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Il telelavoro e la dismorfia da Zoom

Con il ricorso sempre più massiccio al telelavoro aumentano anche le richieste di visite e consigli ai dermatologi. Ma cosa c’entra lo smart working con la dermatologia? Di fatto, le continue riunioni di lavoro, i meeting, ma anche altre forme di condivisione a distanza sulle varie piattaforme digitali, hanno generato quello che dagli esperti è stato denominato come dismorfia da Zoom.

Si tratta di un nuovo fenomeno che i dermatologi americani stanno osservando dopo i mesi di emergenza legata al coronavirus e di lavoro a distanza. In sostanza, a furia di vedere la propria immagine continuamente sullo schermo di pc, tablet e cellulari durante meeting e riunioni, ci si convince che qualcosa nel nostro aspetto non vada. Si iniziano a notare molti dettagli del proprio volto prima considerati quasi insignificanti, cosa che sta spingendo molte persone a rivolgersi a uno specialista.

La pandemia ha cambiato la frequenza con cui ci confrontiamo con la nostra immagine

Lo rileva un articolo di alcune specialiste dermatologhe del Massachusetts General Hospital, pubblicato su Facial Plastic Surgery & Aesthetic Medicine. “La pandemia – spiega in un commento all’articolo il dottor Benjamin Marcus, dell’Università del Wisconsin – ha cambiato radicalmente la frequenza con cui ci confrontiamo con la nostra immagine. Il passaggio al lavoro online, all’apprendimento e persino alla socializzazione ha aumentato notevolmente il tempo che abbiamo per osservarci”.

Una risposta comparativa autocritica

La dismorfia, è una condizione psicologica per cui i pazienti si fissano su una o più caratteristiche del proprio aspetto esteriore, notando imperfezioni o difetti che per altre persone appaiono minimi o inesistenti. “Una vita sproporzionatamente trascorsa su Zoom – aggiunge una delle autrici dello studio, Arianne Shadi Kourosh – può innescare una risposta comparativa autocritica, che porta a correre dal medico per trattamenti che non si sarebbero considerati prima di aver passato mesi di fronte a uno schermo, un nuovo fenomeno chiamato appunto dismorfia da Zoom”.

Un’ondata di pazienti che citano il loro aspetto su Zoom

Gli autori spiegano nell’articolo di aver notato un’ondata di pazienti che citano proprio il loro aspetto su Zoom come motivo per rivolgersi al medico, in particolare per quanto riguarda difetti come l’acne e le rughe. Su Google, poi, spiegano gli specialisti, sono in aumento le ricerche relative proprio all’acne e alla perdita di capelli.

Questo però potrebbe anche essere dovuto al fatto che vedendosi costantemente in video le persone diventano semplicemente più consapevoli del loro aspetto.

Fase 3, la ripresa del traffico in Italia secondo Mytraffic

Un barometro sulle tendenze del flusso pedonale e dei veicoli per aiutare le città e gli operatori del commercio ad anticipare la ripresa post-Covid della propria attività. È quello effettuato da Mytraffic, start-up specializzata nell’analisi dei flussi pedonali e veicolari, che ha studiato il traffico post-lockdown in 370 aree commerciali italiane attraverso l’analisi dei dati di geolocalizzazione.

Dall’analisi di Mytraffic si evidenzia un trend nazionale di ripresa. A inizio luglio infatti  il traffico fisico nelle principali aree commerciali era diminuito rispetto al periodo precedente la pandemia del 23%, e del 19% in questo mese di settembre.

L’importanza strategica di misurare il traffico

A oggi la misurazione accurata del traffico pedonale o veicolare in una zona commerciale, in un centro commerciale o di fronte a un indirizzo specifico, è di importanza strategica in quanto consente ai retailer, ai centri commerciali, ai professionisti del settore immobiliare e alle città di disporre di dati oggettivi in tempo reale per prendere decisioni chiave come l’apertura di un punto vendita, negoziare i canoni di locazione, riporta Adnkronos, ma persino intraprendere un progetto di investimento in una zona urbana.

L’impatto del Covid-19 sulle principali aree commerciali di Milano

Il trend, che fa ben sperare per una ripresa delle attività economiche entro la fine dell’anno, è stato riscontrato anche nel case study relativo all’impatto del Covid-19 sul traffico fisico in alcune delle principali aree commerciali di Milano. Dallo studio emerge come il traffico pedonale nella città di Milano e nelle sue aree più dinamiche mostri incoraggianti segnali di ripresa, nonostante sia ancora influenzato dall’impatto della pandemia. Se si analizza, ad esempio, il traffico pedonale nell’area di Milano Garibaldi, dopo quasi quattro mesi dalla fine del lockdown si evidenzia una ripresa del 58% del suo traffico pedonale abituale giornaliero, nonostante un più che prevedibile calo a metà agosto.

Una tecnologia al sevizio delle aziende

Grazie alla tecnologia del software SaaS Mytraffic Analytics tutti i player di settore possono ottenere una misurazione accurata del traffico pedonale o veicolare in una zona commerciale, in un centro commerciale o di fronte a un indirizzo specifico. Anche per questo 250 aziende hanno già utilizzato affidate

i servizi di Mytraffic, tra cui Igd Siiq, Grandi Stazioni Retail, Klépierre, Cushman & Wakefield Italia, Engel & Volkers Commercial Milano e Engel&Volkers Commercial Lombardy, Ceetrus Italia, Aedes SIIQ, Lidl, Synlab, Liu Jo, H&M e Sephora.

I dipendenti italiani sono i più confusi sullo smart working

A livello europeo c’è ancora molta confusione su quanto i dipendenti possano spendere per attrezzarsi a lavorare da remoto. Ma sono i dipendenti italiani i più disinformati sullo smart working. Dopo i francesi (12%), soltanto un lavoratore italiano su sei, il 15%, risulta informato infatti su come gestire le spese durante il lockdown. Al contrario, i più informati sono i lavoratori danesi (24%), seguiti da svedesi e anglosassoni (19%), tedeschi (18%), olandesi (16%) e spagnoli (15%). È quanto emerge dal sondaggio Home Office di Sap Concur sulle spese di telelavoro, condotto tra 6.812 dipendenti in 8 mercati europei.

Poca chiarezza su quali spese si è autorizzati a sostenere mentre lavora da casa

Di fatto, solo il 34% dei dipendenti italiani è stato informato su quanto tempo passerà ancora a lavorare in smart working, risultando pari ai francesi (34%). Meno informati in questo caso i lavoratori di Paesi Bassi e Spagna (30%), Germania (28%), Danimarca (26%), Svezia (24%) e Regno Unito (22%).

Per quanto riguarda le spese però in Italia si riscontra poca chiarezza. Il 76% dei lavoratori non è sicuro se e quali spese è autorizzato a sostenere mentre lavora da casa. La situazione è migliore negli altri Paesi europei, con Olanda (72%), Francia (69%), Spagna (64%), Regno Unito (63%), Danimarca (60%), Germania (58%), Svezia (51%) che mostrano di avere idee più chiare.

Dubbi sui rimborsi relativi all’acquisto di dispositivi software e hardware

Tra i dipendenti italiani intervistati, riporta Adnkronos, il 42% non è stato informato riguardo i rimborsi relativi all’acquisto di dispositivi software e hardware, fondamentali per poter portare avanti attività lavorative da casa.

Più rosea la situazione nel resto d’Europa. Germania (38%), UK (32%), Spagna (31%), Francia (32%) e Danimarca (27%) non sanno se l’azienda copra spese relative all’elettricità e al riscaldamento, il 23% dei dipendenti svedesi non sa se riceverà il rimborso relativo a spese per mobili per ufficio, mentre nei Paesi Bassi c’è un’incognita sulle spese relative a hardware e software IT (36%).

La maggior parte dei dipendenti non era preparata prima della pandemia Il 31% dei lavoratori italiani afferma, inoltre, di non poter sostenere alcun costo, mentre gli altri Paesi europei danno maggiori possibilità, con Spagna (10%), Danimarca (17%), Svezia e Olanda (20%) tra le più virtuose. La maggior parte dei dipendenti ammette poi di non essere stata preparata a lavorare da casa prima della pandemia. E solo il 39% dei dipendenti italiani ritiene di essere stato preparato a lavorare in smart working prima dell’emergenza sanitaria. A livello europeo, i dipendenti svedesi erano i più preparati (52%), mentre la pandemia ha trovato meno organizzati gli spagnoli, con il 67% dei lavoratori che non sapevano come poter gestire le attività lavorative in smart working

Nella Fase 2 il digitale continua a crescere e si normalizza la fruizione TV

La crisi legata all’emergenza Coronavirus ha modificato profondamente le abitudini e i comportamenti degli italiani, anche per quanto riguarda la multimedialità. Se durante il lockdown gli italiani hanno incrementato il tempo passato davanti alla TV con la Fase 2 la fruizione sta ritornando a livelli normali. Continua invece a crescere a ritmi sostenuti il Digitale, che per gli italiani sembra essere diventato un’abitudine consolidata, Boomer compresi. Secondo l’indagine GfK Sinottica, che monitora settimanalmente i comportamenti reali di consumo degli italiani, nelle prime settimane della crisi e durante il lockdown il tempo speso davanti alla TV è infatti aumentato del +18% rispetto al periodo antecedente l’epidemia, mentre il tempo dedicato agli strumenti digitali tra il 21 febbraio e il 3 maggio 2020 è cresciuto del +25%.

Scende il tempo passato davanti alla TV, soprattutto fa i più giovani

Durante il lockdown gli italiani si sono rivolti alla TV per cercare informazioni su Covid-19, ma anche per intrattenersi nel lungo periodo passato in casa. Dall’indagine GfK Sinottica risulta significativo l’incremento di tempo dedicato alla TV tra i più giovani, con un +24% di incremento da parte della Generazione Z (14-24 anni) verificato tra il 21 febbraio e il 3 maggio. Con la Fase 2 le cose sono però cambiate. Dalle rilevazioni GfK Sinottica nella prima settimana di maggio il tempo speso davanti alla TV è cresciuto del +1%, e nella seconda settimana del +3%, tornando quasi ai livelli precedenti l’emergenza Coronavirus.

Una normalizzazione delle abitudini di fruizione

Si tratta di una normalizzazione delle abitudini di fruizione  dovuta probabilmente al ritorno al lavoro di molte persone, e più in generale, alla possibilità di uscire dalla propria abitazione. Il trend è ancora più marcato per la Generazione Z, che nella seconda settimana di Fase 2 ha visto diminuire del -3% il tempo speso davanti alla TV.

Tra smart working, didattica a distanza e video aperitivi, durante il lockdown il digitale è invece entrato a far parte in maniera significativa della vita quotidiana degli italiani. I dati GfK Sinottica mostrano come le persone hanno utilizzato il digitale per informarsi, fare la spesa, lavorare, socializzare e anche per intrattenersi, sviluppando nuove abitudini che sembrano destinate a continuare anche nella Fase 2.

I Baby Boomer sempre più digitali

Di fatto, secondo le rilevazioni GfK Sinottica il tempo speso per tutti gli strumenti digitali nella settimana tra il 4 e il 10 maggio è cresciuto ancora del +20%, e tra l’11 e il 17 maggio del +24%.  Questo incremento si riscontra anche nelle fasce più mature della popolazione, quelle che prima dell’emergenza Coronavirus avevano meno familiarità con il digitale. Ad esempio, se tra i Baby Boomer (55-74 anni) la crescita è stata del +26% nelle prime settimane di emergenza e durante il lockdown, in questo caso la crescita continua anche nella Fase 2, con un +24% nella settimana compresa tra l’11 e il 17 maggio.

La casa è diventata il nostro mondo, prendersene cura è una priorità

Costretti dall’emergenza non siamo mai stati così tanto in casa come in questo periodo. E anche durante la Fase 2, con l’allentamento del rigore del lockdown, sia per prudenza sia per necessità imposte da lavoro e scuola a distanza, continueremo a vivere la casa come il centro della nostra vita quotidiana.

La casa, insomma, è diventata il centro del nostro mondo. E secondo un report di Veepee, azienda francese di e-commerce, prendersene cura è la priorità per il 53% degli intervistati. Passare tanto tempo a casa vuol dire però dedicarsi di più anche ai propri figli, che si trovano ad avere i genitori accanto tutto il giorno, anziché solo a cena come accadeva prima.

Cambiano le abitudini, ma non la necessità di mantenere i contatti

Parallelamente alle attività casalinghe ludiche o di svago continuano i compiti e le lezioni, ormai parte della nuova routine per chi ha figli in età scolastica. In questo, come in altri ambiti, la tecnologia assume un ruolo sempre più importante, e accelera la tendenza già in atto di ricorrere in maniera sempre più frequente all’e-commerce per ogni genere di acquisto. Ma in questo periodo in cui anche la socialità è cambiata per non perdere il contatto con amici e familiari gli italiani hanno scoperto nuovi modi di comunicare. Più dell’80% organizza video-aperitivi e video call, oltre alle telefonate (45%) e ai messaggi vocali (49%).

Lasciare libero spazio alla creatività e coltivare le relazioni sociali

Il 71% degli intervistati dichiara di lasciare libero spazio alla creatività inventandosi piccole attività manuali, giocando con i giochi di società, suonando e cantando insieme, o ascoltando musica. Il 40% invece trascorre la maggior parte della giornata guardando serie tv, cartoni animati o film per bambini. Coltivare e mantenere i rapporti rimane però una delle priorità. Pensare a un pranzo insieme ai propri cari insieme, appena sarà possibile, è ciò che maggiormente si desidera. Al secondo posto, secondo il sondaggio, figura il riappropriarsi delle piccole gioie, concedendosi una passeggiata all’aria aperta o fare una gita fuori porta, al mare o in montagna (42%).

In attesa dello shopping nei negozi i casalinghi si acquistano online

Se al terzo posto di ciò che più si desidera fare appena sarà possibile figura lo shopping “dal vero”,  nei negozi della propria città, a partire dal mese di marzo la piattaforma ha implementato la sezione #aCasa, che offre una vasta scelta di prodotti per tutta la famiglia “in quarantena”. Dagli alimenti agli attrezzi da cucina per preparare anche pizza e pane fino ai giochi per bambini, gli outfit per stare comodi fra le mura domestiche e i prodotti beauty per vivere al meglio la clausura, online si trova tutto ciò che può alleviare la clausura forzata.

I prodotti più acquistati sulla piattaforma? Oggetti e tessuti per la casa (quasi il 40% degli intervistati), prodotti alimentari per sperimentare nuove ricette (28%) e prodotti di bellezza per i momenti di relax (25%).

Un terzo delle famiglie italiane non ha un pc

La fotografia scattata dalla ricerca Istat Spazi in casa e disponibilità di computer per bambini e ragazzi, relativo agli anni 2018-2019, mette chiaramente in luce il divario digitale presente all’interno delle case degli italiani. Dalla ricerca emerge infatti che un terzo delle famiglie nella propria casa non ha un computer o un tablet, nonostante la quota scenda al 14,3% tra le famiglie con almeno un minore. E se solo per il 22,2% delle famiglie italiane ogni componente ha a disposizione un pc o un tablet, è nel Mezzogiorno che i dati sono più allarmanti.

Nelle regioni del Sud Italia il 41,6% delle famiglie è senza computer in casa, mentre nelle altre aree del Paese la media si attesta a circa il 30%.

Oltre il 60% di bambini e ragazzi condivide il computer con la famiglia

Calabria e Sicilia sono in testa nella classifica del digital divide, rispettivamente con la quota del 46% e del 44,4% di famiglie prive di pc o tablet.

Al Sud, inoltre, il numero di chi ha a disposizione almeno un computer per ciascun componente della famiglia scende al 14,1%, contro il 22,2% della media italiana. In generale, oltre il 60% di bambini e ragazzi condivide il pc o il tablet con la famiglia. Se a questo si aggiunge poi che quattro minori su dieci vivono in case sovraffollate, allora il quadro è ancora più grave, considerata l’emergenza sanitaria che al momento costringe tutti a casa.

Marcate differenze territoriali fra Nord e Sud

Nelle regioni del Nord la proporzione di famiglie con almeno un computer in casa è maggiore. In particolare a Trento, Bolzano e in Lombardia oltre il 70% delle famiglie possiede un computer, e la quota supera il 70% anche nel Lazio.

Al Nord, inoltre, la quota di famiglie in cui tutti i componenti hanno un pc sale al 26,3%, riferisce Ansa. Rispetto alla dimensione del comune, la percentuale più alta di famiglie senza computer si osserva nei comuni di piccole dimensioni, la più bassa nelle aree metropolitane. Se si considerano le famiglie con minori, la quota di quante non hanno un computer scende al 14,3%, ma le differenze territoriali risultano ancora più accentuate con valori che vanno dall’8,1% del Nord-Ovest (6% in Lombardia) al 21,4% del Sud. 

Meno di un ragazzo su tre presenta alte competenze digitali

Meno di un ragazzo su tre, inoltre, presenta alte competenze digitali (il 30,2%, pari a circa 700 mila ragazzi), il 3% non ha alcuna competenza digitale mentre circa i due terzi presentano competenze digitali basse o di base.

Le ragazze presentano complessivamente livelli leggermente più elevati di competenze digitali (il 32% dichiara alte competenze digitali contro il 28,7% dei coetanei). Anche in questo caso dal punto di vista territoriale è abbastanza evidente il gradiente Nord-Mezzogiorno, con le regioni del Nord-Est che presentano i livelli più elevati su quasi tutte le competenze digitali.

Cyberbullismo, uno studente su 5 salta la scuola, e uno su 3 è vittima

In tutto il mondo un minore su 3 è vittima di cyberbullismo, il 71% dei minori teme le violenze sui social, e le ragazze sono più colpite dei maschi. A causa del bullismo online, poi, uno studente su cinque salta la scuola.

“Nel mondo – spiega, in occasione del Safer Internet Day, Francesco Samengo, Presidente dell’Unicef Italia – ogni 5 minuti muore un bambino a causa di violenza. Moltissimi altri convivono con le cicatrici causate da violenza fisica, sessuale e psicologica, che va dalle percosse al bullismo”.

Ma in un mondo ormai dominato dal digitale, “la violenza che i bambini affrontano nelle loro case, scuole e comunità – aggiunge Samengo – è spesso amplificata da sms, foto, video, email, chat e social media”.

A chi spetta la responsabilità di porre fine al fenomeno?

Da quanto emerge da un sondaggio condotto dall’Unicef tramite la piattaforma U-Report su 170 mila giovanissimi provenienti da 30 Paesi di tutto il mondo, un ragazzo su tre ha vissuto esperienze di cyberbullismo. Il 71% di coloro che hanno risposto al sondaggio è inoltre convinto che il cyberbullismo si verifichi soprattutto sui social, e circa il 32% pensa che i governi dovrebbero essere responsabili di porre fine a questo fenomeno. Il 31% ritiene però che questa responsabilità debba spettare ai giovani, e il 29% alle aziende di internet.

I quindicenni sono più esposti al rischio rispetto agli undicenni

“A differenza del bullismo esercitato di persona, il cyberbullismo può raggiungere la vittima dovunque, in qualsiasi momento, spesso lasciando il bambino bullizzato in uno stato di ansia costante”, continua Samengo.

Secondo i dati raccolti, poi, le ragazze hanno maggiori probabilità di essere vittime di cyberbullismo rispetto ai ragazzi. Si stima inoltre che gli studenti più grandi potrebbero essere maggiormente esposti al fenomeno rispetto a quelli più piccoli. Tra i giovani di 15 anni si riporta infatti una percentuale maggiore di atti di cyberbullismo rispetto a quelli di 11 anni, riporta Ansa.

L’aumento del cyberbullismo riflette l’espansione dell’accesso al web da parte dei bambini

In ogni caso, l’aumento del cyberbullismo riflette la rapida espansione dell’accesso dei bambini e dei giovani a internet. In sette Paesi europei, la percentuale di bambini e adolescenti tra gli 11 e i 16 anni esposti a cyberbullismo è aumentata dal 7% al 12% tra il 2010 e il 2014. Secondo l’International Telecommunication Union (Itu), inoltre, circa il 70% della popolazione giovane mondiale, tra i 15 e i 24 anni, nel 2017 risultava possedere una connessione internet. Un numero in deciso aumento, rispetto al 36% degi under 25 connessi nel 2011.

Dispositivi indossabili in crescita del 94% in un anno. Trainano gli auricolari

Nel corso del terzo trimestre 2019 le consegne di dispositivi indossabili a livello mondiale sono quasi raddoppiate, arrivando alla cifra record di 84,5 milioni di unità vendute, con un incremento del 94,6% su base annua. Lo hanno rilevato gli analisti di Idc, la società mondiale di ricerche di mercato, secondo i quali a trainare il settore dei dispositivi wearable è la forte domanda di auricolari e cuffie senza fili, che rappresentano quasi la metà delle consegne complessive. E un terzo del mercato è in mano a Apple, che nello stesso periodo ha triplicato le consegne.

Cuffie e auricolari smart raggiungono 40,7 milioni di unità commercializzate

Da luglio a settembre di quest’anno, cuffie e auricolari smart hanno raggiunto i 40,7 milioni di unità commercializzate, con un incremento del 242,4% rispetto agli 11,9 milioni del terzo trimestre dell’anno passato.

“Auricolari e cuffie sono diventati il nuovo prodotto di riferimento per il mercato dei dispositivi indossabili – ha affermato il ricercatore di Idc Ramon T. Llamas. Il fenomeno è iniziato con i produttori di smartphone che hanno eliminato la presa jack per le cuffie, favorendo la domanda di cuffie senza fili – ha spiegato l’analista -. In seguito l’offerta si è arricchita con prodotti più funzionali e dalle forme diversificate. dai minuscoli auricolari ‘true wireless’ alle grandi cuffie ‘over-the-air'”.

Bracciali per il fitness e smartwatch al secondo e terzo posto dei più venduti

Dopo le cuffie e gli auricolari smart al secondo posto della classifica dei wearable più venduti si posizionano i bracciali per il fitness, con 19,2 milioni di unità consegnate, seguiti dagli smartwatch, con 17,6 milioni di dispositivi commercializzati a livello globale. Tra le aziende, Apple si conferma la regina del settore, soprattutto grazie alla popolarità dell’Apple Watch, degli AirPods (gli auricolari bluetooth senza fili), e delle cuffie wireless Beats, riporta una notizia Ansa.

Apple detiene oltre un terzo del mercato wearable. Seconda Xiaomi e terza Samsung

L’azienda di Cupertino, con 29,5 milioni di dispositivi consegnati, ha infatti triplicato i volumi rispetto ai 10 milioni del terzo trimestre 2018, ed è arrivata a detenere oltre un terzo del mercato. Al secondo posto per quote di mercato c’è la cinese Xiaomi, con 12,4 milioni di consegne, mentre terza è Samsung, con 8,3 milioni di dispositivi commercializzati. Fuori dal podio Huawei, con 7,1 milioni, il triplo rispetto ai 2,3 milioni di un anno fa, e l’americana Fitbit, con 3,5 milioni.

Lavoro, nei prossimi cinque anni il 60% delle richieste sarà per laureati e diplomati

Quello del lavoro è uno dei punti cardine più critici della nostra società attuale. E le difficoltà per i ragazzi di trovare un’occupazione nel prossimo futuro sono cosa nota. A questi dati non esattamente rosei si aggiunge ora un ulteriore avvertimento, che però può servire da indicazione per chi è ancora sui banchi di scuola: nei prossimi 5 anni il fabbisogno occupazionale riguarderà per oltre il 60% laureati e diplomati, e per oltre il 35% le professioni tecniche e ad elevata specializzazione. Il dato emerge dal nuovo Report Excelsior di Unioncamere e Anpal sui fabbisogni occupazionali 2019-2023. “La scelta del percorso di studio è uno dei momenti più importanti della vita dei nostri giovani”, sottolinea il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli. “Fornire ai ragazzi e alle famiglie le informazioni più aggiornate sulle tendenze del mercato del lavoro e sulle professioni che offrono le migliori opportunità per il futuro è fondamentale. Su questo fronte le Camere di commercio sono molto impegnate, con l’obiettivo di ridurre il più possibile il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro”.

Come cambieranno le assunzioni nel prossimo quinquennio

Nei prossimi cinque anni, ovvero tra il 2019 e il 2023, il report stima che saranno necessari tra i 3 e i 3,2 milioni di nuovi occupati per soddisfare le esigenze produttive delle imprese e della pubblica amministrazione. Anche in presenza di una crescita economica molto contenuta (variazione del PIL compresa tra +0,6% e +0,9%, in media annua tra il 2019 e il 2023), sarà necessario affrontare il naturale turnover sul mercato del lavoro che da solo determinerà oltre l’80% del fabbisogno (2,6 milioni di lavoratori nel quinquennio). La crescita economica, d’altra parte, potrà al massimo generare, a seconda della sua intensità e in maniera molto differenziata nei diversi settori, una quota di nuovi posti di lavoro che va dalle 352mila alle 535mila unità.

Le più richieste? Lauree in ambito medico-sanitario

In base alle stime, la domanda di personale laureato dovrebbe attestarsi tra le 959mila e le 1.014unità, e privilegerà l’indirizzo medico-sanitario. Per quanto riguarda i diplomi, nel quinquennio le imprese richiederanno personale diplomato principalmente nell’indirizzo amministrazione, finanza e marketing, con un fabbisogno che potrebbe oscillare tra 279mila e 302mila unità, e in quello industria e artigianato, con una domanda complessiva tra 211mila e 235mila unità. Si attende anche un forte domanda di diplomati in ambito turismo, con una richiesta compresa fra le 79mila e le 82mila figure.

Robot, Intelligenza artificiale e lavoro: italiani ottimisti o spaventati?

Se le conosci, non fanno paura. Stiamo parlando delle nuove tecnologie, sempre più presenti nella vita personale e lavorativa. E che la “frequentazione” sia un ottimo modo per superare le riserve emerge con chiarezza dal secondo rapporto Aidp-Lablaw 2019 a cura di Doxa su ‘Robot, Intelligenza artificiale e lavoro’ in Italia, presentato recentemente al Cnel. Ecco qualche dato emerso dall’indagine: per il 94% degli intervistati, “l’utilizzo dei robot e dell’Ia ha portato a scoperte e risultati un tempo impensabili, per l’89% è necessario per svolgere le attività troppo faticose e pericolose per l’uomo e non potrà mai sostituire completamente l’intervento dell’uomo. Contribuisce, poi, a migliorare il benessere e la qualità della vita (87%)”. Nonostante queste altissime percentuali di ottimismo, c’è però ancora da fare: il 92% del campione afferma che siano necessarie nuove leggi e normative per regolamentare la materia ed esplorarne tutte le opportunità.

Ci sono anche i pessimisti

Ovviamente, non manca una grande fetta di popolazione che ancora storce il naso nei confronti di robot e intelligenza artificiale. I timori sono legati al rischio di perdita di posti di lavoro (per il 70% del campione), e del possibile predominio della macchina sull’uomo (50%). I meno “spaventati” sono soprattutto i giovani sotto i 35 anni, maschi, con un elevato titolo di studio e una buona classe sociale e professionale. In generale, questi sistemi suscitano un sentimento positivo soprattutto presso le persone che già li conoscono (94%), mentre chi ne è a digiuno ha una percentuale di “positività” che si ferma al 38%.

Quali sono gli ambiti di maggiore utilità per l’Ia secondo gli italiani

Per il 53% l’ambito di maggiore utilità è nella logistica e nei trasporti, per il 51% nel settore manifatturiero e nell’industria, per il 50% nella medicina e nei servizi sanitari, per il 48% nel settore militare, nella sicurezza e nel settore automobilistico. Non mancano dati curiosi: ad esempio, per il 40% tra i settori di applicazione spicca quello delle pulizie domestiche mentre per il 32% quello dell’assistenza agli anziani. Tra i settori che invece non si vorrebbero coinvolti nella rivoluzione robotica c’è la scuola. Però, è altrettanto vero che se per cogliere le opportunità anche occupazionali delle nuove tecnologie è fondamentale investire sulla formazione 4.0, allora questa formazione  deve necessariamente passare  da un grande e strategico investimento sulla scuola e l’istruzione. Complessivamente, alla domanda ‘quale opinione hai dei robot e dell’intelligenza artificiale’, l’87% del campione ha risposto positivamente (di cui il 12% molto positiva), il 6% nessuna opinione e solo l’8% negativa.

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