanto che il 58% degli italiani si dichiara interessato alla diffusione e all’utilizzo di strumenti tech per il monitoraggio della salute. Allo stesso modo, i nostri connazionali credono che la tecnologia sia la chiave di volta anche per una migliore istruzione, più capillare e più mirata. L’87% degli intervistati è fiducioso che la tecnologia impatterà positivamente la qualità dell’istruzione. Inoltre gli italiani auspicano un cambiamento radicale negli scenari didattici futuri:ad esempio il 30% del campione immagina una didattica dove la realtà aumentata consentirà di seguire lezioni in aula o da remoto completamente immersive e interattive.

Un “conducente” su 3 ha l’assicurazione per i monopattini elettici

Fra chi possiede un monopattino in molti sono propensi a tutelarsi, tanto che come emerge dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat, quasi 1 conducente su 3 ha già acquistato una copertura assicurativa. Il DL infrastrutture recentemente approvato ha introdotto diverse novità per i monopattini elettrici, ma il Governo ha deciso di non inserire l’obbligo di assicurazione, lasciando l’imposizione solo per le società di noleggio. Infatti, uno degli emendamenti al DL prevedeva l’introduzione dell’obbligo di assicurazione e casco, nonché di targa da apporre al mezzo, ma la proposta è stata bocciata.

Maggiori consensi tra chi non possiede né usa questo mezzo
Curiosamente, la proposta trova maggiori consensi tra chi non possiede né usa questo mezzo. In particolare, il 76,8% è d’accordo con l’obbligo di casco, il 70,3% con l’assicurazione e il 56,1% con la targa. Quanto a chi invece ha un monopattino, solo il 50,9% è favorevole all’introduzione del casco obbligatorio, il 36,8% all’assicurazione e il 31,6% alla targa. Sul fronte assicurativo, il 17,3% ha una copertura per eventuali infortuni alla guida, mentre il 16% ha una polizza per danni a terzi. Inoltre, il 30,7% sta valutando di sottoscrivere una copertura, mentre 1 su 5 non è a conoscenza di questi prodotti.

Problema sicurezza
Nonostante il crescente numero di monopattini in circolazione, a giudizio di chi si sposta con questo mezzo, le infrastrutture stradali sembrano ancora oggi inadeguate. Quasi 2 intervistati su 3 ritengono che gli spazi destinati all’uso del monopattino siano insufficienti e non adatti (64%), e la percentuale arriva addirittura al 71% al Sud e nelle Isole. Ma quanto sono diffusi i monopattini in Italia? Secondo l’indagine sono circa 2,5 milioni gli italiani che oggi lo utilizzano. Di questi, circa 1,9 milioni ne hanno uno di proprietà, mentre poco più di 600mila usano quelli a noleggio.

La diffusione dei monopattini in Italia
Il mezzo sembra aver conquistato tutti: uomini e donne lo usano in egual misura (7%), mentre quanto all’età del conducente è diffuso in modo particolare tra i giovani con età 25-34 anni e 18-24 anni. A livello territoriale, invece, il monopattino è utilizzato soprattutto tra i residenti nel Nord Ovest (9,6%), a fronte di una media nazionale pari al 7%. Una platea che nei prossimi anni potrebbe aumentare notevolmente, se si considera che 3,4 milioni di italiani hanno dichiarato di stare valutando la possibilità di acquistarne uno. Infatti il monopattino elettrico si sta consolidando sempre più come mezzo di trasporto per raggiungere il luogo di lavoro: oggi il 33% lo usa proprio per questa finalità, percentuale che arriva al 45% nei Comuni con oltre 100 mila abitanti.

Didattica ibrida anche dopo la pandemia: i sogni degli studenti vs gli investimenti sbagliati delle università

Gli atenei non stanno investendo nelle giuste tecnologie per supportare la didattica in presenza e a distanza. E’ quanto emerge da una ricerca di Sony Professional Displays and Solutions, che evidenzia un grado decisamente alto di insoddisfazione da parte degli studenti. Quasi la  metà degli intervistati (il 49%) afferma infatti che l’attuale infrastruttura IT degli atenei non offre un’esperienza di qualità per la didattica ibrida o a distanza. Ciononostante, soltanto un terzo dei decision maker IT (ITDM) considera gli investimenti nelle tecnologie per la didattica a distanza una priorità assoluta.

Pochi investimenti nelle università, tanti da parte degli studenti
Dai risultati del sondaggio di Sony è emerso, inoltre, che la mancanza di investimenti costringe gli studenti a ricorrere a risorse proprie per colmare le lacune tecnologiche. Infatti, più dei tre quarti degli studenti (il 78%) hanno valutato la possibilità di acquistare a proprie spese gli strumenti necessari per l’apprendimento. E più del 65% ha investito fino a 578€  nell’anno scolastico in corso, con un evidente problema di disuguaglianza tra studenti, visto che non tutti si possono permettere gli strumenti migliori. Guardando al futuro, emerge con chiarezza che la didattica ibrida e quella a distanza non scompariranno, anzi. I dati mostrano che oltre i tre quarti degli studenti (79%) concordano che l’esperienza universitaria sarebbe migliore se venissero investite risorse nelle tecnologie per l’apprendimento online e ibrido. Oltre un terzo degli studenti (34%) si sente isolato e disconnesso dagli altri compagni, a ulteriore conferma della necessità di agevolare e supportare la collaborazione tra studenti attraverso la tecnologia sia per la didattica a distanza sia in presenza, aiutando gli studenti a sentirsi connessi.

L’importanza di modificare gli ambienti didattici
La grande maggioranza dei decision maker IT delle università europee concorda sul fatto che gli istituti devono supportare gli studenti modificando gli ambienti didattici (92%). Ma le loro priorità sono spesso lontane da quelle degli studenti. Ad esempio, oltre tre quarti (78%) degli studenti hanno affermato che la tecnologia AV, come display smart collaborativi e proiettori, sono importanti, mentre solo il 40% dei decision maker ha affermato di voler investire in queste tecnologie.
Per quanto riguarda l’ambiente di apprendimento, oltre un terzo (37%) degli studenti ha affermato di preferire la didattica in presenza, a fronte del 13% che predilige la modalità completamente a distanza. Tuttavia, più di un terzo degli ITDM ha indicato che la tecnologia per la didattica a distanza è la priorità assoluta al momento, con il 92% che afferma di voler investire nelle tecnologie per l’apprendimento da remoto.
“In Sony, riteniamo che la tecnologia sia fondamentale per rendere le lezioni più coinvolgenti, supportare i docenti e aiutare gli studenti a ottenere risultati migliori -, ha affermato Alexandra Parlour, Education Marketing Manager, Sony Professional Displays and Solutions -. Attraverso l’adozione di strumenti digitali semplici ma efficaci, gli atenei di tutto il mondo hanno la straordinaria possibilità non solo di garantire la continuità didattica, ma anche di restare competitivi”.

Il mercato Cloud in Italia vale 3,84 miliardi di euro

Il 2021 è l’anno delle grandi occasioni per la Cloud Transformation in Italia. Da un lato la spesa Cloud continua a crescere, trainata non più dai servizi SaaS (Software as a Service), ma da quelli PaaS (Platform as a Service), che riguardano più nello specifico la modernizzazione applicativa, l’orchestrazione e la gestione dei sistemi informativi, e IaaS (Infrastructure as a Service). Tuttavia, il 34% delle imprese dichiara di non aver ancora accompagnato questo percorso tecnologico con azioni di cambiamento organizzativo, come l’arricchimento delle competenze del personale, il potenziamento della struttura organizzativa con specialisti nelle tecnologie Cloud, o la revisione dei processi aziendali coinvolti. È quanto emerge dall’undicesima edizione dell’Osservatorio Cloud Transformation, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano.

La spesa per la ‘nuvola’

Il Public & Hybrid Cloud, ovvero l’insieme dei servizi forniti da provider esterni e l’interconnessione tra Cloud pubblici e privati, si conferma ancora la componente principale della spesa (2,39 miliardi, +19%). In particolare, proprio all’interno del Public & Hybrid Cloud, i servizi PaaS registrano la dinamica di crescita più robusta, raggiungendo il valore di 390 milioni (+31%), e si confermano un layer tecnologico abilitante non solo per lo sviluppo del nuovo, ma anche per la modernizzazione applicativa, l’orchestrazione e la gestione del sistema informativo. Seguono lo IaaS (+23%, per un totale di 898 milioni di euro), e il SaaS che, con oltre 1,1 miliardi, pur rimanendo la componente più rilevante, dopo il boom del 2020 vede un fisiologico rallentamento del tasso di crescita (+13%).

Il ruolo del Cloud nella filiera digitale

Quanto alle scelte progettuali e all’evoluzione dei sistemi informativi, l’adozione del Cloud nelle grandi imprese italiane è un dato di fatto e il portafoglio applicativo aziendale risulta erogato da ambienti eterogenei. Mediamente, il 44% del parco applicativo è oggi gestito in Cloud pubblico o privato, numeri ormai vicini a sorpassare la quota gestita on-premises. L’emergenza sanitaria ha generato nelle imprese una rinnovata consapevolezza sulla rilevanza strategica del digitale: il 67% degli attori della filiera digitale ha introdotto nuovi servizi all’interno della propria offerta, poi confermati a regime nel portafoglio d’offerta nella quasi totalità dei casi.

Il percorso tecnologico di adozione Cloud

Le strategie Hybrid e Multi Cloud sono sempre più diffuse nelle grandi imprese italiane, che oggi fanno riferimento mediamente a 5 Cloud provider per l’erogazione dei propri servizi, in crescita rispetto ai 4 del 2020. Si tratta di ambienti integrati, ma non ancora pronti a un’orchestrazione dinamica delle risorse. Dopo una prima fase di adozione del Cloud finalizzata a migrare le applicazioni con minor impatto possibile sul business, le grandi imprese stanno oggi iniziando ad affrontare progetti più complessi, che non trovano un’adeguata risposta nell’offerta di mercato di soluzioni standard. Lo dimostra l’interesse crescente verso le strategie di migrazione orientate alla riprogettazione applicativa e verso le architetture Cloud Native, utilizzate come standard per tutti i nuovi progetti nel 15% dei casi.