Cala la spesa per le “giocate” in Italia, lo Stato perderà 1,4 miliardi

Nel primo trimestre del 2019 la spesa nei giochi in Italia è risultata in calo. Tra gennaio e marzo la spesa effettiva delle giocate al netto delle vincite è stata infatti pari a 4,1 miliardi di euro, mentre la raccolta si è attestata a 24,9 miliardi. Secondo elaborazioni Agimeg, l’Agenzia giornalistica sul mercato del gioco, su dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, l’anno in corso potrebbe quindi chiudersi con incassi complessivi di circa 100 miliardi, in calo del -4,7% rispetto ai quasi 105 miliardi raggiunti nel 2018. Mentre la spesa totale scenderebbe del -11,8%, attestandosi a quota 16,4 miliardi contro i 18,6 miliardi dello scorso anno.

“Macchinette” e Gratta e Vinci, i più giocati

Se il trend dei primi tre mesi dovesse mantenersi costante all’Erario arriverebbero invece dai giochi circa 8,7 miliardi, il -13,8% rispetto ai 10,1 miliardi del 2018. Più in dettaglio, la prima voce in Italia in termini di spesa è rappresentata dagli apparecchi da intrattenimento, le cosiddette “macchinette”, come Slot e Vlt, che nel primo trimestre 2019 hanno raggiunto una spesa di 2 miliardi di euro, mentre lo Stato ha potuto incassare dal Prelievo erariale 1,3 miliardi. La seconda voce in termini di spesa è rappresentata dai Gratta e Vinci: le lotterie istantanee hanno totalizzato 635 milioni di euro, garantendo entrate erariali di 345 milioni.

Lotto, Superenalotto e scommesse

Per quanto riguarda il Lotto, sul gioco dei 90 numeri sono stati spesi 538 milioni di euro, con l’Erario che ha incassato 257 milioni. I giochi numerici a totalizzatore (Superenalotto, SiVinceTutto, Win for Life) hanno invece totalizzato 158 milioni (110 milioni all’Erario). E la spesa sulle scommesse sportive, sia fisiche sia online, è stata invece superiore ai 390 milioni di euro (78 milioni di euro all’Erario), mentre le scommesse ippiche hanno registrato 33 milioni di spesa (5 milioni all’Erario).

Giochi online, bingo e betting exchange

Nel primo trimestre 2019 sul gioco online, (casinò games, poker a torneo e poker cash) a fronte di una raccolta di oltre 6,7 miliardi la spesa effettiva è stata di 246 milioni, con poco meno di 50 milioni di euro destinati all’Erario, riferisce Askanews. Il bingo invece ha registrato una spesa di 104 milioni, ed entrate per lo Stato di 42 milioni, mentre il betting exchange si è attestato a 2,5 milioni di spesa, e 400 mila euro incassati dall’Erario.

Buoni pasto, arriva l’app che ne ottimizza l’utilizzo

Forniti dalle aziende ai propri dipendenti come fringe benefit, i buoni pasto, vengono utilizzati ogni giorno dal 16% dei lavoratori italiani. Secondo i dati raccolti dall’Associazione nazionale società emettitrici di buoni pasto (Anseb), i ticket sono stati utilizzati nel 2018 da 2,4 milioni di lavoratori italiani, la maggior parte, 1,6 milioni, nel settore privato e 900.000 nel pubblico. Nel complesso, si stima che in Italia siano 150.000 gli esercizi commerciali convenzionati con almeno un distributore di ticket ristorativi, e il 40% dei loro introiti sono legati proprio all’utilizzo dalle pause pranzo dei lavoratori. Nel 70% dei casi, infatti, i lavoratori li impiegano per pranzare in bar, gastronomie e ristoranti, mentre nel 30% dei casi vengono utilizzati nel circuito della grande distribuzione.

Non perdere l’occasione di sfruttarli

Spesso però chi li utilizza dimentica quanti ne ha accumulati e quanti ne può ancora utilizzare, perdendo quindi l’occasione di sfruttarli. Tenere traccia dei propri buoni pasto è un’esigenza che può essere risolta anche grazie all’aiuto delle nuove tecnologie. Come? Ad esempio con l’App di iPasto, che aiuta a tenere traccia degli orari di lavoro e dei buoni pasto accumulati. Un ‘must have’ per i lavoratori dipendenti, che permette di avere sul proprio telefono un promemoria e una guida per ottimizzare l’ottenimento dei buoni pasto.

Come funziona l’App di iPasto?

Dopo aver scaricato l’App dal Play Store o dall’Apple Store si deve passare alla sua configurazione, inserendo le regole e gli orari aziendali. Alcuni enti e Pmi hanno fornito tutte le informazioni necessarie, e sono quindi già presenti nel database. Basta quindi fare una ricerca all’interno dell’applicazione e la sua sincronizzazione avviene in automatico. Una volta impostati tutti i dati, l’App permette di inserire ogni giorno gli orari di entrata e uscita dal posto di lavoro, per poter controllare le statistiche, il calendario mensile, ma soprattutto il numero di buoni pasto maturati.

Consigli e strategie per ottenere i ticket

L’App quindi fornisce un valido aiuto per seguire e tenere conto dei buoni pasto e delle regole per ottenerli. iPasto contiene infatti consigli e strategie per ottenere i ticket, in modo da evitare di perdere buoni pasto solo per una manciata di minuti. Attivando le Notifiche, poi, ogni giorno i “memo” permetteranno di non perdere nessuna “timbratura” e di ottenere i benefit senza rischi. iPasto è un progetto di Startup reso possibile grazie all’investimento di risorse e know-how tecnico di Tredipi, realtà impegnata nello sviluppo di tecnologie cloud e servizi mobile per le piccole imprese.

 

Nuova truffa per rubare dati da Instagram

Una nuova truffa arriva ai danni degli utenti di Instagram. Per rubare alle vittime nome utente e password i cyber criminali hanno inviato una mail con l’indicazione di seguire un link per l’attivazione dell’account verificato. In realtà si tratta appunto di una trappola. La segnalazione arriva dall’azienda di sicurezza informatica Trend Micro, che ha intercettato e analizzato alcune di queste mail. Al momento gli account più bersagliati sono quelli con un numero di follower superiore ai 15 mila, affermano gli autori della segnalazione. E tra questi ci sono attori, cantanti, fotografi e influencer.

La lusinga del “bollino blu”

La truffa colpisce maggiormente gli utenti più celebri su Instagram. Una lusinghiera comunicazione via mail invita infatti a seguire una procedura per l’ottenimento del “bollino blu”, il simbolo virtuale dello status di celebrità sul social network. Il link rimanda a una pagina nella quale viene richiesto di inserire i propri dati, il nome utente e la password. Acquisite queste informazioni, i truffatori le usano per accedere all’account della vittima, e modificare le impostazioni di ripristino della password estromettendo il legittimo proprietario. Naturalmente, l’assegnazione del simbolo che certifica il prestigio dell’account non avviene in questo modo, e lo staff di Instagram non ha bisogno di conoscere la password dell’utente, riporta Agi.

Segnalati anche tentativi di estorsione

Secondo quanto riporta Trend Micro, diversi utenti avrebbero segnalato tentativi di estorsione da parte dei criminali, i quali avrebbero chiesto alle vittime di inviare loro fotografie intime. Il soddisfacimento di questa richiesta, oltre a non portare alla riconsegna dell’account, ovviamente non può che peggiorare la situazione, dando ai truffatori più strumenti per ricattare gli incauti. Inoltre, una volta ottenuto l’accesso agli account, i criminali avrebbero pieno accesso a tutto il materiale delle vittime, comprese le comunicazioni via chat.

La tecnica del phishing

Il phishing, la tecnica usata dai cyber criminali di Instagram, è ancora in cima alla lista degli attacchi più ricorrenti via mail. Il termine, che deriva da una storpiatura gergale del verbo inglese fishing (pescare), indica le pratiche volte a indurre un utente a cascare in una trappola, convincendolo di essere di fronte a un contenuto legittimo. Non è tecnicamente difficile fare in modo che l’indirizzo del mittente sembri quello della nostra banca, o di un servizio a cui siamo iscritti. Così come è altrettanto facile simulare una comunicazione ufficiale inserendo nel corpo di una mail loghi e firme che fanno riferimento a un servizio legittimo.

 

Se Cupido è in ufficio aumenta la produttività

L’ufficio è uno dei luoghi ideali per incontrare l’anima gemella, e quando l’amore nasce al lavoro migliora anche la produttività dei dipendenti. “Il 14 febbraio si celebra ogni anno una verità oggettiva e inconfutabile: abbiamo bisogno di qualcuno da amare, siamo attratti da un altro e desideriamo averlo accanto e, anche sul luogo di lavoro, Cupido scocca le sue frecce”, spiega Marina Osnaghi, prima master certified coach in Italia. Coniugare vita professionale e privata però può diventare un problema, ed è per questo che Pepper Schwartz, docente di Sociologia all’Università di Washington, consiglia di socializzare al di fuori dell’ambiente lavorativo e mantenere sempre un atteggiamento decoroso e consono alla policy aziendale. Per “non confondere la voglia di evadere dallo stress lavorativo con la ricerca dell’amore”.

Evitare ripercussioni sulla carriera

Dello stesso avviso Rachel Andrews, psicologa britannica che, in una ricerca pubblicata su Time Psychology, ha evidenziato che se è normale che si instauri un feeling più stretto con i colleghi è importante pensare alle conseguenze prima di agire in maniera impulsiva. Dal sondaggio emerge infatti che il 51% degli intervistati ha ammesso di voler mantenere segreta una possibile relazione nata sul lavoro per evitare ripercussioni sulla carriera. Ma sebbene la nascita delle office romances sia spesso vista in maniera negativa, sono numerosi gli effetti positivi che ne derivano, e che riguardano il benessere psicofisico.

Gli effetti positivi delle office romances

Secondo uno studio condotto dall’Università di Goteborg in Svezia, e pubblicato sull’International journal of psychological studies, innamorarsi sul posto di lavoro aumenta la produttività della coppia e rende i partner più felici e sicuri nell’affrontare le sfide quotidiane, galvanizzati dalla complicità reciproca. Il contesto lavorativo permette di comprendere meglio gli aspetti caratteriali rispetto a un estraneo conosciuto online o in un pub. Della stessa opinione è lo psicologo americano Gregory L. Jantz, che in una sua ricerca pubblicata su Psychology Today ha evidenziato come le coppie che si sono conosciute sul posto di lavoro hanno portato più rapidamente a termine i propri obiettivi rispetto a quelle tradizionali.

Quando la relazione è fra un capo e una sua subordinata

Ma come bisogna comportarsi quando le relazioni nate sul posto di lavoro interessano un superiore e una sua dipendente? “L’esperienza – continua Osnaghi – insegna che le storie iniziate in un contesto lavorativo riguardano molto spesso un capo e una sua subordinata e che le sanzioni disciplinari portano svantaggi a entrambi, ma il trattamento peggiore è riservato alla donna. Per questo, riporta Adnkronos, vale sempre la pena dare attenzione a se stessi prima di lasciarsi andare e considerare le voci che nascono sui favoritismi e che inevitabilmente faranno il loro corso in ufficio. Non bisogna dimenticare che si attiva anche lo scontro con le policy aziendali che vedono proibite alcune situazioni intime per via dei conflitti di interesse che ne derivano”.

Pizza, gli italiani ne consumano 8 kg all’anno, gli americani 13

La pizza è un prodotto simbolo della tradizione alimentare italiana, e nel nostro Paese ogni anno ne vengono consumati circa 8 kg a testa. Un quantitativo significativo, ma comunque inferiore al consumo di circa 13 kg registrato negli Stati Uniti. La produzione giornaliera nel nostro Paese è di 8 milioni di pizze, quasi tre miliardi l’anno, per un fatturato di 15 miliardi di euro, e un movimento economico che supera complessivamente i 30 miliardi. Per quanto riguarda l’ingrediente principale della pizza, la farina di frumento tenero, non esistono regole universali per una produzione di pizza di qualità, e ogni pizzaiolo è libero di sperimentare un proprio impasto. Deve però tener presente che deve essere elastico e, allo stesso tempo, morbido e tenace.

Circa 350.000 tonnellate di farina di frumento all’anno

In occasione della Giornata mondiale della pizza del 17 gennaio 2019, Italmopa, l’Associazione industriali mugnai d’Italia, ricorda che in Italia il quantitativo di farina di frumento tenero destinato alla produzione di pizza, ma anche di focacce, torte salate e latri snack, ammonta annualmente a circa 350.000 tonnellate. Nel caso della pizza napoletana Stg, Specialità tradizionale garantita, il disciplinare di produzione prevede però che la farina debba avere, tra le altre, le seguenti caratteristiche: W compreso tra 220 e 380 – P/l tra 0,50 e 0,70 – falling number tra 300 e 400 – proteine tra 11 e 12,5%.

Per l’80% dei consumi si va in pizzeria

Le attività di produzione di pizza artigianale (ristoranti, pizzerie, bar, gastronomie, take away) rappresentano tuttora circa l’80% dei consumi, mentre il settore surgelati copre il 20% circa degli stessi. Una percentuale, riferisce Adnkronos,  che registra da anni una crescita sostanziale, sia per la capacità di innovazione del comparto, sia perché i nuovi trend alimentari portano verso segmenti merceologici che fanno leva sul binomio qualità/facilità e rapidità di consumo.

Margherita, napoletana e quattro stagioni sul podio delle più amate

A vincere dal punto di vista della preferenza dei gusti degli italiani, riporta La Stampa, è la pizza tradizionale sulla gourmet, con 8 connazionali su 10 (78,8%) che scelgono la marinara, margherita, napoletana o capricciosa. In particolare, per quanto riguarda la pizza preferita gli italiani non hanno dubbi: secondo un sondaggio effettuato dalla Doxa per conto di Italmopa, la pizza margherita si aggiudica il primo posto con il 57% circa delle preferenze, davanti alla pizza napoletana (17%), la quattro stagioni (8%), la diavola (7%) e la boscaiola (6%).

Elettricità, costi ai massimi del decennio: l’analisi Enea

Prezzi in forte crescita per l’energia elettrica: “scottano” infatti le bollette delle famiglie italiane. Lo afferma l’analisi trimestrale del sistema energetico. Più nel dettaglio, nel terzo trimestre 2018 i prezzi dell’energia elettrica per i nostri connazionali hanno raggiunto i massimi del decennio, mentre si registrano aumenti a due cifre (+10%) per le imprese medio piccole. Inoltre i consumi di energia subiscono un rallentamento: +1% rispetto al +3,2% del primo semestre dell’anno. Ecco la fotografia scattata dall’Analisi Trimestrale del Sistema energetico dell’Enea che segnala un calo del 5% dell’indice Ispred, l’ottavo peggioramento trimestrale consecutivo.

Le aziende italiane pagano di più rispetto alla media Ue

“La causa, stavolta, è l’incremento dei prezzi finali sulla spinta delle commodity energetiche, con l’impennata del gas naturale (+60%), dei prezzi della borsa elettrica (+33,5%) e del petrolio Brent che a ottobre ha raggiunto gli 85 dollari al barile. Gli effetti dei successivi forti cali del greggio, oggi a 55 dollari, e in misura minore del gas, si manifesteranno solo nei prossimi mesi”, spiega Francesco Gracceva, l’esperto Enea che ha coordinato l’Analisi Trimestrale. Ancora, l’Analisi segnala che le aziende italiane, soprattutto quelle di piccole-medie dimensioni, sborsano cifre maggiori rispetto alla media Ue. Lo studio rivela che un’impresa medio-piccola con consumi annui di 1.250 MWh spende per l’energia elettrica circa 70mila euro all’anno in più di un competitor francese di analoghe dimensioni e intorno ai 30mila in più di un britannico o di uno spagnolo. Bene invece il fronte decarbonizzazione: le emissioni di CO2 sono risultate in calo dello 0,5% rispetto allo stesso periodo del 2017 e di circa un punto nei primi nove mesi dell’anno. Però il nostro Paese registra una perdita di competitività per quanto concerne le tecnologie low carbon in settori strategici come la mobilità elettrica e le rinnovabili. Nel comparto dei veicoli elettrici e delle batterie agli ioni di litio, ad esempio, il saldo negativo con l’estero è pari a 155 milioni di euro nel 2017 e a 165 milioni nel periodo gennaio-agosto 2018, mentre per il fotovoltaico ammonta a 137 milioni nel 2017 e a 139 milioni nei primi otto mesi del 2018. D’altro canto il nostro Paese si posiziona come esportatore netto nei settori dell’eolico e del solare termico.

Italia, stabile in sicurezza

Per quanto concerne la sicurezza, l’Enea afferma che l’Italia vanta una sostanziale stabilità, ma non possono escludersi possibili criticità per elettricità e gas in caso di eventi estremi nella stagione invernale. “La disponibilità solo parziale dell’interconnessione con il Nord Europa fa sì che il sistema gas rispetti a fatica la regola di sicurezza N-1 , in uno scenario condizionato dalla crescita della domanda asiatica e dal ruolo sempre più strategico del gas russo (e in particolare quello trasportato sulla critica rotta ucraina), che nel terzo trimestre di quest’anno ha raggiunto il 50% dell’import nazionale”, conclude Gracceva.

Premi collettivi per 3 lavoratori su 5 delle aziende italiane

Da quanto emerge da un’indagine del centro studi di Confindustria (Csc) sul lavoro, le imprese associate alla federazione erogano premi collettivi a oltre 3 lavoratori su 5. L’annuale report sulle condizioni dell’occupazione registra infatti che nella prima metà dell’anno, nell’industria in senso stretto, il 63,7% dei lavoratori era coperto da un contratto aziendale che prevede l’erogazione di premi variabili collettivi. Questo per l’82,5% delle imprese con almeno 100 dipendenti. La contrattazione aziendale di contenuto economico però è meno diffusa nei servizi, dove i lavoratori coperti erano il 45,3%.

Il 15,8% dei contratti aziendali prevede la conversione dei premi in welfare

Oltre alla corresponsione di premi, il 15,8% dei contratti aziendali prevede la possibilità che questi siano convertiti in servizi di welfare. La diffusione di forme di partecipazione dei lavoratori agli utili è invece del 3,5%, e quella di forme di coinvolgimento paritetico dei dipendenti nell’organizzazione è del 4,1%. Il 57,6% delle imprese associate, riferisce askanews, mette poi a disposizione dei propri dipendenti non dirigenti almeno un servizio di welfare.

Quali sono i servizi di welfare più diffusi?

La forma più diffusa di welfare offerto dalle aziende ai propri dipendenti è l’assistenza sanitaria. Lo fa in media il 43,5% delle imprese, e il 76,1% delle aziende industriali con 100 o più addetti. Tra le grandi imprese dell’industria, inoltre, una su 4 eroga somme e servizi di educazione, istruzione o ricreazione a favore di familiari dei dipendenti. E una su 10 offre contributi per l’assistenza a familiari anziani o non autosufficienti.

La diffusione dello smart working

Si diffonde poi sempre di più lo smart working, il lavoro agile, ovvero la modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato che prevede forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro e con l’utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività. Un’azienda su 20 lo ha già introdotto, e una su 10 lo ritiene un tema di interesse da affrontare. Il lavoro agile è ancora in prevalenza regolato solo da accordi individuali, ma in un caso su 4 a essi si affianca già un trattamento da regolamentazione e/o da contratto aziendale. L’incidenza delle ore di assenza sulle ore lavorabili nelle aziende associate è rimasta nel corso del 2017 sui livelli del 2016, passando dal 6,6% al 6,5%, e si è confermata più elevata nei servizi (7,6% contro il 5,9% nell’industria in senso stretto), e nelle imprese più grandi, ovvero per il 7,3% in quelle con 100 e più addetti, e del 4,4% in quelle fino a 15 addetti.

Italia generosa: tra le 5 nazioni Ue più attive in filantropia

L’Italia si colloca, forse un po’ a sorpresa, nella classifica delle 5 nazioni più generose. Già, perché il nostro Paese riconosce circa un miliardo di euro in donazioni. Questa nuova, inaspettata qualità è emersa dal VI Philanthropy Day promosso da Fondazione Lang Italia, un’occasione di confronto con 200 fondazioni che si è tenuta recentemente a Milano.

Esiste un indice di generosità mondiale

A dirla tutta, il nostro paese si colloca all’84esima posizione nella classifica generale dell’ultimo World Giving Index (2017), Indice di generosità mondiale elaborato da Charities Aid Foundation analizzando i dati di 139 paesi. Però, è qui arrivano le belle notizie, l’Italia nella graduatoria dedicata della propensione al dono sale di molto, arrivando a ricoprire la 54esima posizione. Una tendenza confermata anche dall’ultima stima dell’ENROP (European Research Network on Philanthropy), che oltre a vedere l’Italia al secondo posto in Europa per donazioni da individui, con 7,2 miliardi di elargizioni (dopo UK, con 16,4), la posiziona nella top five dei Paesi in cui le imprese erogano più risorse con finalità filantropiche, con 1 miliardo di donazioni complessive, dopo Germania (11,2), Francia (2,8), UK (2,7) e Paesi Bassi (1,4).

Filantropia per una welfare society

Soprattuto da parte delle imprese, la filantropia può rivestire un ruolo fondamentale nella creazione di una welfare society. Spiega Tiziano Tazzi, presidente di Fondazione Lang Italia: “Ci si concentra sopratutto sulla cosiddetta filantropia strategica, vero e proprio motore di miglioramento sociale che supera il “modello bancomat” a sostegno di singoli progetti puntando invece su interventi più strutturati, a lungo termine e sull’empowerment delle competenze di promotori e beneficiari. Questo con il duplice obiettivo di aumentare l’impatto di ogni azione e di rendere i risultati sostenibili e misurabili”.

Le fondazioni le più attive

Tra i maggiori protagonisti della filantropia strategica in Italia ci sono le fondazioni, soprattutto quelle d’impresa. Queste ultime in particolare, pur essendo appena 150 su un totale di 6.451, da sole erogano ogni anno circa 200 milioni per realizzare interventi filantropici di innovazione sociale. Secondo i dati più recenti (INSEAD 2016) in Italia le fondazioni corporate hanno gestito in autonoma il 37% dei progetti filantropici. Le principali aree di intervento a livello nazionale ed europeo (Cecp – Committee Encouraging Corporate Philanthropy) sono quelle della salute (26%) e dell’istruzione, specialmente per la fascia d’età inferiore ai 12 anni (16%). In Europa la filantropia per interventi di pubblica utilità muove complessivamente circa 60 miliardi di euro l’anno da oltre 140.000 tra donatori e fondazioni.

Telefonia, la guerra delle promozioni abbassa le tariffe?

Una guerra all’ultima promozione. Da sempre è quella si combatte fra le compagnie telefoniche per aggiudicarsi il maggior numero di clienti, ma in particolare dopo l’ingresso nel mercato italiano di Iliad e Ho., che hanno costretto gli operatori a proporre pacchetti più economici, e più generosi di GB, minuti e, in misura minore, sms.

Dopo i primi mesi di guerra dei prezzi, però, sembra che la situazione si stia assestando, e i canoni mensili sono rimasti più o meno stabili, anzi, si registrano addirittura lievi rincari dello 0,2%. Rincari a parte, la contesa tra i provider si combatte soprattutto sul fronte della connettività, e i GB inclusi nei pacchetti sono lievitati di circa il 31,2%.

Più traffico, ma meno sms

Secondo un’indagine del portale SosTariffe.it anche i minuti inclusi nei pacchetti sono cresciuti del 3,5%. Nel periodo tra luglio e fine settembre le strategie delle compagnie hanno puntato infatti a conquistare clienti offrendo più minuti, pari a circa il 4,1% in più, e molto più internet, concedendo in media il 18,1% di traffico dati in più.

Gli sms tradizionali, invece, sembrano essere in declino, e quelli inclusi nei pacchetti risultano essere addirittura il 30,4% in meno. Sarà colpa di WhatsApp?

Il costo mensile è sceso in media a 8,8 euro

Rispetto al mese di luglio 2018 le principali tariffe ricaricabili di TIM, Vodafone, Wind, H3G e Iliad, quelle cioè che includono telefonate, internet e sms gratis, comprese le winback, in generale sono lievemente più convenienti, riferisce Adnkronos, con prezzi appena più bassi, e pari a circa il 3,3% in meno.

In ogni caso, dall’indagine del portale emerge che il costo medio mensile è calato dai 9,11 euro in media di luglio agli 8,8 euro di oggi. Ma se insieme ai provider tradizionali, avverte SosTariffe.it, si tiene conto anche degli operatori virtuali i prezzi risultano lievemente in rialzo.

I minuti compresi delle tariffe winback sono passati da 2232 a 2323

Il merito di questo calo dei prezzi è soprattutto delle tariffe winback. “Si tratta di tariffe – si legge sul portale – che consentono di parlare a lungo (i minuti compresi sono passati da 2232 a 2323 in media) e navigare senza preoccupazioni, con il 18,1% di GB in più, lievitati da una media di 19 mensili ai 23 attuali”. Tutt’altra storia per gli sms: quelli offerti a luglio 2018 erano ancora 1190, mentre ora sono scesi a 828 al mese.

Addio ora legale? L’Europa propone l’abolizione

L’Europa potrebbe dire addio all’ora legale, e scegliere di mantenere l’ora solare anche durante la bella stagione. Dopo un sondaggio effettuato tra i cittadini europei la Commissione europea ha infatti annunciato che ne proporrà l’abolizione. Già lo scorso febbraio il Parlamento europeo aveva affrontato il tema senza però trovare un accordo sull’ipotesi di abolizione del doppio orario.

In Italia l’ora legale è stata usata per la prima volta nel 1916, ed è in vigore dal 1966. Durante questo periodo è stata abolita e riconfermata diverse volte, ed è stata adottata definitivamente dal nostro Paese con una legge del 1965 per far fronte all’aumento continuo di fabbisogno energetico.

Sfruttare la luce estiva, una soluzione alla crisi energetica

L’idea nasce per sfruttare le ore di luce estive, e viene spesso attribuita a Benjamin Franklin a causa di un articolo satirico pubblicato sul quotidiano francese Journal de Paris nel 1784 riguardante il risparmio energetico. Tuttavia la maggioranza degli storici ritiene che il primo ad aver teorizzato l’ora legale sia stato il biologo George Vernon Hudson, che nel 1895, presso la Royal Society della Nuova Zelanda, propose di spostare le lancette dell’orologio in avanti durante l’estate per usufruire di ore di luce in più.

La sua idea però ricevette scarsi consensi, e venne accantonata fino a quando, nel 1907, il costruttore inglese William Willet la propose come soluzione alla crisi energetica europea durante la Prima guerra mondiale, riporta Adnkronos.

Dal British Summer Time alla direttiva 2000/84/Ce

Così, nel 1916, la Camera dei Comuni di Londra diede il via libera all’applicazione del progetto, intitolato British Summer Time (Ora estiva inglese), basato sullo spostamento delle lancette dell’orologio un’ora in avanti nel periodo estivo. Da lì, in breve tempo, la maggior parte delle nazioni adottò il nuovo sistema, fino alla regolamentazione definitiva da parte della normativa europea. Che con la direttiva 2000/84/Ce e il Consiglio del 19 gennaio 2001 stabilisce l’inizio dell’ora legale l’ultima domenica di marzo, e il suo termine l’ultima domenica di ottobre, in tutti i Paesi dell’Unione.

L’ora legale nel mondo

In generale, i Paesi della fascia tropicale non adottano l’ora legale, in quanto la variazione delle ore di luce durante l’arco dell’anno è minima e non consente di avere ore di luce sufficienti la mattina per giustificare uno spostamento di lancette in avanti di un’ora. Nell’emisfero australe, poiché le stagioni sono invertite rispetto all’emisfero boreale, anche l’ora legale segue un calendario invertito: in Australia è in vigore da ottobre a fine marzo o inizio aprile, con possibili variazioni da nazione a nazione, mentre in Brasile inizia dalla terza domenica di ottobre alla terza domenica di febbraio. In Africa l’ora legale è scarsamente usata, mentre in Russia dal 2011 è stata abolita l’ora solare.

© 2019 La vera Gold Team

Theme by Anders NorénUp ↑