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Robot, Intelligenza artificiale e lavoro: italiani ottimisti o spaventati?

Se le conosci, non fanno paura. Stiamo parlando delle nuove tecnologie, sempre più presenti nella vita personale e lavorativa. E che la “frequentazione” sia un ottimo modo per superare le riserve emerge con chiarezza dal secondo rapporto Aidp-Lablaw 2019 a cura di Doxa su ‘Robot, Intelligenza artificiale e lavoro’ in Italia, presentato recentemente al Cnel. Ecco qualche dato emerso dall’indagine: per il 94% degli intervistati, “l’utilizzo dei robot e dell’Ia ha portato a scoperte e risultati un tempo impensabili, per l’89% è necessario per svolgere le attività troppo faticose e pericolose per l’uomo e non potrà mai sostituire completamente l’intervento dell’uomo. Contribuisce, poi, a migliorare il benessere e la qualità della vita (87%)”. Nonostante queste altissime percentuali di ottimismo, c’è però ancora da fare: il 92% del campione afferma che siano necessarie nuove leggi e normative per regolamentare la materia ed esplorarne tutte le opportunità.

Ci sono anche i pessimisti

Ovviamente, non manca una grande fetta di popolazione che ancora storce il naso nei confronti di robot e intelligenza artificiale. I timori sono legati al rischio di perdita di posti di lavoro (per il 70% del campione), e del possibile predominio della macchina sull’uomo (50%). I meno “spaventati” sono soprattutto i giovani sotto i 35 anni, maschi, con un elevato titolo di studio e una buona classe sociale e professionale. In generale, questi sistemi suscitano un sentimento positivo soprattutto presso le persone che già li conoscono (94%), mentre chi ne è a digiuno ha una percentuale di “positività” che si ferma al 38%.

Quali sono gli ambiti di maggiore utilità per l’Ia secondo gli italiani

Per il 53% l’ambito di maggiore utilità è nella logistica e nei trasporti, per il 51% nel settore manifatturiero e nell’industria, per il 50% nella medicina e nei servizi sanitari, per il 48% nel settore militare, nella sicurezza e nel settore automobilistico. Non mancano dati curiosi: ad esempio, per il 40% tra i settori di applicazione spicca quello delle pulizie domestiche mentre per il 32% quello dell’assistenza agli anziani. Tra i settori che invece non si vorrebbero coinvolti nella rivoluzione robotica c’è la scuola. Però, è altrettanto vero che se per cogliere le opportunità anche occupazionali delle nuove tecnologie è fondamentale investire sulla formazione 4.0, allora questa formazione  deve necessariamente passare  da un grande e strategico investimento sulla scuola e l’istruzione. Complessivamente, alla domanda ‘quale opinione hai dei robot e dell’intelligenza artificiale’, l’87% del campione ha risposto positivamente (di cui il 12% molto positiva), il 6% nessuna opinione e solo l’8% negativa.

Per la Generazione Z viaggiare è “la” priorità assoluta

Cosa desiderino i giovani della Generazione Z? Soprattutto viaggiare. E nonostante siano ancora molto giovani circa il 70% dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni ha già creato una lista delle mete da visitare almeno una volta nella vita. Per il 65% degli appartenenti a questa generazione viaggiare è infatti la priorità assoluta per quanto riguarda l’intenzione di spesa per i prossimi cinque anni, ancora più importante di risparmiare per l’acquisto della prima casa (60%). Ma più di sei su dieci (63%) è ben consapevole dell’impatto che i viaggi hanno sull’ambiente, e si dice disposto a evitare mete “affette” dal turismo di massa.

Una meraviglia della natura o un parco divertimenti

Booking.com, il sito di ricerca e prenotazione alloggi per vacanza, ha condotto uno studio mondiale su oltre 22.000 partecipanti di 29 mercati, raccogliendo informazioni sul modo di viaggiare proprio della Generazione Z.

Secondo lo studio la Generazione Z sa cosa vuole. E per il 49% degli intervistati si tratta di visitare una meraviglia della natura, o un parco divertimenti (38%), o ancora, fare una vacanza che abbia un impatto positivo sulla comunità locale (44%), o viaggiare a piedi (21%). Per quanto riguarda le esperienze, quelle più interessanti per questa generazione sono attrazioni (67%), eventi (59%), attività avventurose (56%) trekking in mete estreme (52%), e viaggi di volontariato (37%).

Dal Caño Cristales in Colombia al Ferrari World di Abu Dhabi

Ma dove vogliono viaggiare i GenZ? Booking.com ha analizzato più di 150.000 mete in tutto il mondo per trovare gli alloggi ideali dove i sogni della Generazione Z possono diventare realtà. Tra questi, Booking.com suggerisce il fiume dei cinque colori, in Colombia, chiamato anche Caño Cristales, che si trova nel Parco Nazionale della Sierra de La Macarena. E soggiornare al Manigua Lodge, immerso nel cuore della giungla, è il modo migliore per riscoprire il contatto con la natura più incontaminata. Tra i circa sette viaggiatori su dieci interessati a visitare un’attrazione, il 38% vorrebbe scoprire un parco divertimenti. E a loro Booking.com indica Il Ferrari World di Abu Dhabi, il primo parco divertimenti firmato dalla storica casa di Maranello. Una tappa obbligata per tutti gli amanti della velocità e delle esperienze adrenaliniche.

Visitatori consapevoli, che amano anche partecipare agli eventi

Circa la metà (44%) dei viaggiatori della Generazione Z vuole avere un impatto positivo sulla comunità locale della meta visitata facendo volontariato, e oltre uno su cinque (21%) vorrebbe fare un viaggio a piedi, mentre più della metà (52%) vorrebbe fare trekking in una meta estrema. Tuttavia, la Generazione Z è sempre più consapevole dell’impatto negativo del turismo di massa, e il 63% deciderebbe di visitare una meta meno nota per limitare l’impatto ambientale del proprio viaggio.

Il 59% dei viaggiatori della Generazione Z vorrebbe però anche partecipare a un evento, come un concerto, un festival o un evento sportivo. E quale città è più adatta di New York per farlo? L’offerta di Booking.com Events è già attiva a New York, e offre ai viaggiatori la possibilità di vivere i migliori eventi prenotando i biglietti in tutta semplicità e senza stress.

Talents in Motion, il progetto che attira i cervelli in fuga

Il numero crescente di giovani che vanno all’estero penalizza il nostro Paese. “Dobbiamo invece attrarre e valorizzare capitale umano a livello internazionale sia italiano che straniero. Ecco perché è importante e strategico il progetto Talents in Motion che, in una logica pubblico-privato, contribuisce a rafforzare l’attrattività dell’Italia”.

Così Carlo Sangalli, presidente Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi, commenta il progetto Talents in Motion, la prima iniziativa di social responsibility promossa da oltre 40 grandi gruppi italiani ed esteri per dare visibilità alle opportunità offerte dal nostro Paese presso le migliaia di giovani trasferiti in altri Paesi.

Sono circa 81mila gli studenti che hanno intrapreso percorsi professionali fuori dall’Italia

Secondo gli ultimi dati disponibili il fenomeno della fuga dei cervelli ha un costo in Italia di circa 14 miliardi l’anno, equivalente a un punto percentuale del Pil. E sono circa 81mila gli studenti che hanno intrapreso percorsi professionali fuori dall’Italia, contribuendo in parte anche alla creazione del profondo divario che esiste con gli altri partner internazionali in fatto di competenze digitali.

“È noto il gap che separa il nostro Paese dai partner comunitari in termini di competenze digitali e know-how tecnologici – aggiunge  la presidente di Talents in Motion Patrizia Fontana -. Vogliamo implementare l’offerta formativa grazie al coinvolgimento delle Università italiane, accelerare lo scambio di conoscenze e favorire così l’attrattività del nostro Paese”.

Una piattaforma che connette le aziende italiane ai talenti italiani e stranieri

Talents in Motion è una piattaforma online che connette le aziende italiane ai talenti trasferiti all’estero per promuovere le opportunità di lavoro offerte in Italia, a cui dà visibilità internazionale. I talenti, anche stranieri, possono trovare sulla piattaforma anche tutte le informazioni necessarie sul contesto fiscale, legale e amministrativo, nonché articoli ad hoc che valorizzano il panorama aziendale italiano. Si tratta di un progetto su cui Patrizia Fontana ha catalizzato le energie di Camera di Commercio di Milano Monza Brianza e Lodi, Yes Milano, Regione Lombardia, Unione Confcommercio, Assolombarda, Anitec-Assinform, Confindustria Digitale e Forum della Meritocrazia.

Per gli expat il nostro è un Paese dalle scarse prospettive

Ma perché i giovani italiani di talento lasciano l’Italia? Secondo i risultati dell’indagine Talenti italiani all’estero. Perché tanti partono e pochi ritornano, condotta dall’Ufficio Studi di PwC Italia, gli expat vedono l’Italia come un Paese dalle scarse prospettive, e l’85% ritiene che il paese in cui lavora offra migliore contesto professionale e maggiori prospettive di carriera. Il 26% non tornerebbe più in Italia, anche a fronte di un’offerta più remunerativa o prestigiosa, mentre il 68% tornerebbe, ma solo a fronte di una posizione con uguale o maggiore prestigio e remunerazione, riferisce Italpress. E se il 31% è trattenuto all’estero dalle limitate prospettive di carriera e crescita professionale, il 30% teme di scontrarsi con clientelismo e corruzione. Inoltre, per il 28% gli stipendi sono troppo bassi, e il 26% dichiara che all’estero la qualità della vita è più alta.

Bilancio demografico nazionale, diminuisce la popolazione

Al 31 dicembre 2018 la popolazione italiana ammontava a 60.359.546 residenti, oltre 124 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,2%), e oltre 400 mila in meno rispetto a quattro anni prima. Dal 2015 la popolazione residente risulta in diminuzione, configurando per la prima volta negli ultimi 90 anni una fase di declino demografico. Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che al 31 dicembre 2018 scende a 55 milioni 104 mila unità, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Senza l’apporto di coloro che hanno conseguito la cittadinanza italiana, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità.

Dal 2014 la perdita è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo

Lo rileva l’Istat nell’ultimo Bilancio demografico nazionale. Secondo l’Istituto rispetto alla stessa data del 2014 la perdita di cittadini italiani residenti in Italia risulta pari alla scomparsa di una città grande come Palermo, ovvero 677 mila abitanti. Si consideri, inoltre, che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638 mila. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità.

Inoltre, il contemporaneo aumento di oltre 241 mila unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti nel quadriennio.

Saldo naturale negativo per 193 mila unità

Al 31 dicembre 2018 sono stati 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti all’anagrafe. Rispetto al 2017, aumentati di 111 mila (+2,2%) arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente.

La popolazione italiana ha da tempo perso la sua capacità di crescita per effetto della dinamica naturale, quella dovuta alla “sostituzione” di chi muore con chi nasce. Nel corso del 2018 la differenza tra nati e morti (saldo naturale) è negativa, e pari a -193 mila unità, mentre il saldo naturale della popolazione straniera è positivo, pari a +57.754.

Ripartizione geografica stabile rispetto agli anni precedenti

Il saldo naturale della popolazione complessiva è negativo ovunque, tranne che nella provincia autonoma di Bolzano. A livello nazionale il tasso di crescita naturale si attesta a -3,2 per mille, e varia dal +1,7 per mille di Bolzano al -8,5 per mille della Liguria. Anche Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Molise presentano però decrementi naturali particolarmente accentuati, superiori al 5 per mille.

In ogni caso, nel 2018 la distribuzione della popolazione residente per ripartizione geografica resta stabile rispetto agli anni precedenti. Le aree più popolose del Paese sono, come è noto, il Nord-ovest, in cui risiede il 26,7% della popolazione complessiva, e il Sud (23,1%), seguite dal Nord-est (19,3%), dal Centro (19,9%), e infine dalle Isole (11,0%).

L’apprendistato torna in auge, +22,8% nel 2017

Dopo cinque anni di calo i contratto di apprendistato tornano a essere appetibili. Nel 2016 gli avviamenti sono cresciuti del 30% e del 22,8% nel 2017. Nel 2016 l’aumento ha riguardato soprattutto il Mezzogiorno (+59,9%), mentre nel 2017 ha interessato in particolare le aree del Nord (+24,2%). E i nuovi apprendisti sono soprattutto giovanissimi, infatti dei 324.902 contratti avviati in Italia nel 2017 il 60% riguarda i giovani tra i 18 e i 24 anni, che registrano un aumento del 20,2% rispetto al 2016. Inoltre, dopo 12 anni dal primo contratto di apprendistato risulta occupato regolarmente il 73,6% degli apprendisti, di cui oltre il 60% come lavoratore dipendente.

È quanto emerge dal XVIII Rapporto di monitoraggio sull’apprendistato, elaborato dall’Inapp per conto del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in collaborazione con l’Inps.

L’influenza degli interventi normativi

“A fronte di segnali positivi, con incrementi marcati per i più giovani e buoni esiti occupazionali, vi sono però le consuete ombre dell’apprendistato in Italia – commenta Stefano Sacchi, presidente Inapp – che continua a trovare il suo appeal essenzialmente nei vantaggi in termini di costo del lavoro”.

L’andamento crescente dei contratti di apprendistato è legato in parte al miglioramento, seppure modesto, del tasso di occupazione giovanile (15-29 anni) che aumenta dal 28,6% del 2015 al 29,7% del 2016 fino al 30,3% del 2017 (Rilevazione continua Forze Lavoro, periodo 2015-2017). Ma soprattutto va considerata l’influenza degli interventi normativi, come le leggi di stabilità 2015 e 2016 che hanno introdotto un esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro.

Più apprendisti nei settori commercio, attività manifatturiere e servizi turistici

Tra le imprese, i settori che pesano di più sull’occupazione complessiva in apprendistato sono il commercio (20,8%), le attività manifatturiere (18,2%) e i servizi di alloggio e ristorazione (16,8%), mentre si registra un calo della presenza di apprendisti nelle imprese artigiane, che mostrano una minore crescita occupazionale nel numero medio di rapporti di lavoro in apprendistato (7,6%) rispetto alle aziende di altro tipo (13,7%), pur continuando a rappresentare circa un quarto del totale dell’occupazione in apprendistato, riporta Adnkronos.

“Uno strumento fondamentale per fornire le competenze necessarie al sistema produttivo”

Secondo Sacchi, però, l’apprendistato è “un contratto che non riesce ad ancorarsi stabilmente come canale di acquisizione di competenze specifiche all’azienda o al settore, orientato alla formazione dei giovani lavoratori, da allevare e fidelizzare in azienda, ma resta soggetto alle periodiche revisioni della disciplina del nostro mercato del lavoro”.

Nonostante gli sforzi degli anni passati molto resta ancora da fare per dotare l’Italia di “uno strumento fondamentale per fornire le competenze necessarie al nostro sistema produttivo – aggiunge il presidente Inapp – se vogliamo che la profonda trasformazione tecnologica in atto ci veda protagonisti e non comparse”.

Consumatori e imprese, torna a crescere la fiducia: lo dice l’Istat

Dopo tre mesi di calo, pare che consumatori e imprese da maggio 2019 stiano ritrovando una parvenza di fiducia. Lo dice l’Istat, che ha rilevato segnali positivi sul fronte della fiducia. A maggio 2019 l’indice del clima di fiducia dei consumatori è infatti passato da 110,6 a 111,8; un’evoluzione positiva si rileva anche per l’indice composito del clima di fiducia delle imprese, che aumenta da 98,8 a 100,2.

Migliorano tutte le componenti dell’indice

Il dato maggiormente positivo è il fatto che migliorano, rispetto al trimestre precedente, tutte le componenti dell’indice di fiducia dei consumatori: il clima economico e quello corrente registrano gli incrementi più marcati mentre un aumento più contenuto si registra per il clima personale e, soprattutto, per quello futuro. Più in dettaglio, riporta una nota diffusa da Askanews, il clima economico sale da 122,8 a 125,9, il clima corrente aumenta da 106,9 a 109,6 il clima personale cresce da 105,9 a 107,4, e il clima futuro passa da 115,6 a 115,8.

Le imprese vedono rosa, specie quelle delle costruzioni

Dopo mesi all’insegna del pessimismo, anche le imprese sembrano vedere rosa. Per quanto riguarda le aziende, infatti, l’Istat segnala che l’indice di fiducia registra un aumento diffuso a tutti i settori coperti dalle indagini sulla fiducia. In particolare, nel settore manifatturiero l’indice passa da 100,8 a 102,0, nelle costruzioni aumenta da 141,2 a 144,3, nei servizi va da 99,1 a 99,3 e nel commercio al dettaglio sale da 101,3 a 102,6. Per quanto riguarda le componenti dei climi di fiducia delle imprese, nella manifattura si rileva un miglioramento sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese sulla produzione unitamente a una diminuzione del saldo relativo alle scorte di magazzino. Nelle costruzioni la dinamica positiva dell’indice riflette il miglioramento sia dei giudizi sul livello degli ordini sia delle aspettative sull’occupazione presso l’azienda. Nei servizi e nel commercio al dettaglio la dinamica positiva dell’indice riflette andamenti eterogenei delle rispettive componenti: il miglioramento dell’indice è trainato dalle attese sugli ordini nei servizi e dai giudizi sulle vendite nel commercio. Tutte le altre componenti risultano in calo.

Nonostante il clima di incertezza

“A maggio 2019 – spiegano i ricercatori dell’Istat – si registra un miglioramento diffuso del clima di fiducia sia per le imprese sia per i consumatori. In un contesto economico ancora caratterizzato da una notevole incertezza, la fiducia delle imprese sembra mostrare, nella gran parte dei settori, un miglioramento soprattutto nelle prospettive dei livelli di attività. Per i consumatori, l’indice di fiducia torna ad aumentare per la prima volta da gennaio 2019, mantenendosi comunque al di sotto dei livelli registrati nel 2018. Il miglioramento della fiducia è trainato dalla componente economica e da quella corrente”.

 

Cala la spesa per le “giocate” in Italia, lo Stato perderà 1,4 miliardi

Nel primo trimestre del 2019 la spesa nei giochi in Italia è risultata in calo. Tra gennaio e marzo la spesa effettiva delle giocate al netto delle vincite è stata infatti pari a 4,1 miliardi di euro, mentre la raccolta si è attestata a 24,9 miliardi. Secondo elaborazioni Agimeg, l’Agenzia giornalistica sul mercato del gioco, su dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, l’anno in corso potrebbe quindi chiudersi con incassi complessivi di circa 100 miliardi, in calo del -4,7% rispetto ai quasi 105 miliardi raggiunti nel 2018. Mentre la spesa totale scenderebbe del -11,8%, attestandosi a quota 16,4 miliardi contro i 18,6 miliardi dello scorso anno.

“Macchinette” e Gratta e Vinci, i più giocati

Se il trend dei primi tre mesi dovesse mantenersi costante all’Erario arriverebbero invece dai giochi circa 8,7 miliardi, il -13,8% rispetto ai 10,1 miliardi del 2018. Più in dettaglio, la prima voce in Italia in termini di spesa è rappresentata dagli apparecchi da intrattenimento, le cosiddette “macchinette”, come Slot e Vlt, che nel primo trimestre 2019 hanno raggiunto una spesa di 2 miliardi di euro, mentre lo Stato ha potuto incassare dal Prelievo erariale 1,3 miliardi. La seconda voce in termini di spesa è rappresentata dai Gratta e Vinci: le lotterie istantanee hanno totalizzato 635 milioni di euro, garantendo entrate erariali di 345 milioni.

Lotto, Superenalotto e scommesse

Per quanto riguarda il Lotto, sul gioco dei 90 numeri sono stati spesi 538 milioni di euro, con l’Erario che ha incassato 257 milioni. I giochi numerici a totalizzatore (Superenalotto, SiVinceTutto, Win for Life) hanno invece totalizzato 158 milioni (110 milioni all’Erario). E la spesa sulle scommesse sportive, sia fisiche sia online, è stata invece superiore ai 390 milioni di euro (78 milioni di euro all’Erario), mentre le scommesse ippiche hanno registrato 33 milioni di spesa (5 milioni all’Erario).

Giochi online, bingo e betting exchange

Nel primo trimestre 2019 sul gioco online, (casinò games, poker a torneo e poker cash) a fronte di una raccolta di oltre 6,7 miliardi la spesa effettiva è stata di 246 milioni, con poco meno di 50 milioni di euro destinati all’Erario, riferisce Askanews. Il bingo invece ha registrato una spesa di 104 milioni, ed entrate per lo Stato di 42 milioni, mentre il betting exchange si è attestato a 2,5 milioni di spesa, e 400 mila euro incassati dall’Erario.

Buoni pasto, arriva l’app che ne ottimizza l’utilizzo

Forniti dalle aziende ai propri dipendenti come fringe benefit, i buoni pasto, vengono utilizzati ogni giorno dal 16% dei lavoratori italiani. Secondo i dati raccolti dall’Associazione nazionale società emettitrici di buoni pasto (Anseb), i ticket sono stati utilizzati nel 2018 da 2,4 milioni di lavoratori italiani, la maggior parte, 1,6 milioni, nel settore privato e 900.000 nel pubblico. Nel complesso, si stima che in Italia siano 150.000 gli esercizi commerciali convenzionati con almeno un distributore di ticket ristorativi, e il 40% dei loro introiti sono legati proprio all’utilizzo dalle pause pranzo dei lavoratori. Nel 70% dei casi, infatti, i lavoratori li impiegano per pranzare in bar, gastronomie e ristoranti, mentre nel 30% dei casi vengono utilizzati nel circuito della grande distribuzione.

Non perdere l’occasione di sfruttarli

Spesso però chi li utilizza dimentica quanti ne ha accumulati e quanti ne può ancora utilizzare, perdendo quindi l’occasione di sfruttarli. Tenere traccia dei propri buoni pasto è un’esigenza che può essere risolta anche grazie all’aiuto delle nuove tecnologie. Come? Ad esempio con l’App di iPasto, che aiuta a tenere traccia degli orari di lavoro e dei buoni pasto accumulati. Un ‘must have’ per i lavoratori dipendenti, che permette di avere sul proprio telefono un promemoria e una guida per ottimizzare l’ottenimento dei buoni pasto.

Come funziona l’App di iPasto?

Dopo aver scaricato l’App dal Play Store o dall’Apple Store si deve passare alla sua configurazione, inserendo le regole e gli orari aziendali. Alcuni enti e Pmi hanno fornito tutte le informazioni necessarie, e sono quindi già presenti nel database. Basta quindi fare una ricerca all’interno dell’applicazione e la sua sincronizzazione avviene in automatico. Una volta impostati tutti i dati, l’App permette di inserire ogni giorno gli orari di entrata e uscita dal posto di lavoro, per poter controllare le statistiche, il calendario mensile, ma soprattutto il numero di buoni pasto maturati.

Consigli e strategie per ottenere i ticket

L’App quindi fornisce un valido aiuto per seguire e tenere conto dei buoni pasto e delle regole per ottenerli. iPasto contiene infatti consigli e strategie per ottenere i ticket, in modo da evitare di perdere buoni pasto solo per una manciata di minuti. Attivando le Notifiche, poi, ogni giorno i “memo” permetteranno di non perdere nessuna “timbratura” e di ottenere i benefit senza rischi. iPasto è un progetto di Startup reso possibile grazie all’investimento di risorse e know-how tecnico di Tredipi, realtà impegnata nello sviluppo di tecnologie cloud e servizi mobile per le piccole imprese.

 

Nuova truffa per rubare dati da Instagram

Una nuova truffa arriva ai danni degli utenti di Instagram. Per rubare alle vittime nome utente e password i cyber criminali hanno inviato una mail con l’indicazione di seguire un link per l’attivazione dell’account verificato. In realtà si tratta appunto di una trappola. La segnalazione arriva dall’azienda di sicurezza informatica Trend Micro, che ha intercettato e analizzato alcune di queste mail. Al momento gli account più bersagliati sono quelli con un numero di follower superiore ai 15 mila, affermano gli autori della segnalazione. E tra questi ci sono attori, cantanti, fotografi e influencer.

La lusinga del “bollino blu”

La truffa colpisce maggiormente gli utenti più celebri su Instagram. Una lusinghiera comunicazione via mail invita infatti a seguire una procedura per l’ottenimento del “bollino blu”, il simbolo virtuale dello status di celebrità sul social network. Il link rimanda a una pagina nella quale viene richiesto di inserire i propri dati, il nome utente e la password. Acquisite queste informazioni, i truffatori le usano per accedere all’account della vittima, e modificare le impostazioni di ripristino della password estromettendo il legittimo proprietario. Naturalmente, l’assegnazione del simbolo che certifica il prestigio dell’account non avviene in questo modo, e lo staff di Instagram non ha bisogno di conoscere la password dell’utente, riporta Agi.

Segnalati anche tentativi di estorsione

Secondo quanto riporta Trend Micro, diversi utenti avrebbero segnalato tentativi di estorsione da parte dei criminali, i quali avrebbero chiesto alle vittime di inviare loro fotografie intime. Il soddisfacimento di questa richiesta, oltre a non portare alla riconsegna dell’account, ovviamente non può che peggiorare la situazione, dando ai truffatori più strumenti per ricattare gli incauti. Inoltre, una volta ottenuto l’accesso agli account, i criminali avrebbero pieno accesso a tutto il materiale delle vittime, comprese le comunicazioni via chat.

La tecnica del phishing

Il phishing, la tecnica usata dai cyber criminali di Instagram, è ancora in cima alla lista degli attacchi più ricorrenti via mail. Il termine, che deriva da una storpiatura gergale del verbo inglese fishing (pescare), indica le pratiche volte a indurre un utente a cascare in una trappola, convincendolo di essere di fronte a un contenuto legittimo. Non è tecnicamente difficile fare in modo che l’indirizzo del mittente sembri quello della nostra banca, o di un servizio a cui siamo iscritti. Così come è altrettanto facile simulare una comunicazione ufficiale inserendo nel corpo di una mail loghi e firme che fanno riferimento a un servizio legittimo.

 

Se Cupido è in ufficio aumenta la produttività

L’ufficio è uno dei luoghi ideali per incontrare l’anima gemella, e quando l’amore nasce al lavoro migliora anche la produttività dei dipendenti. “Il 14 febbraio si celebra ogni anno una verità oggettiva e inconfutabile: abbiamo bisogno di qualcuno da amare, siamo attratti da un altro e desideriamo averlo accanto e, anche sul luogo di lavoro, Cupido scocca le sue frecce”, spiega Marina Osnaghi, prima master certified coach in Italia. Coniugare vita professionale e privata però può diventare un problema, ed è per questo che Pepper Schwartz, docente di Sociologia all’Università di Washington, consiglia di socializzare al di fuori dell’ambiente lavorativo e mantenere sempre un atteggiamento decoroso e consono alla policy aziendale. Per “non confondere la voglia di evadere dallo stress lavorativo con la ricerca dell’amore”.

Evitare ripercussioni sulla carriera

Dello stesso avviso Rachel Andrews, psicologa britannica che, in una ricerca pubblicata su Time Psychology, ha evidenziato che se è normale che si instauri un feeling più stretto con i colleghi è importante pensare alle conseguenze prima di agire in maniera impulsiva. Dal sondaggio emerge infatti che il 51% degli intervistati ha ammesso di voler mantenere segreta una possibile relazione nata sul lavoro per evitare ripercussioni sulla carriera. Ma sebbene la nascita delle office romances sia spesso vista in maniera negativa, sono numerosi gli effetti positivi che ne derivano, e che riguardano il benessere psicofisico.

Gli effetti positivi delle office romances

Secondo uno studio condotto dall’Università di Goteborg in Svezia, e pubblicato sull’International journal of psychological studies, innamorarsi sul posto di lavoro aumenta la produttività della coppia e rende i partner più felici e sicuri nell’affrontare le sfide quotidiane, galvanizzati dalla complicità reciproca. Il contesto lavorativo permette di comprendere meglio gli aspetti caratteriali rispetto a un estraneo conosciuto online o in un pub. Della stessa opinione è lo psicologo americano Gregory L. Jantz, che in una sua ricerca pubblicata su Psychology Today ha evidenziato come le coppie che si sono conosciute sul posto di lavoro hanno portato più rapidamente a termine i propri obiettivi rispetto a quelle tradizionali.

Quando la relazione è fra un capo e una sua subordinata

Ma come bisogna comportarsi quando le relazioni nate sul posto di lavoro interessano un superiore e una sua dipendente? “L’esperienza – continua Osnaghi – insegna che le storie iniziate in un contesto lavorativo riguardano molto spesso un capo e una sua subordinata e che le sanzioni disciplinari portano svantaggi a entrambi, ma il trattamento peggiore è riservato alla donna. Per questo, riporta Adnkronos, vale sempre la pena dare attenzione a se stessi prima di lasciarsi andare e considerare le voci che nascono sui favoritismi e che inevitabilmente faranno il loro corso in ufficio. Non bisogna dimenticare che si attiva anche lo scontro con le policy aziendali che vedono proibite alcune situazioni intime per via dei conflitti di interesse che ne derivano”.

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