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La casa è diventata il nostro mondo, prendersene cura è una priorità

Costretti dall’emergenza non siamo mai stati così tanto in casa come in questo periodo. E anche durante la Fase 2, con l’allentamento del rigore del lockdown, sia per prudenza sia per necessità imposte da lavoro e scuola a distanza, continueremo a vivere la casa come il centro della nostra vita quotidiana.

La casa, insomma, è diventata il centro del nostro mondo. E secondo un report di Veepee, azienda francese di e-commerce, prendersene cura è la priorità per il 53% degli intervistati. Passare tanto tempo a casa vuol dire però dedicarsi di più anche ai propri figli, che si trovano ad avere i genitori accanto tutto il giorno, anziché solo a cena come accadeva prima.

Cambiano le abitudini, ma non la necessità di mantenere i contatti

Parallelamente alle attività casalinghe ludiche o di svago continuano i compiti e le lezioni, ormai parte della nuova routine per chi ha figli in età scolastica. In questo, come in altri ambiti, la tecnologia assume un ruolo sempre più importante, e accelera la tendenza già in atto di ricorrere in maniera sempre più frequente all’e-commerce per ogni genere di acquisto. Ma in questo periodo in cui anche la socialità è cambiata per non perdere il contatto con amici e familiari gli italiani hanno scoperto nuovi modi di comunicare. Più dell’80% organizza video-aperitivi e video call, oltre alle telefonate (45%) e ai messaggi vocali (49%).

Lasciare libero spazio alla creatività e coltivare le relazioni sociali

Il 71% degli intervistati dichiara di lasciare libero spazio alla creatività inventandosi piccole attività manuali, giocando con i giochi di società, suonando e cantando insieme, o ascoltando musica. Il 40% invece trascorre la maggior parte della giornata guardando serie tv, cartoni animati o film per bambini. Coltivare e mantenere i rapporti rimane però una delle priorità. Pensare a un pranzo insieme ai propri cari insieme, appena sarà possibile, è ciò che maggiormente si desidera. Al secondo posto, secondo il sondaggio, figura il riappropriarsi delle piccole gioie, concedendosi una passeggiata all’aria aperta o fare una gita fuori porta, al mare o in montagna (42%).

In attesa dello shopping nei negozi i casalinghi si acquistano online

Se al terzo posto di ciò che più si desidera fare appena sarà possibile figura lo shopping “dal vero”,  nei negozi della propria città, a partire dal mese di marzo la piattaforma ha implementato la sezione #aCasa, che offre una vasta scelta di prodotti per tutta la famiglia “in quarantena”. Dagli alimenti agli attrezzi da cucina per preparare anche pizza e pane fino ai giochi per bambini, gli outfit per stare comodi fra le mura domestiche e i prodotti beauty per vivere al meglio la clausura, online si trova tutto ciò che può alleviare la clausura forzata.

I prodotti più acquistati sulla piattaforma? Oggetti e tessuti per la casa (quasi il 40% degli intervistati), prodotti alimentari per sperimentare nuove ricette (28%) e prodotti di bellezza per i momenti di relax (25%).

Un terzo delle famiglie italiane non ha un pc

La fotografia scattata dalla ricerca Istat Spazi in casa e disponibilità di computer per bambini e ragazzi, relativo agli anni 2018-2019, mette chiaramente in luce il divario digitale presente all’interno delle case degli italiani. Dalla ricerca emerge infatti che un terzo delle famiglie nella propria casa non ha un computer o un tablet, nonostante la quota scenda al 14,3% tra le famiglie con almeno un minore. E se solo per il 22,2% delle famiglie italiane ogni componente ha a disposizione un pc o un tablet, è nel Mezzogiorno che i dati sono più allarmanti.

Nelle regioni del Sud Italia il 41,6% delle famiglie è senza computer in casa, mentre nelle altre aree del Paese la media si attesta a circa il 30%.

Oltre il 60% di bambini e ragazzi condivide il computer con la famiglia

Calabria e Sicilia sono in testa nella classifica del digital divide, rispettivamente con la quota del 46% e del 44,4% di famiglie prive di pc o tablet.

Al Sud, inoltre, il numero di chi ha a disposizione almeno un computer per ciascun componente della famiglia scende al 14,1%, contro il 22,2% della media italiana. In generale, oltre il 60% di bambini e ragazzi condivide il pc o il tablet con la famiglia. Se a questo si aggiunge poi che quattro minori su dieci vivono in case sovraffollate, allora il quadro è ancora più grave, considerata l’emergenza sanitaria che al momento costringe tutti a casa.

Marcate differenze territoriali fra Nord e Sud

Nelle regioni del Nord la proporzione di famiglie con almeno un computer in casa è maggiore. In particolare a Trento, Bolzano e in Lombardia oltre il 70% delle famiglie possiede un computer, e la quota supera il 70% anche nel Lazio.

Al Nord, inoltre, la quota di famiglie in cui tutti i componenti hanno un pc sale al 26,3%, riferisce Ansa. Rispetto alla dimensione del comune, la percentuale più alta di famiglie senza computer si osserva nei comuni di piccole dimensioni, la più bassa nelle aree metropolitane. Se si considerano le famiglie con minori, la quota di quante non hanno un computer scende al 14,3%, ma le differenze territoriali risultano ancora più accentuate con valori che vanno dall’8,1% del Nord-Ovest (6% in Lombardia) al 21,4% del Sud. 

Meno di un ragazzo su tre presenta alte competenze digitali

Meno di un ragazzo su tre, inoltre, presenta alte competenze digitali (il 30,2%, pari a circa 700 mila ragazzi), il 3% non ha alcuna competenza digitale mentre circa i due terzi presentano competenze digitali basse o di base.

Le ragazze presentano complessivamente livelli leggermente più elevati di competenze digitali (il 32% dichiara alte competenze digitali contro il 28,7% dei coetanei). Anche in questo caso dal punto di vista territoriale è abbastanza evidente il gradiente Nord-Mezzogiorno, con le regioni del Nord-Est che presentano i livelli più elevati su quasi tutte le competenze digitali.

Cyberbullismo, uno studente su 5 salta la scuola, e uno su 3 è vittima

In tutto il mondo un minore su 3 è vittima di cyberbullismo, il 71% dei minori teme le violenze sui social, e le ragazze sono più colpite dei maschi. A causa del bullismo online, poi, uno studente su cinque salta la scuola.

“Nel mondo – spiega, in occasione del Safer Internet Day, Francesco Samengo, Presidente dell’Unicef Italia – ogni 5 minuti muore un bambino a causa di violenza. Moltissimi altri convivono con le cicatrici causate da violenza fisica, sessuale e psicologica, che va dalle percosse al bullismo”.

Ma in un mondo ormai dominato dal digitale, “la violenza che i bambini affrontano nelle loro case, scuole e comunità – aggiunge Samengo – è spesso amplificata da sms, foto, video, email, chat e social media”.

A chi spetta la responsabilità di porre fine al fenomeno?

Da quanto emerge da un sondaggio condotto dall’Unicef tramite la piattaforma U-Report su 170 mila giovanissimi provenienti da 30 Paesi di tutto il mondo, un ragazzo su tre ha vissuto esperienze di cyberbullismo. Il 71% di coloro che hanno risposto al sondaggio è inoltre convinto che il cyberbullismo si verifichi soprattutto sui social, e circa il 32% pensa che i governi dovrebbero essere responsabili di porre fine a questo fenomeno. Il 31% ritiene però che questa responsabilità debba spettare ai giovani, e il 29% alle aziende di internet.

I quindicenni sono più esposti al rischio rispetto agli undicenni

“A differenza del bullismo esercitato di persona, il cyberbullismo può raggiungere la vittima dovunque, in qualsiasi momento, spesso lasciando il bambino bullizzato in uno stato di ansia costante”, continua Samengo.

Secondo i dati raccolti, poi, le ragazze hanno maggiori probabilità di essere vittime di cyberbullismo rispetto ai ragazzi. Si stima inoltre che gli studenti più grandi potrebbero essere maggiormente esposti al fenomeno rispetto a quelli più piccoli. Tra i giovani di 15 anni si riporta infatti una percentuale maggiore di atti di cyberbullismo rispetto a quelli di 11 anni, riporta Ansa.

L’aumento del cyberbullismo riflette l’espansione dell’accesso al web da parte dei bambini

In ogni caso, l’aumento del cyberbullismo riflette la rapida espansione dell’accesso dei bambini e dei giovani a internet. In sette Paesi europei, la percentuale di bambini e adolescenti tra gli 11 e i 16 anni esposti a cyberbullismo è aumentata dal 7% al 12% tra il 2010 e il 2014. Secondo l’International Telecommunication Union (Itu), inoltre, circa il 70% della popolazione giovane mondiale, tra i 15 e i 24 anni, nel 2017 risultava possedere una connessione internet. Un numero in deciso aumento, rispetto al 36% degi under 25 connessi nel 2011.

Dispositivi indossabili in crescita del 94% in un anno. Trainano gli auricolari

Nel corso del terzo trimestre 2019 le consegne di dispositivi indossabili a livello mondiale sono quasi raddoppiate, arrivando alla cifra record di 84,5 milioni di unità vendute, con un incremento del 94,6% su base annua. Lo hanno rilevato gli analisti di Idc, la società mondiale di ricerche di mercato, secondo i quali a trainare il settore dei dispositivi wearable è la forte domanda di auricolari e cuffie senza fili, che rappresentano quasi la metà delle consegne complessive. E un terzo del mercato è in mano a Apple, che nello stesso periodo ha triplicato le consegne.

Cuffie e auricolari smart raggiungono 40,7 milioni di unità commercializzate

Da luglio a settembre di quest’anno, cuffie e auricolari smart hanno raggiunto i 40,7 milioni di unità commercializzate, con un incremento del 242,4% rispetto agli 11,9 milioni del terzo trimestre dell’anno passato.

“Auricolari e cuffie sono diventati il nuovo prodotto di riferimento per il mercato dei dispositivi indossabili – ha affermato il ricercatore di Idc Ramon T. Llamas. Il fenomeno è iniziato con i produttori di smartphone che hanno eliminato la presa jack per le cuffie, favorendo la domanda di cuffie senza fili – ha spiegato l’analista -. In seguito l’offerta si è arricchita con prodotti più funzionali e dalle forme diversificate. dai minuscoli auricolari ‘true wireless’ alle grandi cuffie ‘over-the-air'”.

Bracciali per il fitness e smartwatch al secondo e terzo posto dei più venduti

Dopo le cuffie e gli auricolari smart al secondo posto della classifica dei wearable più venduti si posizionano i bracciali per il fitness, con 19,2 milioni di unità consegnate, seguiti dagli smartwatch, con 17,6 milioni di dispositivi commercializzati a livello globale. Tra le aziende, Apple si conferma la regina del settore, soprattutto grazie alla popolarità dell’Apple Watch, degli AirPods (gli auricolari bluetooth senza fili), e delle cuffie wireless Beats, riporta una notizia Ansa.

Apple detiene oltre un terzo del mercato wearable. Seconda Xiaomi e terza Samsung

L’azienda di Cupertino, con 29,5 milioni di dispositivi consegnati, ha infatti triplicato i volumi rispetto ai 10 milioni del terzo trimestre 2018, ed è arrivata a detenere oltre un terzo del mercato. Al secondo posto per quote di mercato c’è la cinese Xiaomi, con 12,4 milioni di consegne, mentre terza è Samsung, con 8,3 milioni di dispositivi commercializzati. Fuori dal podio Huawei, con 7,1 milioni, il triplo rispetto ai 2,3 milioni di un anno fa, e l’americana Fitbit, con 3,5 milioni.

Lavoro, nei prossimi cinque anni il 60% delle richieste sarà per laureati e diplomati

Quello del lavoro è uno dei punti cardine più critici della nostra società attuale. E le difficoltà per i ragazzi di trovare un’occupazione nel prossimo futuro sono cosa nota. A questi dati non esattamente rosei si aggiunge ora un ulteriore avvertimento, che però può servire da indicazione per chi è ancora sui banchi di scuola: nei prossimi 5 anni il fabbisogno occupazionale riguarderà per oltre il 60% laureati e diplomati, e per oltre il 35% le professioni tecniche e ad elevata specializzazione. Il dato emerge dal nuovo Report Excelsior di Unioncamere e Anpal sui fabbisogni occupazionali 2019-2023. “La scelta del percorso di studio è uno dei momenti più importanti della vita dei nostri giovani”, sottolinea il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli. “Fornire ai ragazzi e alle famiglie le informazioni più aggiornate sulle tendenze del mercato del lavoro e sulle professioni che offrono le migliori opportunità per il futuro è fondamentale. Su questo fronte le Camere di commercio sono molto impegnate, con l’obiettivo di ridurre il più possibile il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro”.

Come cambieranno le assunzioni nel prossimo quinquennio

Nei prossimi cinque anni, ovvero tra il 2019 e il 2023, il report stima che saranno necessari tra i 3 e i 3,2 milioni di nuovi occupati per soddisfare le esigenze produttive delle imprese e della pubblica amministrazione. Anche in presenza di una crescita economica molto contenuta (variazione del PIL compresa tra +0,6% e +0,9%, in media annua tra il 2019 e il 2023), sarà necessario affrontare il naturale turnover sul mercato del lavoro che da solo determinerà oltre l’80% del fabbisogno (2,6 milioni di lavoratori nel quinquennio). La crescita economica, d’altra parte, potrà al massimo generare, a seconda della sua intensità e in maniera molto differenziata nei diversi settori, una quota di nuovi posti di lavoro che va dalle 352mila alle 535mila unità.

Le più richieste? Lauree in ambito medico-sanitario

In base alle stime, la domanda di personale laureato dovrebbe attestarsi tra le 959mila e le 1.014unità, e privilegerà l’indirizzo medico-sanitario. Per quanto riguarda i diplomi, nel quinquennio le imprese richiederanno personale diplomato principalmente nell’indirizzo amministrazione, finanza e marketing, con un fabbisogno che potrebbe oscillare tra 279mila e 302mila unità, e in quello industria e artigianato, con una domanda complessiva tra 211mila e 235mila unità. Si attende anche un forte domanda di diplomati in ambito turismo, con una richiesta compresa fra le 79mila e le 82mila figure.

Robot, Intelligenza artificiale e lavoro: italiani ottimisti o spaventati?

Se le conosci, non fanno paura. Stiamo parlando delle nuove tecnologie, sempre più presenti nella vita personale e lavorativa. E che la “frequentazione” sia un ottimo modo per superare le riserve emerge con chiarezza dal secondo rapporto Aidp-Lablaw 2019 a cura di Doxa su ‘Robot, Intelligenza artificiale e lavoro’ in Italia, presentato recentemente al Cnel. Ecco qualche dato emerso dall’indagine: per il 94% degli intervistati, “l’utilizzo dei robot e dell’Ia ha portato a scoperte e risultati un tempo impensabili, per l’89% è necessario per svolgere le attività troppo faticose e pericolose per l’uomo e non potrà mai sostituire completamente l’intervento dell’uomo. Contribuisce, poi, a migliorare il benessere e la qualità della vita (87%)”. Nonostante queste altissime percentuali di ottimismo, c’è però ancora da fare: il 92% del campione afferma che siano necessarie nuove leggi e normative per regolamentare la materia ed esplorarne tutte le opportunità.

Ci sono anche i pessimisti

Ovviamente, non manca una grande fetta di popolazione che ancora storce il naso nei confronti di robot e intelligenza artificiale. I timori sono legati al rischio di perdita di posti di lavoro (per il 70% del campione), e del possibile predominio della macchina sull’uomo (50%). I meno “spaventati” sono soprattutto i giovani sotto i 35 anni, maschi, con un elevato titolo di studio e una buona classe sociale e professionale. In generale, questi sistemi suscitano un sentimento positivo soprattutto presso le persone che già li conoscono (94%), mentre chi ne è a digiuno ha una percentuale di “positività” che si ferma al 38%.

Quali sono gli ambiti di maggiore utilità per l’Ia secondo gli italiani

Per il 53% l’ambito di maggiore utilità è nella logistica e nei trasporti, per il 51% nel settore manifatturiero e nell’industria, per il 50% nella medicina e nei servizi sanitari, per il 48% nel settore militare, nella sicurezza e nel settore automobilistico. Non mancano dati curiosi: ad esempio, per il 40% tra i settori di applicazione spicca quello delle pulizie domestiche mentre per il 32% quello dell’assistenza agli anziani. Tra i settori che invece non si vorrebbero coinvolti nella rivoluzione robotica c’è la scuola. Però, è altrettanto vero che se per cogliere le opportunità anche occupazionali delle nuove tecnologie è fondamentale investire sulla formazione 4.0, allora questa formazione  deve necessariamente passare  da un grande e strategico investimento sulla scuola e l’istruzione. Complessivamente, alla domanda ‘quale opinione hai dei robot e dell’intelligenza artificiale’, l’87% del campione ha risposto positivamente (di cui il 12% molto positiva), il 6% nessuna opinione e solo l’8% negativa.

Per la Generazione Z viaggiare è “la” priorità assoluta

Cosa desiderino i giovani della Generazione Z? Soprattutto viaggiare. E nonostante siano ancora molto giovani circa il 70% dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni ha già creato una lista delle mete da visitare almeno una volta nella vita. Per il 65% degli appartenenti a questa generazione viaggiare è infatti la priorità assoluta per quanto riguarda l’intenzione di spesa per i prossimi cinque anni, ancora più importante di risparmiare per l’acquisto della prima casa (60%). Ma più di sei su dieci (63%) è ben consapevole dell’impatto che i viaggi hanno sull’ambiente, e si dice disposto a evitare mete “affette” dal turismo di massa.

Una meraviglia della natura o un parco divertimenti

Booking.com, il sito di ricerca e prenotazione alloggi per vacanza, ha condotto uno studio mondiale su oltre 22.000 partecipanti di 29 mercati, raccogliendo informazioni sul modo di viaggiare proprio della Generazione Z.

Secondo lo studio la Generazione Z sa cosa vuole. E per il 49% degli intervistati si tratta di visitare una meraviglia della natura, o un parco divertimenti (38%), o ancora, fare una vacanza che abbia un impatto positivo sulla comunità locale (44%), o viaggiare a piedi (21%). Per quanto riguarda le esperienze, quelle più interessanti per questa generazione sono attrazioni (67%), eventi (59%), attività avventurose (56%) trekking in mete estreme (52%), e viaggi di volontariato (37%).

Dal Caño Cristales in Colombia al Ferrari World di Abu Dhabi

Ma dove vogliono viaggiare i GenZ? Booking.com ha analizzato più di 150.000 mete in tutto il mondo per trovare gli alloggi ideali dove i sogni della Generazione Z possono diventare realtà. Tra questi, Booking.com suggerisce il fiume dei cinque colori, in Colombia, chiamato anche Caño Cristales, che si trova nel Parco Nazionale della Sierra de La Macarena. E soggiornare al Manigua Lodge, immerso nel cuore della giungla, è il modo migliore per riscoprire il contatto con la natura più incontaminata. Tra i circa sette viaggiatori su dieci interessati a visitare un’attrazione, il 38% vorrebbe scoprire un parco divertimenti. E a loro Booking.com indica Il Ferrari World di Abu Dhabi, il primo parco divertimenti firmato dalla storica casa di Maranello. Una tappa obbligata per tutti gli amanti della velocità e delle esperienze adrenaliniche.

Visitatori consapevoli, che amano anche partecipare agli eventi

Circa la metà (44%) dei viaggiatori della Generazione Z vuole avere un impatto positivo sulla comunità locale della meta visitata facendo volontariato, e oltre uno su cinque (21%) vorrebbe fare un viaggio a piedi, mentre più della metà (52%) vorrebbe fare trekking in una meta estrema. Tuttavia, la Generazione Z è sempre più consapevole dell’impatto negativo del turismo di massa, e il 63% deciderebbe di visitare una meta meno nota per limitare l’impatto ambientale del proprio viaggio.

Il 59% dei viaggiatori della Generazione Z vorrebbe però anche partecipare a un evento, come un concerto, un festival o un evento sportivo. E quale città è più adatta di New York per farlo? L’offerta di Booking.com Events è già attiva a New York, e offre ai viaggiatori la possibilità di vivere i migliori eventi prenotando i biglietti in tutta semplicità e senza stress.

Talents in Motion, il progetto che attira i cervelli in fuga

Il numero crescente di giovani che vanno all’estero penalizza il nostro Paese. “Dobbiamo invece attrarre e valorizzare capitale umano a livello internazionale sia italiano che straniero. Ecco perché è importante e strategico il progetto Talents in Motion che, in una logica pubblico-privato, contribuisce a rafforzare l’attrattività dell’Italia”.

Così Carlo Sangalli, presidente Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi, commenta il progetto Talents in Motion, la prima iniziativa di social responsibility promossa da oltre 40 grandi gruppi italiani ed esteri per dare visibilità alle opportunità offerte dal nostro Paese presso le migliaia di giovani trasferiti in altri Paesi.

Sono circa 81mila gli studenti che hanno intrapreso percorsi professionali fuori dall’Italia

Secondo gli ultimi dati disponibili il fenomeno della fuga dei cervelli ha un costo in Italia di circa 14 miliardi l’anno, equivalente a un punto percentuale del Pil. E sono circa 81mila gli studenti che hanno intrapreso percorsi professionali fuori dall’Italia, contribuendo in parte anche alla creazione del profondo divario che esiste con gli altri partner internazionali in fatto di competenze digitali.

“È noto il gap che separa il nostro Paese dai partner comunitari in termini di competenze digitali e know-how tecnologici – aggiunge  la presidente di Talents in Motion Patrizia Fontana -. Vogliamo implementare l’offerta formativa grazie al coinvolgimento delle Università italiane, accelerare lo scambio di conoscenze e favorire così l’attrattività del nostro Paese”.

Una piattaforma che connette le aziende italiane ai talenti italiani e stranieri

Talents in Motion è una piattaforma online che connette le aziende italiane ai talenti trasferiti all’estero per promuovere le opportunità di lavoro offerte in Italia, a cui dà visibilità internazionale. I talenti, anche stranieri, possono trovare sulla piattaforma anche tutte le informazioni necessarie sul contesto fiscale, legale e amministrativo, nonché articoli ad hoc che valorizzano il panorama aziendale italiano. Si tratta di un progetto su cui Patrizia Fontana ha catalizzato le energie di Camera di Commercio di Milano Monza Brianza e Lodi, Yes Milano, Regione Lombardia, Unione Confcommercio, Assolombarda, Anitec-Assinform, Confindustria Digitale e Forum della Meritocrazia.

Per gli expat il nostro è un Paese dalle scarse prospettive

Ma perché i giovani italiani di talento lasciano l’Italia? Secondo i risultati dell’indagine Talenti italiani all’estero. Perché tanti partono e pochi ritornano, condotta dall’Ufficio Studi di PwC Italia, gli expat vedono l’Italia come un Paese dalle scarse prospettive, e l’85% ritiene che il paese in cui lavora offra migliore contesto professionale e maggiori prospettive di carriera. Il 26% non tornerebbe più in Italia, anche a fronte di un’offerta più remunerativa o prestigiosa, mentre il 68% tornerebbe, ma solo a fronte di una posizione con uguale o maggiore prestigio e remunerazione, riferisce Italpress. E se il 31% è trattenuto all’estero dalle limitate prospettive di carriera e crescita professionale, il 30% teme di scontrarsi con clientelismo e corruzione. Inoltre, per il 28% gli stipendi sono troppo bassi, e il 26% dichiara che all’estero la qualità della vita è più alta.

Bilancio demografico nazionale, diminuisce la popolazione

Al 31 dicembre 2018 la popolazione italiana ammontava a 60.359.546 residenti, oltre 124 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,2%), e oltre 400 mila in meno rispetto a quattro anni prima. Dal 2015 la popolazione residente risulta in diminuzione, configurando per la prima volta negli ultimi 90 anni una fase di declino demografico. Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che al 31 dicembre 2018 scende a 55 milioni 104 mila unità, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Senza l’apporto di coloro che hanno conseguito la cittadinanza italiana, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità.

Dal 2014 la perdita è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo

Lo rileva l’Istat nell’ultimo Bilancio demografico nazionale. Secondo l’Istituto rispetto alla stessa data del 2014 la perdita di cittadini italiani residenti in Italia risulta pari alla scomparsa di una città grande come Palermo, ovvero 677 mila abitanti. Si consideri, inoltre, che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638 mila. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità.

Inoltre, il contemporaneo aumento di oltre 241 mila unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti nel quadriennio.

Saldo naturale negativo per 193 mila unità

Al 31 dicembre 2018 sono stati 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti all’anagrafe. Rispetto al 2017, aumentati di 111 mila (+2,2%) arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente.

La popolazione italiana ha da tempo perso la sua capacità di crescita per effetto della dinamica naturale, quella dovuta alla “sostituzione” di chi muore con chi nasce. Nel corso del 2018 la differenza tra nati e morti (saldo naturale) è negativa, e pari a -193 mila unità, mentre il saldo naturale della popolazione straniera è positivo, pari a +57.754.

Ripartizione geografica stabile rispetto agli anni precedenti

Il saldo naturale della popolazione complessiva è negativo ovunque, tranne che nella provincia autonoma di Bolzano. A livello nazionale il tasso di crescita naturale si attesta a -3,2 per mille, e varia dal +1,7 per mille di Bolzano al -8,5 per mille della Liguria. Anche Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Molise presentano però decrementi naturali particolarmente accentuati, superiori al 5 per mille.

In ogni caso, nel 2018 la distribuzione della popolazione residente per ripartizione geografica resta stabile rispetto agli anni precedenti. Le aree più popolose del Paese sono, come è noto, il Nord-ovest, in cui risiede il 26,7% della popolazione complessiva, e il Sud (23,1%), seguite dal Nord-est (19,3%), dal Centro (19,9%), e infine dalle Isole (11,0%).

L’apprendistato torna in auge, +22,8% nel 2017

Dopo cinque anni di calo i contratto di apprendistato tornano a essere appetibili. Nel 2016 gli avviamenti sono cresciuti del 30% e del 22,8% nel 2017. Nel 2016 l’aumento ha riguardato soprattutto il Mezzogiorno (+59,9%), mentre nel 2017 ha interessato in particolare le aree del Nord (+24,2%). E i nuovi apprendisti sono soprattutto giovanissimi, infatti dei 324.902 contratti avviati in Italia nel 2017 il 60% riguarda i giovani tra i 18 e i 24 anni, che registrano un aumento del 20,2% rispetto al 2016. Inoltre, dopo 12 anni dal primo contratto di apprendistato risulta occupato regolarmente il 73,6% degli apprendisti, di cui oltre il 60% come lavoratore dipendente.

È quanto emerge dal XVIII Rapporto di monitoraggio sull’apprendistato, elaborato dall’Inapp per conto del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in collaborazione con l’Inps.

L’influenza degli interventi normativi

“A fronte di segnali positivi, con incrementi marcati per i più giovani e buoni esiti occupazionali, vi sono però le consuete ombre dell’apprendistato in Italia – commenta Stefano Sacchi, presidente Inapp – che continua a trovare il suo appeal essenzialmente nei vantaggi in termini di costo del lavoro”.

L’andamento crescente dei contratti di apprendistato è legato in parte al miglioramento, seppure modesto, del tasso di occupazione giovanile (15-29 anni) che aumenta dal 28,6% del 2015 al 29,7% del 2016 fino al 30,3% del 2017 (Rilevazione continua Forze Lavoro, periodo 2015-2017). Ma soprattutto va considerata l’influenza degli interventi normativi, come le leggi di stabilità 2015 e 2016 che hanno introdotto un esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro.

Più apprendisti nei settori commercio, attività manifatturiere e servizi turistici

Tra le imprese, i settori che pesano di più sull’occupazione complessiva in apprendistato sono il commercio (20,8%), le attività manifatturiere (18,2%) e i servizi di alloggio e ristorazione (16,8%), mentre si registra un calo della presenza di apprendisti nelle imprese artigiane, che mostrano una minore crescita occupazionale nel numero medio di rapporti di lavoro in apprendistato (7,6%) rispetto alle aziende di altro tipo (13,7%), pur continuando a rappresentare circa un quarto del totale dell’occupazione in apprendistato, riporta Adnkronos.

“Uno strumento fondamentale per fornire le competenze necessarie al sistema produttivo”

Secondo Sacchi, però, l’apprendistato è “un contratto che non riesce ad ancorarsi stabilmente come canale di acquisizione di competenze specifiche all’azienda o al settore, orientato alla formazione dei giovani lavoratori, da allevare e fidelizzare in azienda, ma resta soggetto alle periodiche revisioni della disciplina del nostro mercato del lavoro”.

Nonostante gli sforzi degli anni passati molto resta ancora da fare per dotare l’Italia di “uno strumento fondamentale per fornire le competenze necessarie al nostro sistema produttivo – aggiunge il presidente Inapp – se vogliamo che la profonda trasformazione tecnologica in atto ci veda protagonisti e non comparse”.

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